CHI ERMU E CHI SUOMA

(Percorso tragicomico di vincitori e vinti nel dialetto

galloitalico di San Fratello (Me).

[tratto da “U scutulan di la Rraca” ( Montedit, Melegnano 2000)]

.

Passuòma u tamp zzircann nta li sciachièzzi di li muri

pi vrar se ghj fuss cherca pruòva ch fasgiòss capìr

di ana arrivèan i Sanfrardèi,

cherca manijèra, cherca firma d’u tamp.

Nant di nant.                                                                          5

I Sanfrardèi vonu d’u nant.

N bel giuòrn, dipuòi di la cazzära di ghj’Ièrab,

nta la Siciglia s’apprisintèan  zzert pirsunègg

c’u fini precis di pighjer pussèss

di un d’i past i cchjù strèi di ’st màun: San Frarèu.                 10

Prima ni ghj’era nant, dièssu i duturuòi.

Cuscì i Sanfrardèi s’avossu mpussissèa

di n paiès chi ni n ghj’era mèanch sàura di la chièrta

e u battizèan “Terra d’i Frèi Sänt”.

Ni n ghj’era nant e gièa i Trai Sänt avàiu u cuvant                 15

e l terri e vist chi d’i Sänt sau Frarèu

avàia dicirì d’affirmers a càu past,

pi la divuzziàn di la sàua prisanza, quodda advintèa

la terra d’u Sänt Frèa Frarèu.

Ana arrivävu ghj mittàiu u nam ô past:                                              20

u Castidèr, la Mpèria, u Marchisèu, la Saunera;

disgiàiu ch eru i stisc d’i past ch’avaiu dascièa.

Quänn arrivèan ô biviji di Mascalìan

i nuov abitänt u nam n’u capìan

e ghj’arsuvònn chi era u chièus                                                         25

di cangers li pidizzi cam a cardver

pi fer la trasura ntô paiès cu li mèscari ,

sunann e abalann.

I vistimant cardvaròsch eru i scapucc p’i chièv a cavèu;

u papul era n chièuzzi di tala e camisgia                                            30

cu li tirdanti saura di la späda, capièi di peghja

fecc mascariera e àutr di vìan.

Pi divuzziàn, a Parta Antièga dascièn li carani

e dritt dritt arrivèan a Rracalaviera

ana s’arpussèan e adicirìan                                                    35

chi di ddèa ni si sgimuvàiu cchjù.

Ô Bänn fon la divisiàn di li cunträri:

quodda di nsùsa e quodda di ngiùsa,

n muòru di pulàr arriclamer la prupritèa

di cherch sänt                                                                         40

ogni vàuta ch s’avoss a fätt na festa.

I Sanfrardèi ni avàiu bisagn di scrivr:

pi roi scrivivu i patruòi

ch pardävu a la “tänu” e scrivivu n datìan

pircò eru ntilgiànt.                                                                  45

Nvec u papul era gnuränt

e pardäva sau u sanfrardèan

gièach a ràu u datìan ni ghj’agiuväva

e savàia ch’i scech se ni hièan la sai ni bavu

mèanch se i nviru a bavr cu li pirsuativi.                                           50

Dan Frareu Monedu pi fer na càusa bàuna

p’i suoi paisèi scrivì na bedda stuòria;

na stuòria dàngua cam la fäm, sàura d’i Trai Sänt,

dàudisg capitul tucc scritt n datìan,

ma i suòrc ghj dascìan sau cherca fuoghja                             55

pircò i Sanfrardèi n’u capìan.

Puru Dan Luigi Vasi si dott da fer

zzircann di truvèr li rrärghi sanfrardèuni

e prima si fo n gir nta l’Emilia

apuòi s’affirmèa ntô Piemaunt.                                                          60

Ma i Sanfrardèi son antiègh

cam li rrachi e li ginèstri di la Siciglia,

sèan parder li dàngui di mez màun

e son capèc di fer crar che vonu di ièutr bäni.

Canuòsciu d’èart d’attachèr i nzitt e i frustièr                         65

fina chi roi ni dèsciu u sarvègg

e si pighju u savàur d’u past.

Cuscì a San Frarèu ogni càusa è viva,

puru i bèanch s’arvòghju pi la festa d’i dimàuni,

pircò tutt anèsc ntô fàun di la terra,                                        70

tutt anièga ntê sciùm sfunèi

ch’ogni vàuta si partu u paiès a spassièr

a vaduòi vaduòi, sparpaghjànlu a mudich mudichi

pircò s’avòss a pèrdir la räzza

di na giant superba, cun ghj’uògg blu                                     75

e i cavài ndurèi, chi ièa la cuòrpa di sàntirs sàula.

I Sanfrardèi vonu di la Vèu d’i Dmàuni

e i giurièi di la festa di Pesqua spuntèan

cam li vìsciari di la terra.

Li maièri u vàiu dit: n giuòrn d’èua                                        80

si ièa a purtèr u Vadàn di la Vèu;

ma la sintànza fu pièi p’rcò la davèanca

arbànn i catarrätt e i samuòrch di li crièsgi

si purtèa u Cìan di la Vèu chi era ô centr d’u paiès.

La frèuna sluggièa i suoi abtänt                                              85

manànghji a svirnèr nta li barrächi di la Marina

a mbastardirs cui marränu,

accuscì li fomni sanfrardèuni

ni ièvu cchjù virgagna di mardèrs cui frustièr.

Era u 1950 e cherca rrädiu si suntiva                                     90

puru a San Frarèu, ma li mächni parlänt li usävu

ntê rrarutu a Cardvèr e li mazurki s’abalävu

giriànn c’u bo’ fina a stramazzer nterra.

Puòi ntô paiès arrivèa la televisiàn;

la giànt acumunzèa la sara a ardùgirs nta li cattàlchi              95

pircò u televisàur u avàiu sàu ddèa;

li pirsàuni s’acciantävu davänt d’u vitr parlänt

e ni pulàia parder cchjù nudd. U làppiji di la televisiàn

adijeva la giant e la fasgiàia cascher maläta

nta la buòcca di d’ärma.                                                                    100

E ddèa acumunzèa la vuntura d’u prugrèss

e u schièppa schièppa vers paisg duntèan,

tucc spersc p’u màun antucc cu li vecchji momi

che si nciuròn nta li chièsi giuòrn e nuòtt

aspitànn di pulàr turnèr arrièr a d’àumbra di la Rraca.                       105

Pachi si nturnèan pircò ni ghj currò l’äria;

ma tänti adicirìan di ni turnèr cchjù

pi la virgàgna ch’apruvèan quänn si ng’anèan.

I Sanfrardèi, lumbèard di la Siciglia,

frustièr n Siciglia e frustièr n Lumbardia,                               110

capìan chi l’unica càusa chi ghj’apartièn è na dàngua

scanusciùra ai Siciglièi e scanusciura ai Lumbèard.

Nièv d’i truvaràur pruvinzèi,

na vàuta girijèn i paìsg d’u Sud

giublànn i cavalièr nurmänd                                                   115

chi ghj dottu dignitèa a la giànt;

ara vèan girijànn i paìsg d’u Nord

cuntànn li valuntozzi d’i cavalier di la Siciglia

ch’ubblijèn i Siciglièi a scappèrsnu duntèan

pi pulàrs sarvèr la dignitèa di ami.                                          120

.

CHI ERAVAMO E CHI SIAMO

Passiamo il tempo cercando tra le fessure dei muri

per vedere se c’è qualche prova che faccia capire

da dove sono arrivati i Sanfratellani,

qualche indizio, qualche firma del tempo.

Niente di niente.                                                                     5

I Sanfratellani sono venuti dal nulla.

Un bel giorno, dopo la cacciata degli Arabi,

in Sicilia si sono presentati degli individui

col preciso scopo di prendere possesso

di uno dei siti più strani di questo mondo: San Fratello.                   10

Prima non c’era niente, hanno detto i sapientoni.

Così i Sanfratellani si sarebbero impossessati

di un paese che non c’era manco sulla carta

e lo battezzarono “Terra dei Santi Fratelli”.

Non c’era niente e già i Tre Santi(1) avevano il monastero   15

e i terreni e visto che dei Santi solo Filadelfo

aveva deciso di restare in quel posto.

in onore della sua presenza, quella divenne

la terra del Santo Fratello Filadelfo.

Dove arrivavano davano il nome al posto:                            20

il Castellaro, la Imperia, il Marchesato, la Savonara(2)

dicevano che erano gli stessi dei luoghi lasciati.

Quando arrivarono al bivio di Mascalino(3)

i nuovi abitanti non capirono il nome

e gli sovvenne che era il caso                                                            25

di cambiarsi d’abito come a carnevale

per fare l’entrata in paese in maschera

suonando e ballando.

Gli abiti carnascialeschi erano palandrane per i capi a cavallo

il popolo era in mutandoni e camicia,                                               30

coi forconi in spalla, cappelli di paglia

faccia sporca e otri di vino.

Per devozione, a Porta Antica(2) deposero le catene

e dritti dritti arrivarono a Roccalavera(2)

dove si riposarono e decisero                                                35

che da lì non si sarebbero più mossi.

Al Bando(2) fecero la suddivisione delle contrade:

quella di sopra e quella di sotto,

così da potere rivendicare la proprietà

di qualche santo                                                                    40

ogni volta che si sarebbe fatta una festa.

I Sanfratellani non avevano bisogno di scrivere:

per loro scrivevano i padroni

che parlavano alla “tannu”(4)e scrivevano in latino

perché erano intelligenti.                                                       45

Invece il popolo era ignorante

e parlava solo in sanfratellano

poiché il latino non gli serviva

e sapeva che gli asini se non hanno sete non bevono

neanche se invitati con persuasione.                                     50

Così Don Francesco Mondello(5) per fare cosa buona

per i suoi concittadini scrisse una bella storia;

una storia lunga come la fame, sui Tre Santi,

in dodici capitoli tutti scritti in latino,

ma i topi gli lasciarono solo qualche pagina                         55

poiché il latino non lo capivano.

Anche Don Luigi Vasi(6) si è dato da fare

cercando di trovare le radici sanfratellane

e prima s’è fatto un giro in Emilia,

poi s’è fermato in Piemonte.                                                  60

Ma i Sanfratellani sono antichi

come i sassi e le ginestre della Sicilia,

sanno parlare le lingue di mezzo mondo

e sono capaci di far credere che sono venuti da altri siti.

Conoscono l’arte di legare gli innesti e i forestieri                65

finché questi non lasciano il selvatico

e prendono il sapore del luogo.

Così a San Fratello ogni cosa è viva,

anche i sassi si svegliano per la festa dei demoni(7),

perché tutto nasce nel profondo della terra,                          70

tutto annega nei fiumi senza fondo

che ogni volta si portano giù il paese

per la valle, disperdendolo a pezzi

perché si deve perdere la razza

di una gente superba, con gli occhi blu                                             75

e i capelli dorati, che ha la colpa di sentirsi sola.

I Sanfratellani sono venuti dalla Valle dei Demoni(8)

e i giudei della festa di Pasqua sono venuti fuori

come i lombrichi della terra.

Le megere lo avevano detto: un giorno                                             80

l’acqua si porterà il Vallone della Valle(2);

ma la sentenza fu peggiore perché la frana

aprendo le cateratte e i sepolcri delle chiese

si portò il Piano della Valle(9) che era nel centro del paese.

Così la frana sloggiò i suoi abitanti                                       85

mandandoli a svernare nelle baracche della Marina(10)

a imbastardirsi coi marrani(11),

così le ragazze sanfratellane

non ebbero più vergogna di sposarsi coi forestieri.

Era il 1950 e qualche radio si sentiva                                               90

anche a San Fratello, ma le macchine parlanti(12) le usavano

nelle sale da ballo a Carnevale e le mazurke si ballavano

girando veloci fino a stramazzare per terra.

Poi nel paese arrivò la televisione

e la gente cominciò a radunarsi nelle cattoliche(13)             95

perché il televisore c’era solo lì;

ci si piantava davanti al vetro parlante(14)

e non poteva parlare più nessuno. L’oppio della televisione

incantava la gente e la rendeva ammalata

nella bocca dell’anima(15).                                                   100

E lì cominciò l’avventura del progresso

e il fuggifuggi verso paesi lontani

tutti dispersi per il mondo insieme alle vecchie madri

che si chiusero nelle case giorno e notte

in attesa di poter tornare ancora all’ombra della Rocca(16).           105

Poche sono tornate perché non le correva l’aria;

ma tante hanno deciso di non tornare più

per la vergogna che provarono quando se ne andarono.

I Sanfratellani, lombardi di Sicilia,

forestieri in Sicilia e forestieri in Lombardia,                        110

hanno capito che l’unica cosa che gli appartiene è una lingua

sconosciuta ai Siciliani e sconosciuta ai Lombardi.

Nipoti dei trovatori provenzali,

girarono i paesi del Sud

giubilando i cavalieri normanni                                            115

che diedero dignità alla gente;

ora vanno in giro per i paesi del Nord

raccontando le gesta dei cavalieri(17) della Sicilia

che hanno obbligato i Siciliani ad andare lontano

per poter salvare la dignità di uomini.                                              120

Note:

(1) I santi fratelli Alfio, Filadelfio e Cirino erano di Vaste, in Puglia, e furono martirizzati a Lentini nel 252 sotto la persecuzione di Tertullo.

(2) Contrade del comune di S. Fratello.

(3) Mascalino è una mia ipotesi sull’origine del nome Mascherino (in dialetto Mascarìan), una contrada di S. Fratello. Il termine greco doveva indicare un bivio verso l’antica città greca.

(4) Parlare alla tannu (in siciliano ‘allora’): denota la gente di idioma diverso dal sanfratellano. In genere indica chi vuole distinguersi dal volgo.

(5) Sacerdote vissuto nella prima metà del secolo XVIII, autore di “Alontiados” in cui narra le gesta dei Tre Santi. (cfr. L.Vasi in Origini e Vicende di S. Fratello, Palermo, 1882)

(6) Sacerdote vissuto nell’800, autore degli studi  filologici ed altri su S.Fratello.

(7) La Festa dei Giudei è stata definita da alcuni “La festa dei diavoli”.

(8) E’ una storpiatura di Val Demone, una delle suddivisioni della Sicilia antica, insieme con Val di Noto e Val di Mazzara.

(9) Era il centro del paese di S. Fratello che fu distrutto dalla frana del 1922.

(10) Il paese di Acquedolci, ora comune autonomo, sorse a seguito della frana che colpì S. Fratello nel 1922.

(11) E’ uno spregiativo, col quale i sanfratellani indicavano quelli dei paesi vicini, legato alla denominazione data agli ebrei convertiti al cristianesimo.

(12) La macchina parlante è il grammofono.

(13) Sale parrocchiali.

(14) Apparecchio televisivo.

(15) Il petto era considerato sede dell’anima.

(16) Roccaforte, simbolo di S. Fratello.

(17) Maggiorenti