[pubblicato sul n. 4 diPagnocco”,  gennaio aprile 2005 – Messina]

 San Fratello: Fra’ Emanuele da Como, chi era costui?

di Benedetto Di Pietro

 

Se è vero che negli anni ‘50 del secolo scorso l’Italia del sud ha registrato un esodo di massa, è anche vero che le migrazioni della gente del sud ebbero inizio nella seconda metà del sec. XIX, con l’unificazione dell’Italia. Prima le migrazioni avvenivano in senso inverso: la gente del nord si spostava al sud. La presenza dei dialetti galloitalici nel sud Italia e nelle isole ne sono testimonianza. Sotto il profilo ambientalistico l’area dei Nebrodi, insieme ai Peloritani e alle Madonie, custodisce ancora quanto resta della foresta più antica d’Europa e dobbiamo augurarci che la consapevolezza degli abitanti di queste zone prevalga sulle tentazioni di cercare occasioni di lavoro dietro false e devastanti azioni criminali.

La copiosa arte sacra presente nell’area nebrodense è stata ben evidenziata da molti studiosi e non sono mancate le occasioni per sottoporla all’attenzione della comunità della storia dell’arte. Un’importante rassegna in tale senso è stata realizzata nel 1998 a Tindari dove sono state esposte 150 opere pittoree e scultoree provenienti da 42 comuni della Diocesi di Patti e “appartenenti a otto secoli di storia” che rappresentano “la civiltà dei Nebrodi, espressa dalla chiarità bizantina, dalla linea di Antonello, dall’armonia dei Gagini”. Così si legge nell’Introduzione del bel libro “Arte sacra sui Nebrodi” pubblicato nello stesso anno dalla suddetta Diocesi a cura di Basilio Scalisi e Giovanni Bonanno, e che contiene saggi di valenti scrittori come Melo Freni, Salvatore Di Fazio ed altri, oltre a quelli dei due curatori.

Tra i vari pittori, citati da Salvatore Di Fazio nel saggio “Il tessuto socio-religioso dei Nebrodi”, che hanno lasciato la loro impronta nell’area dei Nebrodi, c’è Fra’ Emanuele da Como. Un nome, questo, che forse poco dirà alla maggioranza dei lettori. Sicuramente gli archivi del Convento di San Fratello dovrebbero avere una sua biografia. Ma temo che, e qui il tempo c’entra poco, tutto sia andato perduto oppure, e me lo auguro, sarà gelosamente conservato. Chi era dunque questo pittore francescano? Facendo un passo indietro bisogna dire che in passato i pittori di grido lavoravano alle corti dei re o al servizio di ricchi committenti, anche religiosi, e si muovevano in base alle loro richieste attraverso i vari stati, ivi compresi quelli che costituivano l’Italia del XVII secolo. Così ci capita di trovare affreschi di uno stesso pittore in chiese o palazzi che si trovano a nord e a sud della nostra penisola. La stessa cosa è avvenuta per i conventi che sebbene non appartenessero alla categoria dei ricchi committenti, hanno potuto permettere la realizzazione di opere pittoriche con fondi propri, oppure grazie al mecenatismo dei fedeli. Quanto agli artisti occorre dire che i Francescani hanno una tradizione già dai tempi del Beato Angelico. In Sicilia poi vantano perfino l’influsso esercitato su Antonello se, come ipotizza Giuseppe Miligi in “Francescanesimo al Femminile” (EDAS, Messina 1993), ha verosimilmente raffigurato nelle sue Annunziate il volto della messinese Santa Eustochia, suora clarissa, ed abbia dato disposizione testamentaria di essere “seppellito nel convento di Santa Maria di Gesù vestito del saio di quei frati”. Dunque il particolarissimo pianeta francescano è costellato di artisti che hanno fatto parte dell’Ordine o sono stati molto vicini alla “spiritualità francescana”. Emanuele da Como era francescano e passò la sua vita operando all’interno delle strutture possedute dall’Ordine. Le notizie in mio possesso sono frammentarie ma sufficienti a ipotizzare i suoi spostamenti attraverso l’Italia e a ricostruire un suo percorso artistico.

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La scheda

  • Fra’ Emanuele nasce a Como nel 1625 e gli storiografi continuano a chiamarlo “da Como” perché così si firma nelle sue pitture, tranne una volta, in un quadro del 1670 dove si firma “fratrem Emanuelem de Riva Como”, forse per precisare meglio il luogo di provenienza oppure il nome della sua famiglia, che ci è ancora sconosciuto. “Fin da fanciullo, scrive P.A. Orlandi1, vedendo certi pittori dipingere nel Duomo della sua città, tanto s’innamorò del disegno, che da sé riuscì pittore”. Presto abbraccia l’Ordine Francescano consacrandosi come fratello laico, e a Como lascia una Cena nel Convento di S. Croce, trasferita successivamente nel Seminario Vescovile della stessa città.
  • È del 1644 un suo il quadro in rame che rappresenta la visione della regola e situato sull’altare nella cappella di S. Michele Arcangelo a Rieti.
  • La sua formazione artistica avviene a Messina intorno al 1655 dove frequenta la bottega di Agostino Scilla. P. B. Bagatti ci fa sapere2 che “Nella metà del sec. XVII Agostino Scilla, pittore e scienziato, aveva aperta a Messina una scuola che in breve tempo divenne non solo fiorente, ma anche la più numerosa di tutte le altre. La frequentarono Giacinto Scilla, fratello di Agostino, Michele Maffei, Cristoforo Lo Monaco, Antonio La Falce, Antonio Madiona, Giuseppe Balestieri e vari altri”. Nel periodo della sua permanenza in Sicilia, Fra’ Emanuele dipinge, a Messina, gli affreschi del chiostro del Convento di S. Maria in Porto Salvo, che ricoperti di calce durante l’alloggiamento delle truppe inglesi agl’inizi del 18003, saranno distrutti insieme al Convento dal terremoto del 1908. Nello stesso periodo esegue gli affreschi del chiostro del Convento francescano di San Fratello, già decadenti nel 19304 ed ora ridotti al lumicino; un trittico che si conserva nella Chiesa maggiore di Enna che raffigura Gesù in croce con Mosè e Geremia e vari misteri del Vecchio Testamento e un quadro con la Madonna degli Angeli che si conserva nella chiesa omonima di Petralia Sottana5.
  • Nel 1660 Fra’ Emanuele viene chiamato dai Francescani di Chieri (Torino) per dipingere la pala dell’altare maggiore, dove raffigura la Natività con angeli che annunciano la pace agli uomini di buona volontà.
  • Tra il 1660 e il 1663 il pittore si trova ad Assisi dove affresca i pennacchi della cupola grande rappresentandovi i quattro Evangelisti, ma nulla resta a causa delle infiltrazioni d’acqua. Nel 1663 viene ampliata la Cappella del SS. Sacramento della cattedrale di San Rufino della stessa città e l’artista francescano sarà chiamato per dipingere l’Ultima cena, collocata sopra l’organo.
  • Ritorna a Dongo (Como) dove dipinge a fresco il chiostro e i corridoi del convento che terminerà nel 1670 e che fra i tanti affreschi di Fra’ Emanuele ancora sono in buono stato.
  • Nel periodo 1670-1671 si trova alla Verna per riaffrescare6, insieme con Baccio Maria Bacci, il corridoio che unisce la chiesa delle Stimmate con quella Maggiore. Fra’ Emanuele raffigura gli stessi soggetti del chiostro di Dongo ma di formato più grande ed un numero di scene superiore: 21 quadri di circa 3 metri l’uno, 73 scene di ispirazione storica e leggendaria sulla vita di San Francesco. Dividendo ogni quadro con putti “recanti in mano i cartelli illustrativi formanti come una serie di festoni”7. Purtroppo le intemperie e i successivi restauri approssimativi poco ci hanno tramandato delle pitture originali, infatti tranne due gli altri sono stati sostituiti. All’ingresso delle “Stimmate”, affresca la Madonna della Scala con a lato Santa Chiara e S. Lorenzo; dipinge il quadro di S. Antonio per la Chiesa Maggiore e S. Michele Arcangelo per una cappella della stessa chiesa
  • Nel 1672 lo troviamo a Roma, chiamato da P. Patrizio Tjrell guardiano del Convento di S. Isidoro al Pincio, per dipingere l’Aula magna della Scuola francescana fondata da Luke Wadding. Strutturalmente gli afreschi dell’Aula sono così suddivisi: dietro la cattedra, in alto, l’Eterno Padre con la Vergine Immacolata; in basso ai lati: S. Francesco e S. Antonio, più a destra Duns Scoto e sulla parte sinistra S. Bonaventura. Nella parete opposta, la scena del Wadding al lavoro in biblioteca insieme ad alcuni collaboratori, e un frate su una scala intento a prelevare libri dagli scaffali. Sulla parete di sinistra sono affrescati i ritratti di alcuni religiosi intenti a studiare nelle loro celle, mentre sulla parete di destra sono raffigurati alcuni  emeriti vescovi irlandesi. Un lungo cartiglio in corrispondenza di ogni personaggio riporta i meriti relativi. Nella chiesa di S. Francesco a Ripa, sede della Provincia francescana, affresca con Santi la volta e i pennacchi della prima cappella di destra.
  • Nel periodo 1674-1701 Fra’ Emanuele, seguito da numerosi frati artisti ed artigiani, fa il giro dei Conventi di Roma e dintorni lasciando ovunque quadri ed affreschi. Si notano i quadri di S. Antonio nel Convento di Salivano e in quello di Mentana; in Frascati i Martiri Gorgomiesi; nella chiesa di S. Maria a Poggio di Soriano: la Vergine seduta col Bambino sul ginocchio destro e l’Eterno Padre. Nel 1684 il Card. D’Estrées lo invita a copiare alcuni capolavori di scuola italiana, tra i quali L’ultima Comunione di S. Girolamo del Domenichino, oggi nella Pinacoteca Vaticana.
  • Nel 1686 va a Parma dove dipinge il Martirio di S. Placido della chiesa dell’Abbazia di S. Giovanni.
  • Altri lavori si trovano nei Conventi della Provincia francescana romana. Nel 1681 dipinge la pala dell’altare dell’infermeria del Convento di San Francesco a Ripa, che raffigura S. Diego mentre unge gli infermi con l’olio della lampada che arde davanti al quadro di Maria Immacolata. Nel 1689 esegue il quadro a olio che raffigura S. Vito Martire ordinatogli da P. Lodovico da Modena, Guardiano del convento, per la chiesa di Artena. L’anno dopo disegna S. Giovanni da Capistrano, inciso poi dal Billj, e dipinge a olio una Cena di Nostro Signore (m. 2 x 3,75) per il Convento di Rocca Antica; il quadro collocato a dimora nel 1692 ora si trova nel Seminario Lateranense. Nello stesso convento esegue una grande tela con S. Francesco e S. Chiara ed angeli.
  • Nel 1696 termina la Cena per il Refettorio del Convento di S. Francesco a Ripa. Comincia ad affrescare l’intero chiostro con personaggi illustri dell’Ordine francescano: santi, prelati, artisti, terminando con una grande Crocefissione nella quale sono raffigurati anche martiri francescani. I personaggi sono raggruppati “in base alla dignità e al sapere”. In ogni lunetta viene raffigurata una persona a mezzobusto; negli incroci dei corridoi è riportato un avvenimento storico. I colori: rossi per i cardinali, marrone per i frati, drappi dorati per i grandi del Terz’Ordine. Nella cornice una descrizione particolareggiata illustra i soggetti. L’intera opera è datata 16 giugno 1700.
  • Fra’ Emanuele muore a Roma il 18 febbraio 1701, all’età di 76 anni.

 

Il pittore francescano, avendo fatto voto di povertà, lavorò gratis. Ciò spiega secondo il Bagatti perché nei registri dei vari conventi non si fa menzione ad uscite per la realizzazione delle opere.

Una pittura ingenua (si dia a questo termine il significato di spontaneità) il cui fine è quello di proporre momenti particolari della vita francescana, molto spartana. V’è abbondanza di cartigli (una caratteristica di questo pittore che mi sentirei di definire un anticipatore della grafica fumettistica) entro i quali sono riportati cenni alla vita e alle virtù dei personaggi raffigurati.

La sorte della maggior parte dei suoi affreschi sembra segnata fin dal momento della loro esecuzione: essendo affreschi effettuati su pareti esterne l’azione delle intemperie li ha rovinati.

Le informazioni che abbiamo sull’artista provengono da l’Abecedario pittorico dell’Orlandi e dalla Storia Pittorica dell’Italia del Lanzi (Firenze 1834) e l’unico studio critico di una certa importanza è un articolo del Mauceri contenuto nell’Allgemeines Lexikon der bildenden Künstler pubblicato nel 1914.

Sotto l’aspetto strutturale, l’artista “rivela una padronanza del disegno e della prospettiva, che conferiscono alle scene movimento e vivacità”. I singoli episodi della vita di S. Francesco trasbordano dalle cornici, ornate con gusto classico, per vivere nei putti e nei corpulenti angeli. Festoni di fiori e di frutta appesi alle cornici e alle volute danno un tocco festoso al tutto.

È necessario fare una distinzione tra l’arte liturgica e quella narrativa, tra le tele a olio e gli affreschi eseguiti dal pittore.  Le tele in genere sono destinate a pale di altare, mentre i secondi sono utilizzati per i chiostri o luoghi similari.  Nella prima espressione artistica, Fra Emanuele rispetta la tradizione iconografica del suo tempo, popolando i suoi quadri con teste di angeli, nuvole, fondi scuri. Nella seconda è autonomo, specialmente nei ritratti. Usa pennellate larghe e decise, anche se non sempre ottiene l’effetto di rilievo marcato. La tavolozza tende ad una prevalenza di colori freddi.

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1 P.A. Orlandi, Abecedario pittorico, Firenze 1788.

2 Bellarmino Bagatti o.f.m., Fra’ Emanuele da Como – Miscellanea Francescana, Roma 1935, che si rifà a F. Hackert, Memorie dei pittori Messinesi, Napoli 1792.

3 Messina e dintorni, Guida a cura del Municipio, Messina 1902.

4. La notizia la riporta B. Bagatti nel suo libro citato, previa comunicazione del 3 febbraio 1930 da parte dell’arciprete di San Fratello.

5-6 B. Bagatti, op. cit.

7. Il corridoio inizialmente era stato affrescato da un pittore del ‘500, ma i dipinti andarono perduti a causa dell’umidità.

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Purtroppo gli affreschi del Chiostro di San Fratello che raffigurano santi e martiri dell’ordine di S. Francesco, alla data odierna sono quasi inesistenti. Fino agli anni ’50 del secolo scorso la condizione di molti dipinti era ancora accettabile. L’ingresso del chiostro era privo d’infissi ed alcuni locali, situati all’interno dello stesso, erano occupati dalla caserma dei Carabinieri, con relativa camera di sicurezza, dalla banda musicale, dalla confraternita dei “babalucci” che cantavano le laudi durante la processione di Venerdì Santo, da una classe delle scuole elementari, dalla Canonica e dai magazzini dell’olio proveniente dai terreni della chiesa. La situazione negli anni ’60-70 era molto cambiata. I Carabinieri si erano trasferiti in altri locali e nel chiostro si poteva giocare a pallone. Così il danno che non è stato fatto in quasi due secoli è stato fatto in un paio di decenni, e non certo per colpa soltanto delle intemperie. Come si suol dire “scappati i buoi si chiudono le stalle” e, meglio tardi che mai, negli ultimi anni del 1900 si è proceduto ad un restauro conservativo, quasi impossibile, e a mettere un cancello all’ingresso. Sarà così possibile vedere ciò che è rimasto, ma sicuramente d’interesse per la storia della pittura “francescana” e per un raffronto con quanto a San Fratello potesse essere visto in opposizione alla sontuosità barocca della chiesa di San Nicola di Bari, ora demolita e ricostruita in altro sito del paese. Opposizione proverbiale che divise per secoli i fedeli appartenenti alla Chiesa Matrice, demolita dalla frana del 1922, sotto la cui giurisdizione era il Convento, e i “santanicolesi”. Un contrasto che non doveva essere del tutto estraneo, almeno in principio, a quanto propugnato dalla Controriforma, proclamata dal Concilio di Trento del 1563, a seguito della quale le arti si posero come uno strumento efficace per ostentare la supremazia spirituale della Chiesa nei confronti del Protestantesimo. Anche San Fratello ha avuto la sua parte: una chiesa, quella di San Nicola, ricca di stucchi e ori, e il chiostro del Convento affrescato da frate Emanuele con figure sobrie ed essenziali, ma ricco di spiritualità. Un pretesto valido per dividere il popolo in due opposti schieramenti – una consuetudine finita con l’avvento del Fascismo – e rivendicare vicendevolmente e spesso in maniera violenta il possesso dei simulacri durante le processioni. È eloquente ciò che si narra a proposito della festa di San Francesco, soppressa durante il periodo fascista per ragioni di sicurezza. Il comandante della locale stazione dei Carabinieri, tale maresciallo Francesco Sgarlata, al rientro della processione finita, ancora una volta, in rissa nella centralissima contrada “Portella”, ebbe a dire rivolgendosi alla statua del santo: “Francesco! Com’è vero che io mi chiamo Francesco, finché resterò a San Fratello, tu non uscirai più di chiesa!” E così avvenne anche dopo il trasferimento del sott’ufficiale promosso al grado superiore.

(Benedetto Di Pietro)