Category: Etnologia


Benedetto Di Pietro – Benedetto Iraci

Copertina Sbughjann-3
SBUGHJANN
NTA LI PARADI
(PASCENDO TRA LE PAROLE)

Dizionario dei fitonimi e informazioni sull’agricoltura di San Fratello (Messina), con aggiunta di proverbi e detti nel dialetto galloitalico locale.

Editrice Montedit
Collana Apollonia
ISBN 978-88-6587-570-4
pagg. 212
Euro 13,00

PREFAZIONE

Il pastore che ogni giorno, di buon mattino, fa uscire le proprie pecore o capre, dal recinto dentro il quale hanno trascorso la notte, perché vadano a nutrirsi nel terreno aperto, “sbuoghja”il suo armento. “Sbughjer” è appunto il verbo che esprime l’atto di avviare le pecore o le capre al pascolo, nel dialetto settentrionale di San Fratello, una delle cittadine della “Sicilia Lombarda”, secondo una felice definizione del linguista Salvatore C. Trovato. Gli autori, Benedetto Di Pietro e Benedetto Iraci, hanno scelto questa metafora per intitolare efficacemente il loro libro e forse anche per descrivere il cammino che fanno le parole, una volta che abbiano trovato un autore che le raccolga e le faccia “pascolare” presso un pubblico di lettori.
“Sbughjann nta li paradi” è un libro sulla memoria, un testo composito e ibrido, tripartito nella sua struttura, il cui motivo conduttore è il “ricordo” attraverso il recupero della parola. Il libro evoca conoscenze, pratiche e tecniche del mondo contadino, ricostruendo una parte importante della cultura materiale sanfratellana. Una civiltà sopravvissuta, sostanzialmente immutata, fatte salve origini più remote, dal secondo secolo del Basso Medioevo, momento presumibile dell’arrivo dei flussi migratori dal Nord Italia, fino agli anni Sessanta del secolo scorso.
Unico quindi il “leitmotiv”, differenti le prospettive scelte dai due autori. Benedetto Iraci recupera i ricordi di usi popolari antichi con lo scrupolo del ricercatore, donandoci un elenco minuzioso dei nomi locali delle specie vegetali, spontanee o coltivate, di quest’area dei Nebrodi, riferiti al rispettivo nome scientifico. Ad ognuno di essi, l’autore accompagna ricche e particolareggiate digressioni sul ruolo della flora nella cultura locale. Benedetto Di Pietro ricostruisce lo stesso ambiente come in un gioco di specchi, ricordando il padre Salvatore e recuperandone, a sua volta, le memorie, attraverso un lungo racconto in prima persona che ci conduce all’interno dell’antico mondo rurale sanfratellano. Infine, 300 tra proverbi e modi di dire, tratti dal patrimonio della cultura orale popolare locale, concludono il libro, integrando una pubblicazione del 1998, “Ghj’antiegh disgiaiu accuscì”, dello stesso Di Pietro. L’autore non è infatti nuovo alla scrittura nel galloitalico di San Fratello e il suo nutrito gruppo di libri, pubblicati dal 1995 al 2013, ha avuto un ruolo determinante nel riavviare la produzione scritta in dialetto, ferma ai canti popolari raccolti, tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, da folkloristi e cultori locali, quali Lionardo Vigo, Giuseppe Pitrè, Luigi Vasi e Benedetto Rubino.
Non sono quindi più attuali le parole di quest’ultimo, demologo e farmacista sanfratellano, uomo di ingegno e attento osservatore delle cose paesane, che nel suo “Folklore di San Fratello” del 1914 scriveva: «[…] sono poche le poesie sanfratellane dettate in vernacolo, pur essendo molti i rimatori, non rari i poeti». In questo senso, “Sbughjann nta li paradi” va letto, soprattutto, come un libro scritto in dialetto, il libro più recente di un corpus non più esiguo di opere in sanfratellano.
La storia di un’istituzione culturale, poniamo la letteratura dialettale sanfratellana, somiglia a quella dell’individuo e, come per questo, se ne potrà parlare compiutamente solo partendo dalla fine della sua parabola. “Sbughjann nta li paradi” è il momento finale, o meglio più recente, dello sviluppo di questa storia letteraria e mostra gli aspetti di una letteratura non più infante, a cominciare dall’ortografia, ormai sicura, dopo gli studi universitari più recenti. I due autori ci affidano quindi un libro prezioso non solo per i folkloristi, i linguisti o, più in generale, per tutti i lettori in grado di intendere la rappresentazione del mondo che seppero darsi i nostri avi, “Sbughjann nta li paradi” sarà soprattutto l’ultimo arricchimento di questa letteratura dialettale sanfratellana. Leggendolo, cominciamo a conoscere questa storia dalla fine e realizziamo al contempo che essa è ormai avviata a continuare negli anni a venire.

Giuseppe Foti*

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(*) Dottore di Ricerca in Filologia moderna e docente di Lettere nella scuola secondaria di I grado.

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[pubblicato sul n. 7 diPagnocco”,  gennaio aprile 2006 – Messina]

I “giudei” di San Fratello: dalla ritualità allo spettacolo.

di Benedetto Di Pietro

0.   La ricorrenza della Settimana Santa a San Fratello è un’occasione per assistere alla “Festa dei giudei”. Si tratta di una baraonda paesana che dura tre giorni, dal mercoledì al venerdì, e che vede scorrazzare per le vie del paese individui giovani e giovanissimi che indossano un costume composto da calzoni e giubba, questa finemente lavorata con lustrini, e un cappuccio (sbirijàn) sul quale generalmente è riportato il simbolo della croce sia sulla fronte sia sopra una lunga lingua esterna di cuoio. Il cappuccio finisce a punta, seguendo il dorso, dalla quale si parte una lunga coda animalesca, che arriva fino ai polpacci. Un grappolo di catene (displina) viene portato legato ad un polso. Molti calzano ai piedi scarpette da tennis, altri sono rimasti legati alla tradizione calzando un paio di cioce in pelle grezza di bue, le cosiddette schièrpi di pièu. Oggi tutti sono muniti di tromba a pistone unico; sul capo portano un elmetto, sormontato da un uncino associato ad una “lanterna” rosso-blu da carabiniere, sul quale sono dipinti soggetti dell’attualità, oltre al simbolo della croce.

1.  Ipotesi sull’origine.

Si è scritto molto sulla possibile origine della “Festa dei giudei” di San Fratello, facendola risalire alle sacre rappresentazioni medievali, e associandola anche a ciò che è rimasto di feste pagane. Sicuramente la prima ipotesi è vera in quanto le sacre rappresentazioni esistono tuttora e in particolare in Sicilia; mentre la seconda non essendo verificabile, rimane a livello di sola ipotesi.

Mi sono sempre domandato: come mai in altre città durante le rappresentazioni legate alla Settimana santa sono presenti dei figuranti vestiti da soldati dell’antica Roma che accompagnano Cristo al patibolo, come vuole l’iconografia tradizionale, mentre a San Fratello si vorrebbe che i cosiddetti “giudei” siano una variante di tali soldati, vestiti come ho detto più sopra? E che bisogno ci sarebbe di dovere occultare proprio il viso con un cappuccio per giunta disegnato in maniera tale da simulare uno sberleffo? Ai bambini si raccontava che il demonio, con tanto di coda, è di colore rosso, come le fiamme dell’inferno, così pure il monachetto, un folletto che molti vecchi del passato avrebbero giurato di incontrare per le contrade sanfratellane, sarebbe munito di casacca e cappuccio rossi. È così che noi bambini ce li sognavamo. Si tratta dunque di associazioni oniriche legate alla tipizzazione medievale dell’inferno? E poi, cosa c’entrano i giudei se Gesù verso il Calvario fu scortato dai soldati romani? Una serie di domande che poco riscontro hanno con i “giudei” della festa sanfratellana.

Allora cerchiamo di tornare nel Medioevo, per vedere cosa avviene nella Spagna governata dagli Aragonesi. Tra il 1302 e il 1335, a Girona, Barcellona e Valencia, città in cui sono presenti le più importanti comunità ebraiche del Regno di Aragona, hanno luogo atti di violenza a seguito delle celebrazioni del Venerdì santo. Carlo Susa[1] sostiene che

“Secondo alcuni storici il fatto che questi atti di violenza seguissero immediatamente le celebrazioni del venerdì santo in cui i fedeli rivivevano la Passione di Cristo, porta a pensare che la violenza fosse parte integrante del rito. In questo senso i riti della Settimana santa avrebbero codificato una ‘struttura rituale’, in cui i cristiani si rendevano protagonisti di una sorta di ‘semi-linciaggio’ o ‘semi-lapidazione’ per punire i responsabili della morte di Cristo, che avrebbe poi portato alla sistematica colpevolizzazione del popolo ebraico e alle conseguenti esplosioni di violenza contro gli ebrei degli anni successivi.”

Si tratta dei cosiddetti “disordini pasquali” frequenti anche in città italiane e controllati dalle autorità che dispiegavano le forze dell’ordine al fine impedire assalti alle giudecche[2]. Siamo in un periodo in cui, in Europa, gli ebrei sono oggetto di violenze da parte dei cristiani durante le feste natalizie e pasquali, ma anche nel periodo di carnevale e in occasione delle festività mariane. Durante tali ricorrenze si verificano saccheggi, danneggiamenti e in special modo sassaiole contro gli ebrei e i loro beni. Lo storico americano David Niremberg[3] dimostra che tali atti di violenza, diffusi in tutto il territorio iberico, hanno natura rituale e le sassaiole sono parte integrante dei riti del Venerdì santo, quindi anche negli anni precedenti a quelli in cui accaddero i fatti più gravi nelle città menzionate più sopra. Tali sassaiole erano dunque una consuetudine e provocavano danni reali, ma la loro entità era limitata essendo controllata dalle autorità.

Ariel Toaff[4] analizza il fenomeno delle sassaiole pasquali in Italia, dimostrando che il fenomeno era molto diffuso sul territorio italiano e che nello stato pontificio aveva perfino il patrocinio delle autorità:

“Per convogliare la violenza su binari controllabili, rendendola in gran parte inoffensiva, molti comuni italiani avevano scelto di far ricorso alla cosiddetta ‘sassaiola santa’, seguendo un copione preordinato e rigido, che non lasciava spazio alle deleterie improvvisazioni”.

Sappiamo che le Sacre rappresentazioni, in origine spontanee, sono frutto del connubio tra laudi e misteri, e che con esse ha origine il teatro all’interno del rito religioso. Qui la violenza da reale diviene simulata, quindi anche le sassaiole non saranno più fatte con sassi veri, ma con frutta e gli ebrei veri saranno sostituiti da figuranti, i cosiddetti “giudei”.

2.  La funzione del cappuccio.

L’uso del cappuccio pare sia nato in Italia intorno al sec. XII ad opera di confraternite di penitenti che, in maniera anonima, durante la Settimana santa giravano flagellandosi con catene in espiazione dei propri peccati. Dall’Italia l’uso del cappuccio arrivò in Spagna, anche qui inizialmente portato dai penitenti, o nazarenos, che precedevano le processioni, ma successivamente venne usato dall’Inquisizione obbligando gruppi di ebrei a indossarlo durante le rappresentazioni della Settimana santa per ridicolizzarli e identificarli come simboli del male. Il cappuccio pertanto adempiva ad una duplice funzione: da una parte mantenere l’anonimato di chi lo indossava e dall’altra permettere al popolo di identificare più facilmente gli indossatori e quindi renderli bersagli più visibili da colpire durante le sassaiole.

Il cappuccio indossato oggi dai “giudei” di San Fratello non dovrebbe essere tanto diverso da quello imposto agli ebrei dall’Inquisizione spagnola. Intanto l’indumento doveva essere brutto da fare ribrezzo e il popolo, nella sua profonda meditazione, doveva vedere nei “giudei” coloro che si erano macchiati di peccati imperdonabili. Inoltre, doveva ostentare un aspetto di scherno, riscontrabile in uno sberleffo, che in maniera esplicita fosse rivolto ai cristiani, un concetto questo affidato alla lingua di cuoio sulla quale è raffigurato il loro simbolo, equivalente quindi a parlar male della croce.

Nel dialetto galloitalico di San Fratello questo indumento è chiamato sbirijàn (pron.: sgb’r’jàn) e deriva probabilmente dal sic. sbiriugnari ‘svergognare’, si tratterebbe quindi di un cappuccio imposto in passato sul capo dei condannati al fine di sottoporli, in maniera anonima, al pubblico ludibrio. Ma con un po’ di fantasia, e con una variazione difficilmente giustificabile dai glottologi, potrebbe derivare anche dalla forma storpiata di spirijàn, che ha radice identica a spièrt (spirito, demonio). Così dovevano apparire alla devozione popolare tali “giudei”, delle emanazioni demoniache da detestare e scacciare.

La funzione dei “giudei” sanfratellani era, e lo è ancora, quella di disturbare la processione del Venerdì santo. Oggi è scomparso ogni comportamento violento, e il popolo accompagna i simulacri della passione di Cristo in devoto raccoglimento. Ma qualcosa di diverso doveva avvenire nei secoli passati, quando detti “giudei” dovevano avere uno spazio assegnato durante l’espletamento del rito ed essere oggetto di una ‘sassaiola’ probabilmente a base di arance, unico frutto del luogo presente nel periodo pasquale. Così il cappuccio poteva avere anche il compito di riparare il viso dagli schizzi degli agrumi.

3. Un comportamento provocatorio e la poca tolleranza delle autorità.

Che in passato sotto lo sbirijan potesse nascondersi qualche malfattore latitante e con l’opportunità del mascheramento fare un giro per salutare i parenti in paese, è un fatto pensabile. Non è però pensabile che tutti gli individui nascosti dal cappuccio fossero dei malfattori. Pertanto la ricorrenza pasquale, specialmente sotto il regime fascista, portava un notevole incremento delle forze dell’ordine, con lo scopo di fermare per accertamenti, un buon numero di figuranti. Questi erano di difficile cattura, in quanto si trattava di individui dal piede leggero, abituati a correre dietro alle greggi e capaci di spiccare salti adusi più a gente del circo che a persone normali. Spesso gli inseguimenti finivano con un nulla di fatto. Le bravate non mancavano, con arrampicamenti sui cornicioni delle case da dove potevano suonare i motivetti imparati dopo mesi di strombazzamenti per le campagne dietro agli animali. Insomma un comportamento provocatorio verso le forze dell’ordine, rafforzato dall’uso di alcolici, più che un disturbo della processione come lo era in origine.

4. Lo spettacolo moderno.

Oggi possiamo notare una trasformazione stilistica della “divisa” dei figuranti. Le originarie casacche sono state sostituite da pregiatissime giubbe attillate e ricamate con lustrini, munite di spalline da divisa di corazziere. Fino alla prima metà del Novecento, l’elmetto era posseduto da pochi individui, peraltro chiamati giurièa märch (giudeo marco) con riferimento al soldato romano Marco Longino che, secondo il Vangelo, conficcò la lancia nel costato di Cristo sulla croce, per finirlo. Si tratta quindi di una variazione rispetto al costume di altri figuranti che in passato dovevano far parte della rappresentazione della Via Crucis. Erano i soldati romani nel loro costume tradizionale e dal quale i “giudei” sanfratellani hanno preso la corazza, sostituendola con la giubba, e l’elmetto, dal quale hanno levato le parti che coprivano le guance. Gli schinieri sono scomparsi e sostituiti da un elaborato paio di ghette. Ai piedi sono calzate delle leggere e semplici scarpette di pelle grezza di bue, allacciate ai polpacci per mezzo di lunghe stringhe, in genere portate dai contadini e pastori.

Oltre alla tromba di tipo militare, di cui oggi sono muniti tutti i figuranti, costituisce parte della dotazione del “giudeo” la cosiddetta “disciplina” che è costituita da un grosso anello al quale risultano assicurate delle maglie di catena interallacciate con monete fuori corso. Un’elegante variazione delle catene con le quali i penitenti del Medioevo usavano flagellarsi.

Una confusione quindi che parte dalla comprensione del vestiario, essendo questo di non facile e sicura provenienza. Ma se volessimo pensare a qualche collegamento con preesistenti sincretismi religiosi, collegati con il mondo pagano, potremmo rimanerne delusi, a meno di non riferirci a quanto di pagano sia rimasto nelle ricorrenze della cristianità.

5.  Il fattore ‘turismo’ e le remore.

La “Festa dei giudei” di San Fratello continua a richiamare turisti, e oggi deve essere pensata come rappresentazione folcloristica. La processione del Venerdì santo nel passato era partecipata dal solo popolo sanfratellano e i più vecchi scioglievano voti camminando scalzi, mentre era facile vedere tanti giovani a spalla nuda avvicendarsi sotto la pesante bara del Crocefisso. I “giudei” adempievano la loro funzione per tre giorni e suonavano fino a notte fonda tornando a casa generalmente ubriachi, tranne il Venerdì santo che al rientro in chiesa della processione si ritiravano a casa in buon ordine.

Qualcuno nel passato recente ha pensato che sarebbe giunto il momento di eliminare questa festa perché offensiva per il popolo ebraico. Tantoppiù ora, visto che Papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa, a nome della cristianità, al popolo ebraico per i soprusi perpetrati nel passato a suo danno e in particolare per la falsità dell’accusa di deicidio che nel Medioevo era servita per mandare al rogo tanti ebrei. Della cosa se n’è occupato perfino il “Jerusalem Post”, come scrive il quotidiano “La Sicilia” del 23 marzo 2000, che parla di una nota di protesta presentata al governo italiano da parte del ministro del Turismo di Israele “a causa di ‘manifestazioni antisemite’ che si tengono nel nostro paese e che sono propagandate via Internet. Il riferimento è alla ‘festa dei Giudei’ che si tiene nel paesino siciliano di San Fratello il Giovedì e il Venerdì Santo, una manifestazione di larga risonanza e di antica tradizione di cui si sono occupati anche Sciascia, Pitrè e Buttitta.”

 Anche la richiesta di abolizione della “Festa dei giudei” sanfratellana, avanzata da una illustre studiosa italiana di fede ebraica, mi sembra eccessiva. Ci è mai venuto in mente quale potrebbe essere la risposta dei contemporanei a qualche gruppo fondamentalista non importa di quale religione monoteista, che chiedesse di non rappresentare più opere di Sofocle e di Eschilo, perché trattandosi di opere di fede politeista risulterebbero offensive alla propria religione?

Cambiare la denominazione con altra non risolverebbe ciò che i figuranti sanfratellani rappresentano e ciò che il popolo ebraico ha dovuto subire nel corso della sua storia. Direi piuttosto che, nella sua unicità folklorica, tale festa vuole ricordare al mondo fatti che non debbono essere dimenticati, compresa la falsità delle accuse, mosse dalla Chiesa del passato, contro il popolo ebraico. Quindi continui a sopravvivere la “Festa dei giudei” di San Fratello, che nella sua denominazione richiama la festa della Pasqua ebraica, preesistente a quella cristiana.

(Benedetto Di Pietro)

 


[1] C. Susa in “L’antisemitismo nei riti e nel teatro religioso medievali. Il caso della festa dell’Assunta in Aragona e in Sicilia (Secc. XIV-XV)”

[2] Rioni di città riservati alle comunità ebraiche, in cui vivevano liberamente, praticando il loro culto ed esercitando i loro commerci.

[3] D. Niremberg in “Communities of Violence. Persecution of Minorities in the Middle Ages”, Princeton University Press, 1996.

[4] A. Toaff in “Il vino e la carne. Una comunità ebraica nel Medioevo”, Bologna 1989.