Category: Antologia galloitalica


CHI ERMU E CHI SUOMA

(Percorso tragicomico di vincitori e vinti nel dialetto

galloitalico di San Fratello (Me).

[tratto da “U scutulan di la Rraca” ( Montedit, Melegnano 2000)]

.

Passuòma u tamp zzircann nta li sciachièzzi di li muri

pi vrar se ghj fuss cherca pruòva ch fasgiòss capìr

di ana arrivèan i Sanfrardèi,

cherca manijèra, cherca firma d’u tamp.

Nant di nant.                                                                          5

I Sanfrardèi vonu d’u nant.

N bel giuòrn, dipuòi di la cazzära di ghj’Ièrab,

nta la Siciglia s’apprisintèan  zzert pirsunègg

c’u fini precis di pighjer pussèss

di un d’i past i cchjù strèi di ’st màun: San Frarèu.                 10

Prima ni ghj’era nant, dièssu i duturuòi.

Cuscì i Sanfrardèi s’avossu mpussissèa

di n paiès chi ni n ghj’era mèanch sàura di la chièrta

e u battizèan “Terra d’i Frèi Sänt”.

Ni n ghj’era nant e gièa i Trai Sänt avàiu u cuvant                 15

e l terri e vist chi d’i Sänt sau Frarèu

avàia dicirì d’affirmers a càu past,

pi la divuzziàn di la sàua prisanza, quodda advintèa

la terra d’u Sänt Frèa Frarèu.

Ana arrivävu ghj mittàiu u nam ô past:                                              20

u Castidèr, la Mpèria, u Marchisèu, la Saunera;

disgiàiu ch eru i stisc d’i past ch’avaiu dascièa.

Quänn arrivèan ô biviji di Mascalìan

i nuov abitänt u nam n’u capìan

e ghj’arsuvònn chi era u chièus                                                         25

di cangers li pidizzi cam a cardver

pi fer la trasura ntô paiès cu li mèscari ,

sunann e abalann.

I vistimant cardvaròsch eru i scapucc p’i chièv a cavèu;

u papul era n chièuzzi di tala e camisgia                                            30

cu li tirdanti saura di la späda, capièi di peghja

fecc mascariera e àutr di vìan.

Pi divuzziàn, a Parta Antièga dascièn li carani

e dritt dritt arrivèan a Rracalaviera

ana s’arpussèan e adicirìan                                                    35

chi di ddèa ni si sgimuvàiu cchjù.

Ô Bänn fon la divisiàn di li cunträri:

quodda di nsùsa e quodda di ngiùsa,

n muòru di pulàr arriclamer la prupritèa

di cherch sänt                                                                         40

ogni vàuta ch s’avoss a fätt na festa.

I Sanfrardèi ni avàiu bisagn di scrivr:

pi roi scrivivu i patruòi

ch pardävu a la “tänu” e scrivivu n datìan

pircò eru ntilgiànt.                                                                  45

Nvec u papul era gnuränt

e pardäva sau u sanfrardèan

gièach a ràu u datìan ni ghj’agiuväva

e savàia ch’i scech se ni hièan la sai ni bavu

mèanch se i nviru a bavr cu li pirsuativi.                                           50

Dan Frareu Monedu pi fer na càusa bàuna

p’i suoi paisèi scrivì na bedda stuòria;

na stuòria dàngua cam la fäm, sàura d’i Trai Sänt,

dàudisg capitul tucc scritt n datìan,

ma i suòrc ghj dascìan sau cherca fuoghja                             55

pircò i Sanfrardèi n’u capìan.

Puru Dan Luigi Vasi si dott da fer

zzircann di truvèr li rrärghi sanfrardèuni

e prima si fo n gir nta l’Emilia

apuòi s’affirmèa ntô Piemaunt.                                                          60

Ma i Sanfrardèi son antiègh

cam li rrachi e li ginèstri di la Siciglia,

sèan parder li dàngui di mez màun

e son capèc di fer crar che vonu di ièutr bäni.

Canuòsciu d’èart d’attachèr i nzitt e i frustièr                         65

fina chi roi ni dèsciu u sarvègg

e si pighju u savàur d’u past.

Cuscì a San Frarèu ogni càusa è viva,

puru i bèanch s’arvòghju pi la festa d’i dimàuni,

pircò tutt anèsc ntô fàun di la terra,                                        70

tutt anièga ntê sciùm sfunèi

ch’ogni vàuta si partu u paiès a spassièr

a vaduòi vaduòi, sparpaghjànlu a mudich mudichi

pircò s’avòss a pèrdir la räzza

di na giant superba, cun ghj’uògg blu                                     75

e i cavài ndurèi, chi ièa la cuòrpa di sàntirs sàula.

I Sanfrardèi vonu di la Vèu d’i Dmàuni

e i giurièi di la festa di Pesqua spuntèan

cam li vìsciari di la terra.

Li maièri u vàiu dit: n giuòrn d’èua                                        80

si ièa a purtèr u Vadàn di la Vèu;

ma la sintànza fu pièi p’rcò la davèanca

arbànn i catarrätt e i samuòrch di li crièsgi

si purtèa u Cìan di la Vèu chi era ô centr d’u paiès.

La frèuna sluggièa i suoi abtänt                                              85

manànghji a svirnèr nta li barrächi di la Marina

a mbastardirs cui marränu,

accuscì li fomni sanfrardèuni

ni ièvu cchjù virgagna di mardèrs cui frustièr.

Era u 1950 e cherca rrädiu si suntiva                                     90

puru a San Frarèu, ma li mächni parlänt li usävu

ntê rrarutu a Cardvèr e li mazurki s’abalävu

giriànn c’u bo’ fina a stramazzer nterra.

Puòi ntô paiès arrivèa la televisiàn;

la giànt acumunzèa la sara a ardùgirs nta li cattàlchi              95

pircò u televisàur u avàiu sàu ddèa;

li pirsàuni s’acciantävu davänt d’u vitr parlänt

e ni pulàia parder cchjù nudd. U làppiji di la televisiàn

adijeva la giant e la fasgiàia cascher maläta

nta la buòcca di d’ärma.                                                                    100

E ddèa acumunzèa la vuntura d’u prugrèss

e u schièppa schièppa vers paisg duntèan,

tucc spersc p’u màun antucc cu li vecchji momi

che si nciuròn nta li chièsi giuòrn e nuòtt

aspitànn di pulàr turnèr arrièr a d’àumbra di la Rraca.                       105

Pachi si nturnèan pircò ni ghj currò l’äria;

ma tänti adicirìan di ni turnèr cchjù

pi la virgàgna ch’apruvèan quänn si ng’anèan.

I Sanfrardèi, lumbèard di la Siciglia,

frustièr n Siciglia e frustièr n Lumbardia,                               110

capìan chi l’unica càusa chi ghj’apartièn è na dàngua

scanusciùra ai Siciglièi e scanusciura ai Lumbèard.

Nièv d’i truvaràur pruvinzèi,

na vàuta girijèn i paìsg d’u Sud

giublànn i cavalièr nurmänd                                                   115

chi ghj dottu dignitèa a la giànt;

ara vèan girijànn i paìsg d’u Nord

cuntànn li valuntozzi d’i cavalier di la Siciglia

ch’ubblijèn i Siciglièi a scappèrsnu duntèan

pi pulàrs sarvèr la dignitèa di ami.                                          120

.

CHI ERAVAMO E CHI SIAMO

Passiamo il tempo cercando tra le fessure dei muri

per vedere se c’è qualche prova che faccia capire

da dove sono arrivati i Sanfratellani,

qualche indizio, qualche firma del tempo.

Niente di niente.                                                                     5

I Sanfratellani sono venuti dal nulla.

Un bel giorno, dopo la cacciata degli Arabi,

in Sicilia si sono presentati degli individui

col preciso scopo di prendere possesso

di uno dei siti più strani di questo mondo: San Fratello.                   10

Prima non c’era niente, hanno detto i sapientoni.

Così i Sanfratellani si sarebbero impossessati

di un paese che non c’era manco sulla carta

e lo battezzarono “Terra dei Santi Fratelli”.

Non c’era niente e già i Tre Santi(1) avevano il monastero   15

e i terreni e visto che dei Santi solo Filadelfo

aveva deciso di restare in quel posto.

in onore della sua presenza, quella divenne

la terra del Santo Fratello Filadelfo.

Dove arrivavano davano il nome al posto:                            20

il Castellaro, la Imperia, il Marchesato, la Savonara(2)

dicevano che erano gli stessi dei luoghi lasciati.

Quando arrivarono al bivio di Mascalino(3)

i nuovi abitanti non capirono il nome

e gli sovvenne che era il caso                                                            25

di cambiarsi d’abito come a carnevale

per fare l’entrata in paese in maschera

suonando e ballando.

Gli abiti carnascialeschi erano palandrane per i capi a cavallo

il popolo era in mutandoni e camicia,                                               30

coi forconi in spalla, cappelli di paglia

faccia sporca e otri di vino.

Per devozione, a Porta Antica(2) deposero le catene

e dritti dritti arrivarono a Roccalavera(2)

dove si riposarono e decisero                                                35

che da lì non si sarebbero più mossi.

Al Bando(2) fecero la suddivisione delle contrade:

quella di sopra e quella di sotto,

così da potere rivendicare la proprietà

di qualche santo                                                                    40

ogni volta che si sarebbe fatta una festa.

I Sanfratellani non avevano bisogno di scrivere:

per loro scrivevano i padroni

che parlavano alla “tannu”(4)e scrivevano in latino

perché erano intelligenti.                                                       45

Invece il popolo era ignorante

e parlava solo in sanfratellano

poiché il latino non gli serviva

e sapeva che gli asini se non hanno sete non bevono

neanche se invitati con persuasione.                                     50

Così Don Francesco Mondello(5) per fare cosa buona

per i suoi concittadini scrisse una bella storia;

una storia lunga come la fame, sui Tre Santi,

in dodici capitoli tutti scritti in latino,

ma i topi gli lasciarono solo qualche pagina                         55

poiché il latino non lo capivano.

Anche Don Luigi Vasi(6) si è dato da fare

cercando di trovare le radici sanfratellane

e prima s’è fatto un giro in Emilia,

poi s’è fermato in Piemonte.                                                  60

Ma i Sanfratellani sono antichi

come i sassi e le ginestre della Sicilia,

sanno parlare le lingue di mezzo mondo

e sono capaci di far credere che sono venuti da altri siti.

Conoscono l’arte di legare gli innesti e i forestieri                65

finché questi non lasciano il selvatico

e prendono il sapore del luogo.

Così a San Fratello ogni cosa è viva,

anche i sassi si svegliano per la festa dei demoni(7),

perché tutto nasce nel profondo della terra,                          70

tutto annega nei fiumi senza fondo

che ogni volta si portano giù il paese

per la valle, disperdendolo a pezzi

perché si deve perdere la razza

di una gente superba, con gli occhi blu                                             75

e i capelli dorati, che ha la colpa di sentirsi sola.

I Sanfratellani sono venuti dalla Valle dei Demoni(8)

e i giudei della festa di Pasqua sono venuti fuori

come i lombrichi della terra.

Le megere lo avevano detto: un giorno                                             80

l’acqua si porterà il Vallone della Valle(2);

ma la sentenza fu peggiore perché la frana

aprendo le cateratte e i sepolcri delle chiese

si portò il Piano della Valle(9) che era nel centro del paese.

Così la frana sloggiò i suoi abitanti                                       85

mandandoli a svernare nelle baracche della Marina(10)

a imbastardirsi coi marrani(11),

così le ragazze sanfratellane

non ebbero più vergogna di sposarsi coi forestieri.

Era il 1950 e qualche radio si sentiva                                               90

anche a San Fratello, ma le macchine parlanti(12) le usavano

nelle sale da ballo a Carnevale e le mazurke si ballavano

girando veloci fino a stramazzare per terra.

Poi nel paese arrivò la televisione

e la gente cominciò a radunarsi nelle cattoliche(13)             95

perché il televisore c’era solo lì;

ci si piantava davanti al vetro parlante(14)

e non poteva parlare più nessuno. L’oppio della televisione

incantava la gente e la rendeva ammalata

nella bocca dell’anima(15).                                                   100

E lì cominciò l’avventura del progresso

e il fuggifuggi verso paesi lontani

tutti dispersi per il mondo insieme alle vecchie madri

che si chiusero nelle case giorno e notte

in attesa di poter tornare ancora all’ombra della Rocca(16).           105

Poche sono tornate perché non le correva l’aria;

ma tante hanno deciso di non tornare più

per la vergogna che provarono quando se ne andarono.

I Sanfratellani, lombardi di Sicilia,

forestieri in Sicilia e forestieri in Lombardia,                        110

hanno capito che l’unica cosa che gli appartiene è una lingua

sconosciuta ai Siciliani e sconosciuta ai Lombardi.

Nipoti dei trovatori provenzali,

girarono i paesi del Sud

giubilando i cavalieri normanni                                            115

che diedero dignità alla gente;

ora vanno in giro per i paesi del Nord

raccontando le gesta dei cavalieri(17) della Sicilia

che hanno obbligato i Siciliani ad andare lontano

per poter salvare la dignità di uomini.                                              120

Note:

(1) I santi fratelli Alfio, Filadelfio e Cirino erano di Vaste, in Puglia, e furono martirizzati a Lentini nel 252 sotto la persecuzione di Tertullo.

(2) Contrade del comune di S. Fratello.

(3) Mascalino è una mia ipotesi sull’origine del nome Mascherino (in dialetto Mascarìan), una contrada di S. Fratello. Il termine greco doveva indicare un bivio verso l’antica città greca.

(4) Parlare alla tannu (in siciliano ‘allora’): denota la gente di idioma diverso dal sanfratellano. In genere indica chi vuole distinguersi dal volgo.

(5) Sacerdote vissuto nella prima metà del secolo XVIII, autore di “Alontiados” in cui narra le gesta dei Tre Santi. (cfr. L.Vasi in Origini e Vicende di S. Fratello, Palermo, 1882)

(6) Sacerdote vissuto nell’800, autore degli studi  filologici ed altri su S.Fratello.

(7) La Festa dei Giudei è stata definita da alcuni “La festa dei diavoli”.

(8) E’ una storpiatura di Val Demone, una delle suddivisioni della Sicilia antica, insieme con Val di Noto e Val di Mazzara.

(9) Era il centro del paese di S. Fratello che fu distrutto dalla frana del 1922.

(10) Il paese di Acquedolci, ora comune autonomo, sorse a seguito della frana che colpì S. Fratello nel 1922.

(11) E’ uno spregiativo, col quale i sanfratellani indicavano quelli dei paesi vicini, legato alla denominazione data agli ebrei convertiti al cristianesimo.

(12) La macchina parlante è il grammofono.

(13) Sale parrocchiali.

(14) Apparecchio televisivo.

(15) Il petto era considerato sede dell’anima.

(16) Roccaforte, simbolo di S. Fratello.

(17) Maggiorenti

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Note sulla fonetica

La pronuncia delle vocali e consonanti segue la regola della lingua italiana, ad eccezione di quanto segue:

<ä>        Palatalizzata (ingl.: that, bad), porta sempre l’accento tonico, anche se non espresso (pätri ‘padre’, quänn ‘quando’, nicissäriji ‘necessario/i’).

<i>          Va pronunciata come in italiano se fa parte di gruppi vocalici o porta l’accento tonico (fìssa ‘fesso’, durdìi ‘sporcizie’, antiegh ‘antico’ carusgì ‘ragazzi’); oppure se è finale di parola al plurale femminile: (famighji ‘famiglie’, àuri ‘ore’, caràusi ‘ragazze’) o di aggettivo sostantivato plurale femminile, (la cchjù bedda di tutti ‘la più bella di tutte’) e nei monosillabi chi ‘chi (pron. relativo soggetto)’, di ‘due’ (contrazione), negli aggettivi mi, ti, si ‘mio, tuo, suo’.

Nelle particelle pronominali mi ‘meli’ e i ‘li’ precedute da verbo la <i> finale va pronunciata: es. dami ‘datemeli’, faghji ‘fateli’.     Negli altri casi, se non è tonica, la <i> è muta (chi ‘che cosa’, mi ‘mi’, ni ‘non, né’, pi ‘per’, li ‘le (art.)’, filièria ‘fila’, caminer ‘camminare’ zzonir ‘cenere’).

<c/cc>     Affricata mediopalatale sorda (ital.: cibo, pace, caccia); segue la regola italiana: ca, co, cu oppure ce, ci, c (come nel lombardo tucc ‘tutti’)

<ch/cch>  Occlusiva velare sorda (ital.: chilo, occhi).

<chj/cchj> Affricata postpalatale sorda (ital.: chiodo, chiurlo).

<d/dd> È sempre occlusiva cacuminale sonora (sicil.: beddu).

<dr> Affricata alveolare sonora (draunera ‘tromba marina’, dritt ‘diritto’). 

<ghj> Affricata postpalatale sonora (sicil.: famighja).

<g/gh> La <g> davanti alle vocali [a], [o] ed [u] e la <gh> davanti ad ‘[i] ed [e] ha una pronuncia occlusiva velare sonora (assiguter ‘rincorrere’, fataga ‘fatica’, màunigh ‘monaco’, sdungher ‘allungare’).

<g> È affricata mediopalatale sonora se davanti a [i] ed [e] (giant ‘gente’, arrager ‘arrabbiare’).

<n> Ha suono nasale nelle sillabe in cui è preceduta da vocale, anche se questa è scomparsa nelle iniziali di parola (n ‘uno (art. ind.), ne (part. pron.)’, nduter ‘dotare’, nvern ‘inverno’, son ‘sono (v. 3^ pl.)’, dangua ‘lingua’). Nel caso specifico del monosillabo <n>, sia articolo indeterminativo ‘un, uno’ sia particella pronominale ‘ne’, ha pronuncia nasalizzata [ũ] in cui la /u/ è caduta. 

Deve essere pronunciata come in italiano quando fa parte di una sillaba nella quale è seguita da vocale (aner ‘andare’, nav ‘neve’; ni ‘non’ [con <i> muta ]).                       Quando <n> (articolo o preposizione) precede una parola che inizia per <i> si palatalizza in <gn>. Così: cun iea ‘con me’, n ieu ‘un gallo’ si pronunciano cugn-iea e gn-ieu. Davanti ad [a], [e], [o], [uà], [u] e [uò] la <n> si pronuncia <ngh>: n arb = ngh-arb ‘un cieco’; n erbu = ngh-erbu ‘un albero’; n uazzieu = ngh-uazzieu ‘un uccello’; cun uoi = cungh-uoi ‘con Lei’; cun un = cungh-un ‘con uno’. La <n> si pronuncia <m> davanti alle labiali: così n bäsi ‘in base’ = m-bäsi, n pogn ‘una pigna’ = m-pogn.

<nn> L’uso di <nn> è limitato ai gerundi e negli altri casi in cui si vuole evitare la nasalizzazione (anann ‘andando, quänn ‘quando’, affänn ‘affanno’)

<r> Vibrante alveolare (ràu ‘lui’, roda ‘ella’, caraus ‘ragazzo’). Si può trovare in sia iniziale di parola (rau, roda, roi/rodi ‘egli, ella, loro’) sia all’interno della parola (rruora ‘ruota’, muoru ‘modo’, ecc.).

<rr> Vibrante dentale sorda (rràu ‘origano’, Rruoma ‘Roma’, ferr ‘ferro’, arranzirì ‘arrugginito’, rraù ‘ragù, rroda ‘fredda, stecchita’).

<s> Indica la fricativa alveolare sonora (ital.: rosa ) quando si trova in posizione intervocalica (rruosa ‘rosa’, ) o finale (caraus ‘ragazzo’). Ha pronuncia fricativa alveolare sorda se si trova in posizione iniziale davanti a vocale (sänt ‘santo’, suner ‘suonare’).

<ss> Indica la sibilante dentale sorda (quoss ‘codesto’, sfassessa ‘dilapidatrice’).

<sg> Indica il suono fricativo mediopalatale sonoro davanti alle vocali [i], ed [e] o in posizione finale di parola (cusgina ‘cugina’, basger ‘baciare’, dusg ‘fuoco’). La scrittura diventa <sgi> quando precede le vocali [a], [o] e [u] (stasgian ‘stagione’, plasgiò ‘piacque’, sfasgiunèa ‘sfaccendato’).

<s+cons.> Davanti alle consonanti [c], [f], [p] e [t]  la <s-> si realizza sempre col suono <sc> fricativo mediopalatale sordo (ital.: scemo): studier, sfascer, scarper, spaghjer. Davanti a [b], [d], [g], [m], [n], [r] e [v] si pronuncia <sg>: col suono fricativo mediopalatale sonoro: sbaghjer ‘sbagliare’, sdungher ‘allungare’, sgarger ‘sgolare’, smuòviri ‘muovere’, snirver ‘snervare’, svinter ‘sventare’.

<str> Fricativa prepalatale sorda (strùmula ‘trottola’).

<tr/ttr> Affricata prepalatale (pätri ‘padre’, quättr ‘quattro’).

<z/zz> Affricata dentale sonora (mez ‘mezzo’, zinzeuna ‘zanzara’) e sorda (mäzz ‘mazzo’, zzièu ‘zio, cielo’, zzucch ‘tronco’, azzufer ‘litigare’).

Segnaccento: di solito segue la regola dell’italiano. Se non diversamente indicato, nei dittonghi <ai> <au> <ea> <eu> l’accento cade sulla prima vocale: fài ‘fieno, fate (verbo)’, micaràur ‘fazzoletto’, abarèan ‘badarono’, zzièu ‘zio’, èua ‘acqua’, parch-spìan ‘istrice’; ma baùl ‘baule’, spijàn ‘spione’, spiànn ‘chiedendo’. Mentre in <uo> e <ia> cade sulla seconda vocale: nfuòrra ‘fodera’, nciànta ‘incinta’. Viene sempre segnato quando cade sulla terz’ultima sillaba.

L’accento circonflesso indica la coalescenza (o contrazione) tra vocali, com’è il caso delle preposizioni ê ‘ai, agli’, ô ‘al, allo’, ntê ‘nei, negli’, ntô ‘nel, nello’, faghjî ‘fateglieli’, ecc.

  .

Arriva u Dnareu

Li nausg e d’eutra frutta socca arcughjira nta la Stasgian avaiu a èssiri munäri di li scarzi e atturräri ô paunt giust. Li fieji socchi avaiu a èssiri zzirnuri cun cura e mnuzzäri fini fini. U vian cuott chi s’avaia priparea quänn era u sa tamp fann buòghjiri trai litr di muost, fina a ferlu scunchjir a n terz, era ancara beu ammucciea, pirco la nascia näna savaia chi nieucc carusgi n’avimu u cumpart d’aspiter e arzijeva di fer u dauzz di Dnareu sanza u vian cuott, ch’era u matarieu quäsi ndispinsäbu pi chi n’avaia mieu o zzucar bunänt. La simeuna prima di Dnareu nta tutt li famighji cumunzäva la grean fataga dû dauzz u cchjù cumplichiea di tutt d’än: u cciamävu “cud’ran” e era n miscuteu cian di mpest chi vniva fätt cu la rraba chi vi disc, aggiungiànnighji tantian di caneda e trai ciai di garafu.

Nieucc carusginì avimu na fart aspitativa: Dnareu è la festa dû Bambnian e bisagna fer tutt cau chi e nicissäriji pi la priparazian di d’ärma: quindi pi quänt e pisänt sùsirsi manàu a la mattina p’aner a la crièsgia a la nuvena, vien accittea vluntieri e cu na zzerta mpurtänza di chi si vau sàntiri gränn. Riturnämu a li nasci chiesi chi era giuorn e a strära strära cantämu li canzunini ch’avimu cantea prima nta la criesgia. M’aspitäva na bedda täzza di dätt e cafè.

La vigiglia di Dnareu anämu a la mossa di mezanuott. Nta la crièsgia cumunzävu i uei: chi s’avaia purtea da ncasaua na siegia, ghjila fasgiaia a assitersi; ghj’ieucc artävu a la dritta. Cun quossa dispusizian s’avaia arnièsciri a vrar la nèscita dû Bambinian. Dich “s’avaia” pircò quoda nuott puru i sanza Diea, i rrinijiei, e chi cchjù ngh’iea cchjù n mott, anävu a la criesgia e quänn era u mumant dû «Gloria in Excelsis Deo» s’avvirfichieva u miräcul: si surduväva na tana e s’apprisintäva n prisèpiji cui pirsunegg greng cam se fussu veru, chi dan Toto “ugian”(1), u pararaur di tutt li festi, i avaia fätt chi paraiu viv. Ara u fätt è chi cau mumant u canuscimu tucc e cuscì tantinian prima mi susimu tucc a la dritta; quoi chi eru ô faun di la criesgia acchjanävu saura di li siegi e cuscì ghj’urtim pulaiu vrar sau li späddi beddi mbutiri di quoi chi stasgiaiu davänt. Fniva sampr a scierrî e munäzzi.  Pi quoda pararura dû prisèpiji, la cchjussei peart dî prisant ni participäva a la mossa. La Rigina, San Giusepp e u Bambinian eru fuora discussian; ma ghj’ieucc pirsunegg vnivu taliei cun attenzian; i custum chi tucc ghj’iegn eru fätt di rrabi divarizzi, li fecc, i gest. Aramei la divuzian dû papul i canusciaia a tucc e i avaia fätt advinter sänt. Cuscì San Zagaria purtäva li dogni, Santa Prìcita avaia n canostr di arengi ntesta, San Crispian cu la saua banchitta di scarper stasgiaia fann n per di sänuli pi San Giusepp chi s’avaia ardugì schieuzz a furia di camner a pè darrier dû scecch, e cuscì via.

Ma u papul ni s’affirmäva ddea: cuscì cau ienn u purtaraur di dogni arsumighjieva precis ô sanagh dû paies, nvec u piscaraur avaia tucc i fazzum dû pätri dû spizzijieu.

A nieucc cchjù chjinì ghj’era n pirsunegg chi mi manäva a li cilestri: era cau Bambinian, ntô mezz di n bà e di n sciaccardian, chi ghji nisciva cuntuntozza di tutt bäni. L’unich pirsunegg dû prisèpiji chi n’avaia tänt secut era un dî re Magi chi purtäva la mirra. L’unica saua cuorpa era quoda chi nudd savaia sach era u sa rijiel.

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  1) ugìan ‘occhino’, soprannome di persona derivato dalla cosiddetta “caramella”, usata nel suo lavoro di orologiaio. Esiste anche ugialian ‘occhialino’ e ugiott ‘asola’.  

Arriva Natale

Le noci e l’altra frutta secca raccolta durante il periodo estivo dovevano essere ripulite della parte legnosa e tostate al punto giusto. I fichi secchi dovevano essere scelti con cura e tagliati a pezzetti. Il vin cotto, che si era preparato a tempo debito facendo bollire tre litri di mosto fino a ridurlo ad un terzo, era ancora nascosto con cura perché la nonna sapeva che a noi bambini piaceva molto e rischiava di fare il dolce di Natale senza tale ingrediente, quasi indispensabile per chi non disponeva di miele o di zucchero in abbondanza.

La settimana che precedeva Natale in tutte le famiglie cominciava il grande lavoro del dolce più complicato dell’anno: lo chiamavano «cudduruni» ed era una ciambella ripiena dell’impasto che veniva fatto con gli ingredienti di cui vi ho detto, a cui veniva aggiunto un po’ di cannella e tre chiodi di garofano.

In noi bambini c’era una grande attesa: Natale è la festa di un bambino e non si deve mancare a tutto ciò che la preparazione spirituale comporta: quindi pur duro che sia doversi alzare presto il mattino per andare in chiesa alla novena di Natale, è accettato con amore e col piglio di chi vuole sentirsi grande. Il ritorno a casa avveniva che era giorno e per le strade seguitavamo a cantare le canzoncine che avevamo cantato prima in chiesa. Ci attendeva una ricca colazione.

La vigilia di Natale si andava a messa di mezzanotte. In chiesa cominciavano i problemi: chi s’era portata una sedia da casa propria riusciva a sedersi; gli altri dietro in piedi. Con questa disposizione si sarebbe riusciti a vedere la scena della nascita del Bambinello. Dico “si sarebbe” perché quella notte anche gli atei, i rinnegati, gli apostati, e chi più ne ha più ne metta, andavano in chiesa e quando era il momento del «Gloria in excelsis Deo» avveniva il miracolo: si alzava un sipario e si presentava un presepio con personaggi a grandezza naturale che don Totò “occhino”, apparecchiatore di tutte le feste, aveva con particolare cura resi quasi vivi. Ora si dava il caso che quel momento lo conoscevamo tutti e quindi un attimo prima ci si alzava in piedi; quelli in fondo salivano sulle sedie e così gli ultimi potevano vedere solo le spalle ben imbottite di quelli che stavano davanti. Finiva sempre in litigi ed azzittimenti.

Per quella scenografia del presepio, la maggior parte dei presenti non era partecipe della messa. Maria, Giuseppe e il Bambinello erano fuori discussione, ma gli altri personaggi venivano osservati attentamente; i costumi che tutti gli anni erano fatti con i soliti abiti dismessi, le facce, i gesti. Ormai la devozione popolare li conosceva tutti e li aveva santificati. Così San Zaccaria portava la legna, Santa Brigida aveva una cesta di arance sul capo, San Crispino col suo banchetto da ciabattino era in procinto di fare un paio di sandali a San Giuseppe che s’era ridotto scalzo a furia di camminare dietro all’asino, e così via.

Ma il popolo non si fermava lì: così quell’anno il portatore di legna somigliava verosimilmente al sindaco del paese, mentre il pescatore aveva tutte le fattezze del padre del farmacista.

Per noi più piccoli c’era un personaggio che ci mandava al settimo cielo: era quel Bambino, tra un bue ed un asinello, che sprizzava gioia da tutte le parti. L’unico personaggio del presepio che non aveva un grande seguito era uno dei re Magi che portava la mirra. L’unica sua colpa era dovuta al fatto che nessuno conosceva cosa fosse il suo dono.

  .

Da “A tarbunira” (Il Lunario, Enna 1999)

 Â tarbunira

 — Na vauta s’arcaunta e si disg,

ô tamp dû re dî bàia

ghj’era a Maunt Sar

na mändra di väcchi bleanchi. —

Cuscì accumunzäva u zzu Arfìan

u caunt di la mändra

tramurära ng’ar.

Nièucc carusgì assitei,

â tarbunira, ô scalan di la parta

sprämu chi n giuorn

m’avàia acapter di vrar

na bièstia cun tänt di mulogn

ô cadd, scampanijer

ntô buscott di Cudura.

— L’avai a pighjer pi li carni

e tinarla fierma, masenanqua

sprisc. Ma se ghji la fai,

acumanzu a passervi davänt,

una, daui, ciant väcchi,

li ciarvedi, i chiei,

li scioschi dû dät, i quadirì dû rräm,

tutta la rrantidarìa

e a mèan a mèan si chièngiu ng’ar fìan. —

Mi suntimu giea rricch, ma ogni sara

si rrumpiva u ncantiesim

quänn mestr Antunìan turnäva di la campegna

a caveu di n scecch cilärb cu n fesc d’aiàna.

Anämu a rruberghjila pi ferm li sampogni

e tutt li vauti eru santiuòi e giastomi,

chi m’avàiu a cascher ghj’uogg

pircò ermu fighjuoi di grèan baiesci.

  .

All’imbrunire

– Una volta si racconta e si dice, (1) / al tempo del re dei boia / c’era a Monte Soro(2) / una mandria di vacche bianche -. / Così cominciava lo zù Alfio / il racconto della mandria / tramutata in oro. // Noi bambini seduti, / all’imbrunire, sul gradino della porta / speravamo che un giorno / ci doveva capitare di vedere / una bestia con tanto di campanaccio(3) / al collo, scampanellare / nel boschetto dei Collura(4). // – Dovete pigliarla per le corna / e tenerla ferma, sennò / sparisce. Ma se ce la fate, / cominceranno a passarvi davanti, / una, due, cento vacche, / le caprette, i cani, / le fiasche del latte, le caldaie di rame, / tutta la mandria, / e mano a mano si tramuteranno in oro fino -. // Ci sentivamo già ricchi, ma ogni sera / si spezzava l’incantesimo / quando mastr’Antonio tornava dalla campagna / in sella ad un asino guercio con un fascio d’erba(5). / Andavamo a rubargliela per farci le zampogne / e tutte le volte erano bestemmie e imprecazioni, / che, per quel piagato di Cristo, / dovevano cascarci gli occhi / perchè eravamo figli di grandi bagasce. 

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(1) È la formula con cui si inizia un racconto ed equivale a “C’era una volta”.(2) Monte Soro fa parte dei Nebrodi e resta alle spalle di San Fratello.

(3) mulògn è un campanello usato per gli animali al pascolo e si distingue dalla campèuna (campanaccio) per il formato che è conico. I bubboli sono le ciancianeddi.

(4) Nome di famiglia locale.

(5) L’aiàna è l’avena selvatica. 

 .

La carchiera 

La carchiera si mangieva

li rrachi ftegni

e li rrachi scaväri ntô beuzz.

Quarantuott auri di dusg

sanza mei abunter

di fascini di sarmanti,

stripuoi, rrämi di stìanch

e era quazzina fätta.

I carcarer ghji dasgiàiu fart

cu li mäzzi

e u peu di ferr a scarpieu.

N carp e mezz gir,

n carp e mezz gir.

Si smangieva la rraca

e ciràia adieg adieg

fina a fer n pirtus

di mez metr e cchjù.

S’aparäva cu la puovr e la miccina

e si anciva

di cièpula rruossa.

Di la zzima dû beuzz

gridäva na vausg:

 “A uoi! A vièucc, amucciàvi! 

V’abbrusgia! V’abbrùsgia!”

Mièuma mi strascinäva

nta la ièngara e cu li mei

mi ntuppäva uogg e arogi.

Sparäva dintèan la rraca,

si susiva la nègia

e pighjieva la gaula.

Tra la curva di Mascarìan

e la turnära di Rracataghjiera

la chieva quoda vauta

sparea da saula e sparpaghjiea

a Frareu

nta li traffi dî camaruoi.

Ara ghj’è n fart vant e mi stralìa sanza misircàrdia

nta li scieri di tutt li campegni,

pi li sträri e i paìsg 

di tutt u màun.

Aìra cristijei, tinam fart!

 .

 La calcara

La calcàra(1) si mangiava / le rocce dure / e le pietre scavate nel dirupo./ Quarantotto ore di

fuoco / senza mai fermarsi / di fascine di sarmenti, / sterpi, rami di lentisco / ed era calce fatta. / I calcarari gli davano forte / con le mazze / e il palo di ferro a scalpello. / Un colpo e mezzo giro, / un colpo e mezzo giro. // Si consumava la roccia / e cedeva piano piano / fino a fare un foro / di mezzo metro e più. / Si caricava con la polvere / e la miccia e si riempiva / di coccio rosso. // Dalla cima del dirupo / gridava una voce: / “Ehi voi! Ehi voialtri, nascondetevi! / Vi brucia! Vi brucia!” / Mia madre mi trascinava / nella grotta e con le mani / mi tappava occhi e orecchie. / Esplodeva lontano la roccia, / si alzava la nebbia / e prendeva la gola.// Tra la curva di Mascherino(2) / e il tornante di Roccatagliata(2) / la cava quella volta / esplose da sola e disseminò / Filadelfio / tra i cespugli delle euforbie. // Ora c’è un forte vento / e mi trascina senza misericordia / nelle macchie di tutte le campagne, / per le strade e i paesi / di tutto il mondo. // Aiuto gente, tenetemi forte! 

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(1) Forno per la cottura della roccia calcarea per la produzione della calce.

(2) Contrade di San Fratello 

 .

I cavei sanfrardei 

Ngarrufei nta na ngana dû ccìan

i cavadì sarvegg e li giumanti buriàusi

quänn ghj’acchjappäva la muosca 

sbruffävu nirvausg. 

I purtävu dî cumùi nta la giant 

pi la fiera di San Mniritu

e i amansävu strunzànighji a galapp

cun quättr giuvnuttuoi saura di la carina

nta li punini di li Quazzineri

nta li casti di la Murära. 

La prima niscira era ai diesg di Mei, 

pi la festa dî Trai Sänt. 

I cavei cui cavalarizz ncudei 

cam quoi di cascaveu, 

i cavostr cui ferr, li seddi, 

li brìnuli di tucc i culaur, 

pighjievu u galapp pi la cavarchiera

dû Maunt Vecchj. 

Nta la puvrazzära chercun artäva

cu li ienchi rruotti,

ma ni s’avàia a savar.

Ghj’eru di cavei cû purtamant  signuribu:

eru quoi di Daninu. 

I tinàiu nciàusc nta n catuosg 

a n di luchiei: nta un ghj’era na carrazza nara cui frisc

e i curduoi ndurei e li ntarci finti.

Quänn anävu a la Gräzzia mpaièi 

eru aparei cû mänt cui pirtusg 

pi l’arogi e u pinnäcchj:

avàiu la testa ièuta e u päss pisänt

 .

I cavalli sanfratellani

Stretti in un angolo dello spiazzo / i puledri selvatici e le giumente boriose / quando gli prendeva la mosca / sbruffavano nervosi. / Li portavano dai terreni comunali tra la gente / per la fiera di San Benedetto / e li domavano dandogli al galoppo / con quattro giovanottoni sulla schiena / nelle discese delle Calcinere (1) / nelle salite della Murata (1). // La prima uscita era il dieci di Maggio, / per la festa dei Tre Santi. / I cavalli coi cavallerizzi incollati / come quelli di caciocavallo(2), / le cavezze con i morsi, le selle, / i pendagli di tutti i colori, / prendevano il galoppo / per la cavalcata del Monte Vecchio (1). / Nel polverone qualcuno rimaneva / con le gambe rotte, / ma non si doveva sapere. // C’erano due cavalli col portamento / signorile: erano quelli di Don Nino. / Li tenevano rinchiusi in un catoio (3) / a due locali: in uno c’era / una carrozza nera con i fregi e i cordoni dorati e le torce finte. / Quando andavano alla Grazia (4) aggiogati al tiro / erano parati col mantello coi passanti / per le orecchie e il pennacchio: / avevano la testa alta e il passo pesante. 

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(1) Contrade di San Fratello.

(2) Il paese di San Fratello ha un’economia basata sull’agricoltura e sulla pastorizia. Da sempre è stato produttore di latticini, tra i quali l’ottimo caciocavallo lavorato in cuuzzìni (provole) che vengono legate in coppia e messe a stagionare a cavallo ad un bastone; con i ritagli della lavorazione vengono confezionati artistici animaletti, portati ai bambini come giocattoli commestibili.

(3) Parte sottostante della casa.

(4) La contrada del Cimitero.

 .

Duna ccina

U cutan dî cchjupp 

ch’artulìa ntê ccìi mi fea memuòria 

ch’i tuoi alustrausg novantegn

dean n significhiea ô tamp

chi ntristisc

pi la làgica fini. 

Ma tu ghji crari daveru 

chi la mart vau dir chercausa 

se mi peardi ancara 

di na duna strazzära 

chi vea anann n gir ntô zzieu

pi curpir a chi la uerda fissa? 

Quänt ghji pà u fätt

d’avar mparea arriptì ô cuor

la magarìa

sanza mei sbaghjer na parada?

Se a d’alustr di na duna quinta e dièsgima

cau meu pighja ancara rribaur

e u rruculier si fea a n duoi

n grir di dulaur

na prijera ùrtima.

E’ u sclamer di sàntiri  u sciar 

di la sciaur di li vièrgini

chi ntô mas di Mei si spänn

e si fea cautra nta la nuott.

 .

Plenilunio

Il cotone dei pioppi / che fa mulinello nei cortili / mi suggerisce che i tuoi lucidi novant’anni / danno un senso al tempo / che intristisce / per la logica fine. // Ma tu credi davvero / che la morte significhi qualcosa / se mi parli ancora / di una luna stracciata / che va in giro per il cielo / a colpire chi la guarda fissa? / Quanto può l’avere imparato / ripetuto al cuore / la formula magica / senza mai sbagliare una parola? // Se nel chiarore del plenilunio(1) quel male (2)/ prende ancora consistenza / e l’ululato si difforma / in grido di dolore / in preghiera estrema. / E’ il desiderio di sentire / l’essenza / del fiore delle spose (3) / che a Maggio si spande / e si fa coltre nella notte.

(1) Lett. luna quinta e decima (quintadecima) ossia luna piena (15° giorno dal novilunio).

(2) L’epilessia.

(3) E’ il “Philadelphus virginalis” detto anche “fiore delle spose”.

 .

Da “Färabuli” (Centro Internazionale sul Plurilinguismo, Università di Udine, 2004) 

La zzijela e la frumiega

La zzijela gieach avaia cantea

tutta l’Estea,si truvea sanza pruvisti

quänn u zieu ghji fo vrar li visti:

n’avaia n cacc di scaghjuola o di frumant,

e meanch na mudichina di verm o di n sa parant.

Agliauri anea a cièngiri pi la grean fäm

ana la frumiega saua visgina di scurzäm

aprigànnila di mpristerghji cherca muieghja

pi pularsi sustinar fina a la nuova peghja.

«Cumarina, prima d’Auost, uò na trasura,

uò pighjer la peaga cam cantänt di cunträra

— ghji diess, e agiurea parada d’animeu —,

accuscì vi tuorn i ntiresc cun tutt u capiteu.»

La frumiega, u sauoma, ni è pi nant burgiasa

e iea u difiett chi ni mpresta mei la spasa.

«Sach fasgii quänn u tamp era ban?»

ghji diess a la zzijela cu la fecc di bardan.

«Ni vi displasgioss se vi dich chi iea cantäva

nuott e giuorn pi ogni attupänt ch’arriväva.»

«Cumär zzijela, mi ng’adiegr assei chi uoi cantest,

ma ara antucc cu la frengia abalai u rrest.»

 .

La cicala e la formica

Poichè la cicala aveva cantato / tutta l’estate, si trovò senza provviste / quando il gelo cominciò a farsi sentire(1): / non aveva un chicco di miglio o di frumento, / e nemmeno un pezzetto di verme o di un suo parente(2). / Quindi andò a piangere per la grande fame / presso la formica sua vicina di casa(3) / pregandola di prestarle qualcosa da mangiare /per potersi sostenere fino alla nuova estate(4). / «Comarina, prima di agosto, avrò un’entrata, / dovrò prendere la paga come cantante di contrada / — le disse, e giurò sulla sua parola d’onore —, / così vi restituirò gli interessi con l’intero capitale.» / La formica, lo sappiamo, non è per nulla generosa / e ha il difetto di non prestare mai gli alimenti. / «Cosa facevate quando il tempo era bello?» / disse alla cicala sfacciata(5). / «Non vi dispiaccia se vi dico che cantavo / notte e giorno per ogni avventore che arrivava.» / «Comare cicala, sono molto contenta che voi avete cantato, / ma ora insieme con la fame(6) ballate il resto.

1. Lett.: ‘gli fece vedere il panorama’. Ironicamente sta ad indicare chi soffre per una cosa spiacevole.

2. I parenti dei vermi sono le mosche e le farfalle.

3. Lett.: ‘corteccia’ dell’albero in cui trovano riparo gli insetti. 

4. Lett.: ‘nuova paglia’. Si allude alla trebbiatura, quindi all’estate che verrà.

5. Lett.: ‘faccia di basto’. 

6. Lett.: ‘francia’. Il termine veniva usato dai prigionieri di guerra (1915-18) in luogo di ‘fame’ per evitare la censura austriaca (L. Spitzer).  

 .

 Ghj’animei cû marb nar

N meu chi simana tirraur,

ch’u Zzieu ntô sa furaur

nvintea pi castigher li malfätti di la terra,

u marb nar (bisagna acciamerlu cam ntô quadern),

capec nta n giuorn di ànciri di nfern,

a ghj’animei ghji fasgiaia la uerra.

N’è chi murivu tucc, ma ognun pativa.

Ni si vraia nudd occupea a der

sustiegn a na vita chi muriva;

u pitit n’u fasgiaia vnir nudd manger.

Né dauv né uorp puntävu

la chieccia dauzza e nnuciant.

Li turturini scappävu;

d’amaur n’assistiva cchjù nta nant,

e di l’adigrozza nin ghj’era meanch u vant.

U lian tien n cunsoghji e pearda:

«Iea suogn cunvint, chier amisg miei,

ch’u Zzieu affunù pî nasc pichiei

mi manea ssa svuntura tanearda.

Di nieucc, cau chi cchjussei ghji cuorpa

iea èssiri sacrifichiea a cau chi tutt uerda;

accuscì mi pà vnir u pirdan pi la giant.

La stuoria mi mpära chi ntê suprizzi

cam quoss si fean puru sacrifizzi.

Nanqua, sanza avantermi di nant,

fuoma l’esämi sanza ndulgianza

dû stät di la nascia cuscianza.

Pi n quänt a iea, sadisfann u miea pitit,

mi mangiei na bedda pässa di crastei.

Sach m’avaiu fätt roi, nnuciant fitt!

M’assucirì puru di mangermi i uardiei.

Iea mi sacrifich, nanqua, se ghj’è bisagn.

Ma iea pans chi p’ognun è causa bauna

se s’accusa cam foi iea: pircò di tucc i sagn

u cchjù beu è chi iea sprir a la tauna

cau ch’arsulta u cchjù curpäbu dû rregn.»

«Patran miea, — diess la uorp — uoi sai n rre ban assei.

I vasc scrupul muostru trappa dilicatozza;

E pircò! arvauti è pichiea mangersi i crastei,

caneghji, rräzza bäba? Nà, nà: uoi sai na bidozza,

patran miea, mangiànnivi ghji dist trappa mpurtänza;

e n quänt ê uardiei, si pà dir

chi eru dign di tucc i mei

gieach appartienu a cau gir

di giant chi saura di ghj’animei

si fean rricch cam ni ng’assistu n gir.

La uorp pardea e n grean pleus iev u sa discuors.

Nudd si pirmies d’aner ô faun di l’offasi

men pirdunäbu di la tigri e di d’uors

e di ghj’ieucc animei cu li aungi tasi.

Tucc i nsurtaraur, fina ê chiei mastì,

ô dit d’ogni prisant eru tenc santinì.

Ô sa turn von u scecch e diess: «M’arsuvien

chi passann nta la sirba di n cuvant,

la fäm, d’erba tènira, e la quasian,

e iea pans di cherch dievu u ncitamant,

n giuorn di quoda erba mi n mangiei

quänt cu la maia dangua ng’affirrei.

Iea n’avaia diritt, se uò parder sincier.»

A ss paradi ognun “scecch lätr!” ghji gridea.

N dauv fätt a studiea anea a dimustrer

chi cau tint animeu anäva sacrifichiea.

Pircò cau animeu rrugnaus e spilacchjan

era la chieusa ch’u marb avaia sustignù

e u giurizzi giust pû sa pichiea gränn

fu chi era dign precis d’èssiri mpunù.

Mangersi d’erba di ghj’ieucc! Chi meuvivant!

La mart n’abastäva pi pagher u sa azzant;

e subt ô pavr nnuciant la mart ghji la fon vrar.

A sigauna chi vieucc sai puvrì o putant

li sintanzi dû tribuneu vi fean bleanch o nar.

  .

Gli animali malati di peste 

Un male che semina terrore, / che il Cielo nel suo furore / inventò per punire le malefatte della terra, / la peste(1) (bisogna chiamarla nella maniera giusta(2), / capace in un giorno di riempire l’inferno, dichiarò guerra agli animali. / Non morivano tutti, ma ognuno soffriva. / Non si vedeva nessuno occupato a dare / sostegno ad un malato(3) che moriva; / nessun cibo faceva venire l’appetito. / Né il lupo né la volpe puntavano / le prede dolci e innocenti. / Le tortorelle fuggivano; / l’amore non c’era più in nessuna cosa,e dell’allegria non v’era neanche l’alito. / Il leone tiene un’assemblea e parla:«Io sono convinto, cari amici miei, / che il Cielo offeso per i nostri peccati / ci ha mandato questa sventura odiosa(4). / Chi di noi risulta essere il più colpevole / deve essere sacrificato a colui che tutto vede; / così potrà venirne il perdono per tutti(5). / La storia ci insegna che nei supplizi / come questo si fanno anche sacrifici. / Pertanto, senza vantarci di nulla, / esaminiamo senza indulgenza / lo stato della nostra coscienza. / Per ciò che mi riguarda, soddisfacendo la mia voglia, / ho mangiato un bel numero di montoni. / Cosa mi avevano fatto loro, poveri innocenti(6)! / Mi è capitato anche di divorare i pastori. / Io mi sacrifico, dunque, se c’è bisogno. / Ma penso che per ognuno sia cosa buona / se si accusa come ho fatto io; perché tra tutti i sogni / il più bello è quello che debba sparire del tutto / colui che risulti il più colpevole del reame(7).» / «Padrone mio, — disse la volpe — voi siete un re molto buono. / I vostri scrupoli mostrano troppa delicatezza; / E perché! forse è peccato mangiare i montoni, / canaglie, razza stupida? No, no: voi siete una bellezza, / padrone mio, mangiandoli gli avete dato troppa importanza; / e quanto ai pastori, si può dire / che erano degni di tutti i mali / poiché appartengono a quel giro / di gente che sopra gli animali / si arricchisce senza uguali. / La volpe parlò e il suo discorso ebbe un grande applauso. / Nessuno si permise di andare a fondo delle offese / meno perdonabili della tigre e dell’orso / e di tutti gli animali con le unghie tese. / Tutti i litigiosi, fino ai cani mastini, / a detta di ogni presente erano tanti santini. / A sua volta venne l’asino e disse: «Mi sovviene / che passando nel terreno di un convento, / la fame, l’erba tenera, e l’occasione, / e io penso la tentazione di qualche diavolo, / un giorno mangiai di quella erba / quanto ne ho afferrata con la mia lingua. / Non ne avevo diritto, se debbo parlare sincero.» / A tali parole ognuno gli gridò “asino ladro!” / Un lupo un po’ saputello(8) andò a dimostrare / che quel brutto animale andava sacrificato. / Perché quell’animale rognoso e spelacchiato / era la causa che aveva alimentato la peste / e il giusto giudizio per il suo grande peccato / fu che era del tutto degno di essere impiccato. / Mangiarsi l’erba degli altri! Che malvivente! / La morte non bastava per pagare la sua azione; / e al povero innocente la morte gliela fecero vedere subito. / A seconda che voi siate poveri o potenti / le sentenze del tribunale vi fanno colpevoli o innocenti(9).

1. Il cosiddetto morbo nero è la peste che faceva assumere al malato un colore nero. 

2. Lett.: ‘come nel quaderno’, ossia nella maniera scritta. 

3. Lett.. ‘vita’.

4. Lett.: ‘rozza’, incivile.

5. Lett.: ‘gente’ (v. nota 9 della favola XXII).

6. Lett.: ‘innocenti fitti’, del tutto.

7. Essendo il leone il re degli animali, qui s’intende il suo regno.

8. Lett.: ‘appena studiato’; sta per chi ha qualche infarinatura in fatto di cultura.

9. Lett.:’ bianchi o neri’.