Il laboratorio di poesia di B. Di Pietro passa attraverso fasi distinte: la prima è quella della poesia giovanile, ingenua e consolatoria, di Passatopresente. Segue una fase di ricerca sul linguaggio che si espleta nelle raccolte Eco Silente e Sembiante. Sulla serietà di tale ricerca il critico Marco Forti si è espresso positivamente. La motivazione vuole essere una contrapposizione alla poesia degli anni Sessanta del secolo scorso che ha fatto suo emblema l’incomunicabilità. Secondo Di Pietro la comunicazione è soltanto caotica e dispersiva, un fenomeno legato alla velocità delle informazioni e al poco tempo rimasto al lettore del 2000. Ne deriva che il messaggio poetico è sì rivolto a tutti, ma per necessità diventa selettivo ed elitario, permettendo di recepirlo solo a chi ne ha voglia. La conseguenza pratica si esplica nello scrivere poesie intense ma brevi, tali da potere essere lette più di una volta in un tempo molto ristretto. 

Le caratteristiche principali di queste poesie sono: il verso ellittico; l’uso limitato dell’articolo; le modificazioni sintattiche che permettono passaggi repentini; abbondanti reticenze onde coinvolgere il lettore a riempire i vuoti con parole sue. Spesso il poeta si mette all’esterno della scena e la osserva distaccato, lasciando che la luce e la quiete pervadano i versi portando il lettore ad uno stato di silenzio meditativo. Un altro espediente di questa poesia è l’uso abbondante di figure grammaticali e retoriche, in base alle quali spesso gli aggettivi e i verbi assumono significati e connotazioni differenti da quelli consueti. Così in Sempre inedito “Al monte belano / le prime erbe…” l’affermazione della presenza nascosta degli ovini è demandata alle erbe; e in Piovasco “è iride che traguarda / il sentimento ripetuto della lesena” dove l’iride può essere sia l’occhio sia l’arcobaleno. Anche il titolo della raccolta Tra la sella e l’infinito rispetta tali codici; la sella è un termine omografo ma con significati diversi, potendo connotare sia a sella del cavallo sia la linea del volto che collega gli occhi, passando sul naso, sia la sella turcica sede dell’ipofisi. 

Diversa è la poesia della raccolta Tra la sella e l’infinito, e quelle che seguono, in cui è manifesta la conquista dello stile e del linguaggio più piano ed esplicito. Qui trova spazio il lirismo anche quando il poeta affronta tematiche filosofiche o episodi legati alla propria esistenza. Giuseppe Miligi nel saggio introduttivo scrive: 

“A ben altra conclusione conducono tanto l’immediata impressione di lettura (quasi sempre illuminante) che ci comunica la sensazione di una tensione interiore sempre viva, protesa alla ricerca di un varco, dell’‘oltre’; quanto i risultati dell’analisi del linguaggio: dei ‘segni’ cioè nei quali prende consistenza fisica la comunicazione poetica: le scelte lessicali, i simboli, le metafore, le opzioni stilistiche […] I quali ‘segni’ ci dicono anzitutto che l’oscillazione non è meccanicamente pendolare. Che tra l’insignificanza di uno smemorato ‘presente’ robotizzato il cui codice espressivo si connota dell’ottusa violenza del linguaggio pubblicitario e la voce dolce e suadente della memoria che parla attraverso il mirto, il lentisco, lo specchio (la coscienza) la scelta è già fatta: dichiarata, prima che dal valore semantico dei termini lessicali, dalla loro valenza figurale.” 

La completezza poetica di Di Pietro si riconferma in Canto del mio dire nella cui Introduzione, Giuseppe Panella afferma:“Nella sua scrittura poetica hanno un ruolo privilegiato, da un lato, la descrizione delle necessarie aperture di senso da lui compiute nei confronti della conoscenza della realtà del suo presente, del suo tempo […] e, dall’altra parte dello specchio, la polemica (anche violenta e vigorosa) nei confronti di quello stesso presente appreso, però, e rappresentato con lo sguardo satirico di chi non vuole cedere alla tentazione di non resistere più e di accettare le trappole che la società e la sua cultura ormai degradata gli tendono.” 

Diverso è l’atteggiamento del poeta quando, facendo uso del  dialetto, si trova ad affrontare tematiche legate al ricordo di persone e luoghi della propria infanzia oppure situazioni legate alla creatività poetica. Ciò si verifica nella raccolta poetica   tarbunira (All’imbrunire) dove la prima sezione è legata al  periodo della sua vita vissuta in paese. Qui i testi sono espliciti e il timore di perdere qualche elemento della narrazione inibisce il labor limae. Cosa che invece avviene nella seconda parte della raccolta in cui il poeta si sente più libero e non ha il timore di fare ‘torto’ alla propria coscienza o, quanto meno, questo è ridotto al minimo. Qui le liriche sono più brevi e intense, in virtù dell’eliminazione di ciò che il poeta considera superfluo. 

U scutulan di la Rraca (Lo scossone della Rocca) è un percorso fiabesco in cui il poeta, chiamandosi fuori dal tempo, tenta una reinvenzione della mitologia, della leggenda e della storia, per concludere con un accenno alla diaspora degli anni Sessanta. 

In Faräbuli (Favole) Di Pietro si propone di incrementare il materiale per lo studio del dialetto galloitalico di San Fratello. C’è l’impegno a massimizzare e fissare i riscontri del linguaggio parlato dei quali all’inizio del Terzo Millennio non se ne fa più uso. Si appella quindi alla memoria della propria madre che faceva uso di termini ed espressioni apprese a sua volta dalla nonna vissuta a cavallo tra l’‘800 e il ‘900. Ma sente la necessità di non affidarsi soltanto alla propria creatività; così decide di seguire la traduzione di alcune favole di Jean de La Fontaine, imponendo a se stesso di trovare termini equivalenti del linguaggio sanfratellano e di riproporre, per quanto possibile, il verso rimato. Il risultato è una poesia con un vocabolario molto ricco e la riscoperta di termini che appartengono alla lingua siciliana antica. 

In Àmi d Carättar (Uomini di carattere) c’è una rassegna di racconti legati alla vita di paese, ma c’è anche una sperimentazione letteraria che passa attraverso i vari espedienti del laboratorio di scrittura creativa, come la narrazione col discorso diretto, oppure in terza persona, i vari punti di vista, ecc. Si può notare come il dialetto reagisca bene quando viene usato per descrizione ed ambientamento connessi col territorio in cui nasce e al contrario incontra difficoltà quando viene portato fuori dall’ambiente rurale e usato in ambiente culturalmente dotto, ad esempio nei campi della scienza, della filosofia, ecc. In questi casi il linguaggio incontra difficoltà notevoli in quanto è quasi privo di riscontri lessicali specialistici, essendo questi riservati ai pochi che in passato hanno studiato e che per di più hanno fatto uso della lingua latina o siciliana per distinguersi dal volgo sanfratellano. 

In Ghj’antiègh d’sgiàiu accuscì, Di Pietro avvalendosi del “Questionario” di T. Franceschi riporta all’attenzione un buon numero di proverbi e detti sanfratellani, alcuni dei quali legati alla realtà del luogo. 

I primi canti lombardi di San Fratello sono un’analisi critica della poesia galloitalica di San Fratello di fine ‘800, con l’intento di mettere fine alla vecchia ‘querelle’ tra Lionardo Vigo e Luigi Vasi.