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[tratto da IN UNA SERA (Montedit, 2013) raccolta di racconti brevi di Benedetto Di Pietro]

I MIRACOLI DELLA PUBBLICITÀ

Frank Jones era un gran lavoratore. Per lui esisteva solo il lavoro e non c’era un lavoro che egli non fosse in grado di fare. Aveva un solo difetto: quello di credere alla pubblicità fatta sui vari organi di stampa e in particolare in televisione. Era convinto che se un prodotto veniva pubblicizzato, non v’era ombra di dubbio che doveva essere di ottima qualità, sennò il produttore non avrebbe speso i soldi per pubblicizzarlo. Bisogna dire che anche la sua giovane moglie era dello stesso parere e non indossava un capo di abbigliamento che non fosse di marca. La sua opinione sulla pubblicità era credibile, almeno in parte, fino a quando non gli è capitato quello che sto per raccontarvi.
Frank aveva un lavoro indipendente che lo portava spesso in giro: faceva il procacciatore di affari e a volte si assentava da casa per qualche giorno. Quando riusciva a concludere un contratto tornava a casa contento, anche perché doveva mantenere la moglie e un’altra donna che aveva conosciuto in un’altra città. Con questa manteneva rapporti stretti e discreti, sicuro che a sua moglie non sarebbe mai passato per la testa alcun dubbio sul suo comportamento ambiguo. E in qualche maniera era dispiaciuto di questo fatto anche perché nei confronti della moglie lui avrebbe messo la mano sul fuoco che non l’avrebbe mai tradito.
Frank un giorno cominciò a soffrire di mal di schiena. Può essere una cosa normale, un normale mal di schiena come si è in tanti a soffrirne. L’uomo le aveva provate tutte: medicine, massaggi, ginnastica; ma quel dolore alla schiena tendeva a cronicizzarsi e ormai si era rassegnato a tenerselo per sempre. C’era chi lo consigliava di farsi vedere da uno specialista, ma lui non aveva molta fiducia nei medici e si curava da solo; alle medicine del farmacista preferiva la farmacopea conosciuta dal popolo e fatta di radici e foglie di piante, nelle quali credeva perdutamente per i valori curativi del corpo e dell’anima. Era convinto che gli animali, tutti gli animali, e le piante avessero un’anima e fossero in grado di parlare.
Lo stupore di Frank Jones raggiunse l’apice un giorno che scoprì che non solo gli animali e le piante, che sono esseri viventi, ma anche gli oggetti hanno un’anima e sono in grado di parlare, ovviamente non tutti li possono sentire, bisogna essere individui speciali e Frank lo era. Il fatto che si presentò fu molto strano, ma la sua credulità in qualche maniera venne soddisfatta. Successe che una sera si addormentò davanti alla TV. Quando si è stanchi, l’apparecchio televisivo ha la forza incontenibile di abbandonare tra le braccia di Morfeo chi gli sta davanti. Poi succede che a notte fonda si venga svegliati dalla voce del solito imbonitore che vende pentole, attrezzi ginnici e materassi. La stessa cosa successe a Frank: venne svegliato da un venditore di materassi che ne presentò uno “intelligente”. «Intelligente – spiegava l’uomo della televisione – perché riesce a memorizzare la posizione esatta di chi vi dorme sopra. Inoltre è molto indicato per chi soffre di mal di schiena.»
Quel materasso della pubblicità a Frank sembrò cosa utile e necessaria. Così ne parlò alla moglie, convincendola, e ne ordinò uno per il letto matrimoniale.
Il materasso intelligente gli venne consegnato dopo qualche giorno. Si rivelò davvero un bell’acquisto. Il nuovo materasso aveva caratteristiche straordinarie: non solo memorizzava la posizione del dormiente, ma era anche in grado di parlare e chiedere a chi doveva giacervi sopra di scegliere la posizione preferita. Lo faceva con voce di donna, quasi una carezza per un sonno sereno e duraturo.
Frank si ritenne veramente soddisfatto per l’acquisto. Lui aveva il sonno pesante e non si muoveva spesso; poi quel mal di schiena lo faceva dormire male e le uniche posizioni che assumeva erano a pancia in giù e su uno dei due fianchi.
Dopo un’assenza di qualche giorno rientrò a casa. Era tardi. Alla moglie, che era già a letto e che premurosa gli chiese come fosse andata, rispose che gli affari erano andati bene e che era contento. In effetti lo era, ma non tanto per gli affari, quanto per il fatto che aveva passato qualche giorno con l’altra donna, sicuro che sua moglie durante la sua assenza fosse andata a trovare una sorella.
Così, dopo una cena molto povera fatta di latte e biscotti, guardò la TV e quando si presentò il sonno andò a letto per riposare sul materasso intelligente. La moglie già dormiva, lì accanto a lui. La solita vocina suadente del materasso gli sussurrò chiedendogli se intendesse dormire sui fianchi, sul dorso o a pancia in giù. Frank si alzò e ripeté il movimento. Il materasso pose la stessa domanda in cui annunciava ancora una posizione sul dorso che lui non aveva mai assunta a causa del mal di schiena.
A quel punto l’uomo capì tutto. Comprese che il materasso aveva memorizzato una posizione assunta da qualcun altro nel suo letto, durante la sua assenza, accanto alla moglie. Capì che la pubblicità se veritiera può fare anche male. Ma principalmente capì che il comportamento umano è strano: riesce a vedere le cose lontane meglio di quelle vicine. E affinché l’inganno resti segreto è buona cosa non commetterlo.

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Risoluzioni involutive

[Saggio introduttivo a Benedetto Di Pietro “Risoluzioni involutive”,
img_20161216_0002-copia© Copyright Prometheus Editrice 2016. Col permesso dell’Editore]

UNA CRUDELE, TRAVOLGENTE, VIOLENTA BELLEZZA
di Francesco Solitario*

Dare ad una raccolta di poesie un titolo come ‘Risoluzioni involutive’ può sembrare ardito, per non dire strano e spiazzante. Sembra in verità più un titolo di un saggio filosofico che di un libro di poesie. Ma trattandosi di un poeta siciliano, della Magna Grecia, seppure trapiantato nel Milanese, la scelta deve indurci a riflettere. Parmenide non apre forse le strade della metafisica occidentale scrivendo in versi? E così a seguire, sempre in versi, altri filosofi presocratici? E recentemente Holderlin e Nietzsche, per citare solo due fra i più noti, non hanno fatto lo stesso? E come non ricordare anche Leopardi, vedi gli studi sulla sua poesia del maggior filosofo italiano contemporaneo, Emanuele Severino, anche lui siciliano trapiantato in Lombardia? Niente paura, qui non si intende dire che ci si trova di fronte ad un trattato filosofico anziché ad un libro di poesie, si vuole solo dire che, in fondo, i confini tra letteratura e filosofia sono labili, non foss’altro perché entrambe usano lo stesso strumento: il linguaggio.

Una raccolta poetica ricca, questo sì, di un tessuto di pensiero variamente, e talora profondamente, articolato, ma che usa gli strumenti tipici della poesia, simboli, allegorie, miti, stratificazioni archetipali. E dunque Di Pietro, in questa raccolta, usa una sostanza tipicamente letteraria, il che lo pone in un ambito diverso da quello filosofico. La filosofia, infatti, è opera eminentemente aperta, discussa e discutibile, di per sé proiettata verso nuove vie, infinite come l’attività del pensiero stesso, e dunque aperta a nuove verità. La letteratura in genere, invece, e in particolare la poesia, non conosce altra verità se non la verità interna all’opera stessa! Ecco perché ogni romanzo, ogni poesia, ogni tragedia, cioè ogni opera letteraria è incastonata in se stessa, rimando a se stessa e al proprio mondo, seppure capace di parlare ai mille fruitori di quell’opera e a toccare le corde di ognuno, sebbene l’uno diverso dall’altro. Miracoli e magia dell’arte!

Il titolo ‘Risoluzioni involutive’ dà chiaramente l’idea di un pensiero che prende corpo in modo risoluto, fermo saldo, ma poi torna indietro, in una sorta di ‘involuzione’ che perde la forza della ‘risoluzione’ iniziale, senza che per questo il pensiero stesso perda di identità, ma anzi acquista, in questo andirivieni di presa di coscienza, hegelianamente, la sua stessa più profonda identità. Così come il mare sembra aver deciso (‘risoluzione’) di invadere la terra con le sue onde che sbattono contro gli scogli, salvo poi ripensarci e decidere di ritirarsi (‘involuzione’) dall’invasione. Ma in fondo è in questo andirivieni infinito che noi riconosciamo la vera identità del mare, che va e viene incessantemente.
Le poesie di Benedetto Di Pietro giocano spesso, che il lettore se ne accorga o no, su questi andirivieni di una poesia, ma potrei dire di un pensiero, che parte in un modo e torna in un altro, per non dire nel suo opposto, trovando, così, al centro di due estremi l’equilibrio di sé e, in definitiva, se stesso. Basti come esempio la poesia ‘Prigione’. Comincia con:

«Da uno squarcio
della mia prigione
godo un lembo di cielo
dove ripongo
i miei pensieri più servi».

Qui sembra che il poeta langua, e soffra prigioniero, in una prigione da cui riesce a stento, attraverso uno squarcio, a vedere, soffrendo per la sua prigionia, un lembo di cielo, dove può gettar fuori, liberandoli, i suoi pensieri servi. Ma la poesia, invece, termina così:

«La mia prigione è squarcio
che apre un lembo di cielo
e mi protegge
dai pensieri più servi».

È il ritorno, l’involuzione. Il quadro dell’azione, infatti, cambia totalmente e anzi si capovolge: la prigione non è più tale, perché anzi è diventata essa stessa uno squarcio che apre un lembo di cielo, cielo di per sé simbolo di altezza libera, di libertà, che non rende prigioniero il poeta, ma anzi lo protegge dai pensieri più servi!

Il metodo si ripresenta più volte, ricordiamo solo un altro punto (in ‘Strade di Sicilia’) ancora più significativo del precedente, perché chiaro come vedere un’onda che va e immediatamente ritorna:

«Vorrei perdermi in queste strade [‘risoluzione’]
ma un rifiuto rende vano [‘involuzione’]
ogni mio consenso».

In realtà si potrebbe affermare che “tutta” la raccolta è, appunto come dice l’Autore, una ‘risoluzione involutiva’, ovviamente con un ben preciso intento: cercare, o trovare, il giusto punto di equilibrio esistenziale.
La raccolta poetica è divisa in due parti, quasi a indicare l’andare e il venire di quelle onde del mare di cui dicevamo prima: ‘Sotto i portici del Liceo’ è la prima parte, e rimanda immediatamente ad un tempo giovanile e, perché no, filosoficamente socratico, visto che Socrate, come ricorda il ‘poeta’ Vincenzo Monti: «… passava le intere giornate sotto i portici del Liceo…»1!
‘Progressioni cogitative’ è la seconda parte dove, come si evince chiaramente, sembra che il percorso poetico, o esistenziale, debba essere intessuto di ‘progressioni di pensiero’, quasi dovessero portare ad una meta ben precisa. Non a caso il termine “ragione” compare solo in questa seconda parte e per (pitagoricamente?) tre volte.

Pure non si pensi che le due parti abbiano confini ben definiti, o siano decisamente separate, basti vedere che sia la Parte prima sia la Parte seconda si aprono con una chiara dichiarazione di poetica. Infatti la Prima parte si apre con la poesia ‘L’artista’, dove
sono evocati ed esaltati lo spirito creatore dell’artista («…l’artista crea») e l’ampiezza e profondità della cosiddetta “immaginazione creatrice” dell’artista (vedi le teorie di J. Maritain). La Seconda parte si apre con ‘Poesia perduta’, che completa il manifesto poetico della Prima parte (nell’una l’artista e il suo potere, nell’altra la poesia e il suo potere); per innescare il gioco poetico basta un niente («uno sguardo, / una foto un ricordo»), ma quel niente o poco diventano una necessità poetica tanto che «Il cuore batte forte / e la ragione vien meno». Una poesia, continua il
poeta, che «nasce dal dolore…» e scorre «come sabbia / che asciutta d’estate / scivola tra le dita».

Diverse, varie, talora contraddittorie, nel pieno spirito di ‘risoluzioni-involutive’ di cui dicevamo prima, le evocazioni e le risonanze che possono nascere dalla lettura di questa raccolta, come, ad esempio, dalle ‘riflessioni poetiche’ sul “tempo”.

Il tema del “tempo”, in Di Pietro, è tra quelli che permeano tutta la sua raccolta. La silloge stessa sembra essere stata scritta per combattere il tempo, sentito come il vero nemico («…e il peggior nemico è il tempo» perché «si ruba anche i ricordi!» ‘Un vecchio quaderno’), o fors’anche sembra essere stata scritta per vincerlo e liberarsi da esso, perché «Il tempo è tiranno» (‘Genitori del duemila’). Tempo visto anche come una macchina che tutto tracima, tutto trasporta, tutto porta a compimento, inesorabile, verso la fine, poiché «La macchina del tempo rovina» (‘Genesi catartica’), e l’uomo è costretto a subire «l’oltraggio del tempo» (‘La storia evoca’).
Pure il vero problema, per Di Pietro, sembra insito nell’equazione tempo-memoria. In ben tre sue poesie troviamo usati insieme i termini ‘tempo’ e ‘memoria’, sì da darci l’indizio di una vera equazione: nelle citate ‘Genesi catartica’ e ‘La storia evoca’ e ancora più chiaramente in Block notes, dove un diario o un block notes “regolarmente conservati” costituiscono «bacheche della memoria. / Sono carezze che ricevo / del tempo passato». Qui, come si può notare, l’antinomia: da una parte il tempo che distrugge e rovina, e dall’altro, se recuperato dalla memoria, è come una carezza!

Sembra quasi che Di Pietro ricorra paradossalmente al tempo passato per tracciare percorsi di tempo futuro, entrambi labili e fragili – perché della stessa sostanza dell’assenza (il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora) – per vivere il presente. In questa direzione sembra procedere anche la poesia ‘I nonni’, dove la parola “tempo” si rincorre per quattro volte, e per ben tre volte in una stessa strofa, dando il ritmo di una cavalcata veloce, ma sviluppato in senso, stavolta all’incontrario, positivo, perché il tempo, in definitiva, risolve ogni cosa, scioglie ogni nodo:

«Parlano parole libere
del tempo che fu,
del tempo che viene.
Non è rimpianto,
conoscono il giro della vita
e sanno che inesorabile
il tempo risolve ogni affanno».

E con un chiaro indizio di speranza per il futuro, per il tempo che verrà:

«Il tempo ammonisce
che il mondo cambia
per rinascere diverso».

E si potrebbe continuare con tutta una serqua di evocazioni e di risonanze nascoste nei meandri di un tessuto poetico talora complesso ed equivoco per scelta, ma non se ne capirebbe il vero senso se non se ne scoprisse la vera cifra che informa, con la forza di uno ‘tsunami’, tutta la raccolta. Questa cifra, che come un fascio di luce illumina ogni verso di questa raccolta, questo carattere distintivo, questa forza talora travolgente e insieme fortemente evocativa io la vedo nella “sicilianità” di quest’uomo, prima che poeta, strappato alla sua terra d’origine. Ma si può strappare un siciliano alla sua terra senza conseguenze?

Questa raccolta, con le sue contraddizioni, con la sua passione, con la forza della sua ragione, che va dritta per poi tornare indietro e riprendersi, coi suoi sentimenti, nascosti e palesi, con le sue sofferenze e i suoi dolori, con la sua malinconia sottile per le cose lasciate e amate, e mai dimenticate, è un vero e proprio inno alla Sicilia, alla propria terra amata oltre misura, con le sue luci e i suoi colori, con le sue notti e le sue ombre, col suo vento e il suo mare2, coi suoi deserti assolati e la sua natura felice, ma sempre viva nei ricordi passati, nelle azioni presenti e nelle intenzioni future. Non si può vivere da siciliano, senza continuare ad esserlo per sempre. Solo così la propria identità esistenziale di uomo è fatta salva.

«Ogni siciliano è… una irripetibile ambiguità psicologica e morale»3. Ciò vale in genere per tutti i siciliani, a maggior ragione per un uomo proveniente da San Fratello, città con una ricchissima tradizione popolare che continua a rispettare ancora oggi, e che possiede una “lingua” particolare, quel dialetto galloitalico di cui Benedetto Di Pietro, non a caso, è studioso attento, noto e conosciuto. Una San Fratello, e una Sicilia, che così, amabilmente e malinconicamente canta (‘Il bosco’):

«Frescura che sa di resine antiche
e d’acque lustrali
è il bosco di San Fratello.
Che sa di lavoro umile e forte,
di storia diversa
di un popolo che ancora ostenta
un passato lontano.
Qui l’uomo e la natura
hanno vissuto le stesse vicende
di promesse e di abbandono».

Quando Di Pietro principia a parlare di Sicilia sembra che la mente fremi, le parole si infuocano, il cuore si riempie di gioia mista a dolore per aver lasciato quella terra, complessa e misteriosa. Così in ‘Strade di Sicilia’ disegna, come in un cammeo, una terra, appunto, complessa e ricca, dove cristiani ebrei e musulmani combattono e convivono, con sinagoghe, chiese e moschee a costituirne un paesaggio architettonico, e allo stesso tempo antropologico e morale, con strade che evocano presenze antiche:

«Le strade che sanno
di stantie presenze
risvegliano antichi passaggi
di diaspore siciliane.
Tra sinagoghe e chiese
e moschee convertite
e riconvertite
si agita un dio che cambia
tra miseria e nobiltà,
tra teste mozzate
e amorevoli carezze».

Sembra di sentire Gesualdo Bufalino quando afferma: «Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto di isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razze e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti»4. Ed è esattamente quello che poeticamente dice Benedetto Di Pietro in uno dei suoi più forti, sofferti e incisivi componimenti dedicati sempre e ancora alla Sicilia (‘Pianto ricorrente’):

«L’isola che tra le sponde
conosce la diversità di lingue
e di costumi,
non conosce differenze
nel dolore delle diaspore.
Piange Ibn Hamdis la cacciata
per mano di Ruggero,
piangono gli Ebrei lo sfratto
di Aragona
e i popoli che prima Trinacria
ha partorito e poi espulsi.
Son partiti tutti
con i colori profumati negli occhi,
con i canti dei carrettieri nel cuore».

Ma sembra anche l’eco della notazione, estremamente raffinata, data a suo tempo da Guy de Maupassant, che della Sicilia si innamorò: «La Sicilia è stata fortunatissima per essere stata posseduta, successivamente, da popoli fecondi… i quali hanno coperto il suo territorio di opere estremamente diverse, in cui si mescolano, in modo tanto intenso quanto affascinante, le influenze più divergenti»5.

E ancora altrove, con lo stesso spirito, si afferma:
«Una terra, la Sicilia, sulle cui mille contraddizioni non finiremo mai di dannarci la mente: funebre e carnale, misericordiosa e feroce; dove ubertà e aridezza inestricabilmente s’intrecciano… dove nel cielo più immacolato può da un istante all’altro scatenarsi il furore di un sisma, di un’eruzione»6.

Ma è pure (o è per questo?) una terra che procura lo strazio del cuore e il tormento della mente a chi l’abbandona o se ne allontana, seppure per necessità (Pianto ricorrente):

«Io piango gli anni giovani
lasciati nello Stretto
in una traversata anonima
del mare di settembre
[…]
Sicilia mia,
terra di pianto e di bellezza».

Terra di pianto e di bellezza, ma anche «Terra di dèi e terra di demoni; terra divina e terra dannata», come la definisce splendidamente Francesco Rando7. Una Sicilia e una terra, divina e dannata, così fortemente radicata nel cuore, direi quasi nel sangue e nella carne del poeta, da costituirne sempre un tutt’uno, con tutte le sue contraddizioni, le bellezze, le dolcezze, i lucori e le notti, i mesi e le stagioni, gli amori lasciati, le presenze e le assenze, e il tormento continuo e sofferto di tutto ciò che egli si è perduto con quella lontananza. È bene citare per intero questa toccante dolorosa e tenera dichiarazione d’amore per la sua terra (‘Paese d’aprile’):

«Paese mio che d’aprile
ti vesti di tutti colori.
Sei un quadro infinito
tra fiori di borragine
e asfodeli.
Chi non t’apprezza vive
di sogni estranei
per nuovi lidi.
Ignora cosa quei lidi costano
di perduto mare d’inverno,
di perdute notti d’agosto
scrutando il cielo
per trovare la propria stella.
Cosa costa un amore
lasciato e poi perduto
nel silenzio
delle parole scritte.
Ora il chiarore degli anni
illumina la mia assenza
e mi riserva un posto
per tormento e lavacro
tra le perdute facce,
tra le perdute cose».

Pure il tormento più crudo, la sofferenza più sentita, il timore più forte, per il poeta, è quello di non essere capace di raccontare tutte le bellezze che ha lasciato, tutta la bellezza sfolgorante e luminosa, quanto crudele e violenta, della sua terra (‘La storia evoca’):

«Nomade in questo mondo
per sdegno
o per paura
vivo col timore
di non essere capace
di raccontare
quanto era bella la mia terra».

Ma Benedetto Di Pietro sa raccontare, sa cantare benissimo quella terra, e alla maniera propria dei siciliani autentici, e anche quando affronta un tema delicatissimo e difficile da trattare, come la morte.
Gesualdo Bufalino afferma, a ragione, che: «Ogni siciliano è… una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola è tutta una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più fragrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei»8. E proprio così Benedetto Di Pietro descrive la morte di sua madre (‘Una strana voglia’): mai nella poesia è citata la parola morte, mai si dice che la madre è morta, no, si è solo “addormentata” e più oltre “adagiata sul letto”:

«Eri lì, mamma,
ci hai salutati
e ti sei addormentata».

E, incredibilmente, anche in questo momento così estremamente personale, di dolore e di sofferenza, il poeta Di Pietro non rinuncia a cantare, di riflesso, la sua terra:

«Noi aspettavamo che ti svegliassi
per chiederti come stavi,
dove stavi.
Mi dicevi che avevi lasciato
i panni da stendere al paese.
Sorridevi dicendo che vedevi
colori bellissimi.
Ora sei adagiata sul letto,
col sorriso sulle labbra
e il paese dei Nebrodi nel cuore».

E così anche la madre “addormentata” è fatta tutt’uno con la Sicilia: vede i colori bellissimi della sua terra e ha il sorriso sulle labbra perché ha il paese dei Nebrodi nel cuore!

* * *

Così Tomasi di Lampedusa, che la Sicilia la conosceva bene, ebbe a notare: «[…] La Sicilia, l’ambiente, il paesaggio… questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuori misura, quindi pericolosi… Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto […]»9.
Sì, questa violenza, questa crudeltà, questa bellezza sfolgorante, questa tensione continua sono lo sfondo indispensabile e necessario per vivere dal di dentro questa intensa raccolta di Benedetto Di Pietro.

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*Prof. Francesco Solitario, Università di Siena
1 V. Monti, ‘Opere inedite e rare’, vol. III, Società degli Editori, Milano 1732, p. 164, nella “Lezione quinta” dedicata, appunto, a Socrate!
2 Devo la percezione “vivente” delle luci, dei colori, del mare e del cielo della Sicilia anche alla pittura del mio carissimo amico ragusano Franco Cilia, artista geniale, interprete sensibile e passionale di quei luoghi spettacolari, resi magici dalla sua pittura.
3 Gesualdo Bufalino-Nunzio Zago, ‘Cento Sicilie: testimonianze per un ritratto’, La Nuova Italia, Firenze 1993, p. 6.
4 G. Bufalino-N. Zago, ibidem, p. 5.
5 Guy de Maupassant, ‘Viaggio in Sicilia’, Promopress, Palermo 1991, p. 21.
6 Sebastiano Gesù (a cura di), ‘La Sicilia e il cinema’, Maimone, Catania 1993, p. 11.
7 F. Rando, “Platone e Carmelo Ottaviano”, in ‘Carmelo Ottaviano nella filosofia del Novecento’, Prometheus, Milano 2008, p. 45. Devo a Franco Rando, modicano che mi onora della sua amicizia fraterna, ai suoi racconti calorosi e appassionati della terra, della gente e della storia siciliana, nonché alla lettura del suo entusiasta e coinvolgente saggio sopra citato, avermi aiutato, negli anni, ad avvicinarmi a comprendere e a sentire lo speciale e unico carattere dei siciliani, di cui lui stesso è esempio emblematico.
8 G. Bufalino-N. Zago, cit., p. 6.
9 G. Tomasi di Lampedusa, ‘Il Gattopardo’, Feltrinelli, Milano 1958, pp. 211-212.

Un grato ricordo
Padre Salvatore Calandra, poeta e scrittore di San Fratello.
di Benedetto Di Pietro (*)

Se fino ad un paio di settimane fa mi avessero chiesto chi era Padre Salvatore Calandra, avrei risposto di averlo incontrato di persona (allora ero ragazzo) per le vie di San Fratello e di ricordarlo vestito con abito talare nero, dal quale spuntavano i lunghi pantaloni, con un mantello che copriva le spalle e una papalina nera sul capo.
Era cappellano della chiesa di Sant’Antonio Abate e le sue omelie, a detta dei fedeli di quella chiesa, erano imbastite di lingua italiana e dialetto siciliano e spesso peccavano di eccesso di semplicità. Niente di più.
Ricordo anche di avere visto nel lontano 1956, anno della mia permanenza nel seminario di Patti, un opuscolo a firma del Nostro che trattava di cure a base di erbe. Qualcuno mi disse più tardi che l’autore era stato diffidato perché proponeva pozioni curative fatte con erbe velenose; ma penso si sia trattato di ripicca di qualche lobby di farmacisti.
La mia curiosità parte proprio da questo opuscolo e mi metto alla ricerca su Internet, sicuro di poterlo trovare in qualche biblioteca italiana, dal momento che oggi i moderni mezzi informatici e l’adesione a tali mezzi del sistema bibliotecario internazionale permette di reperire libri e documenti in tutto il mondo.
Purtroppo di quell’opuscolo non ho trovato nulla, ma la mia curiosità è stata premiata. Appena ho digitato il nome dell’autore, mi si è presentato “Sac. Salvatore Calandra: Il Teatro dell’Universo (Poema)”. Sono entrato nel sistema ed ho scoperto che si trattava di un libro in vendita presso un rigattiere dell’Agrigentino, ma non specificava alcun dato sull’autore.
Poteva quindi trattarsi di un omonimo, ma valeva la pena fare arrivare il libro, al massimo avrebbe fatto parte dei molteplici libri di poesia della mia biblioteca. Acquisto il libro che mi viene spedito con puntualità. Lo apro e vedo in prima pagina la ripetizione del titolo sovrastato da una foto dell’autore che cerco di riconoscere, ma la foto lo ritrae da giovane, quindi la mia memoria non mi aiuta. Do un’occhiata all’interno e vedo solo versi e versi di poesia fino alla fine del libro di 435 pagine.
Poi l’illuminazione: “Col permesso di S. Ecc. Rev.ma Mons. D. Angelo Ficarra – Vescovo di Patti”[1] e subito dopo “Proprietà riservata – S. Fratello 31 ottobre 1954 – Sac. Salvatore Calandra”. Il miracolo è accaduto: l’autore è il sanfratellano che cercavo.
Entusiasmo tanto e nel contempo anche tanto stupore. Ma come, la cultura sanfratellana ha dimenticato di annoverare questo autore tra i poeti sanfratellani?
È vero che l’indagine sulla poesia locale si è fermata soltanto a quella dialettale, ma com’è possibile che nessuno abbia mai parlato di questo poema di Padre Calandra?

Così mi metto ancora sulle tracce dell’autore e della sua produzione letteraria e trovo che il libro da me trovato è presente in una decina di biblioteche italiane. Trovo pure che Calandra è autore di un altro opuscolo dal titolo “Contempliamo Gesù addoloratissimo per noi” (41 pp) che si trova nella biblioteca di Monreale.

Così mi metto a leggere il “Teatro dell’Universo” sperando anche di trovare molti riferimenti a San Fratello e magari molti versi nel dialetto galloitalico. Non trovo molto delle cose cercate, ma è valsa la pena.

Riporto qui sotto alcune brevi note sul poema con qualche mia impressione.

IL TEATRO DELL’UNIVERSO
(Sottotitolo “Godiamo dell’Universo”)

Il libro è un poema di ben 17552 (diciassettemila cinquecento cinquantadue) versi ed è diviso in tre parti: CREATO (sottotitolo “Godiamo del Creato” – 40 canti – 5789 versi), REDENZIONE (sottotitolo “Godiamo della Redenzione” – 40 canti – 5928 versi) e OLTRETOMBA (sottotitolo “Godiamo dell’Oltretomba” – 40 canti – totale 5835 versi). Quest’ultima parte a sua volta è divisa in “Inferno” (canti 1-17, versi 2482), “Purgatorio” (canti 18-25, versi 1214) e “Paradiso” (canti 26-40, versi 2139).

Stilisticamente, il poeta si avvale sempre del verso endecasillabo; usa la struttura dell’ottava (in Creato e Redenzione) e della terzina in Oltretomba (il riferimento alla Divina Commedia è evidente e Dante è il personaggio che accompagna l’A. in questi luoghi).
Il poema è un canto di fede religiosa e ci rivela l’A. come uomo dai molteplici interessi culturali.

Il CREATO
Nel “Creato” l’A. canta le bellezze della natura e la perfezione delle cose create. L’uomo è stato posto dal Creatore nell’Eden terrestre affinché ne goda.
In generale, nel “Creato” si nota una buona conoscenza delle scienze naturali da parte del Calandra. L’autore tratta del territorio, dei regni minerale, vegetale ed animale, e si sofferma sulle piante da frutta, sugli animali domestici e sul corpo umano.
Nei canti 36 e 40 c’è un riferimento al paese di San Fratello, che l’A. pone erroneamente vicino all’antica Alunzio (e che sappiamo ora essere Apollonia): è la presenza di Frariddinu, suo nipotino (era figlio della sorella) che si vede prima giocare felice e poi morire di febbre perniciosa. Questo fatto deve avere influito molto sul pensiero del Calandra che riponeva nel bambino un futuro di sacerdote.
In chiusura di questa parte, l’A. pone una nota in cui dichiara che il suo intento sarebbe stato di fare «un grande poema, tutto sul creato; ma vi pensò tardi […] Avrebbe voluto vedere molto al telescopio e al microscopio» e quindi lascia il compito ad altri che dovrà prima studiare tutte le scienze, «Poi si eleverà dalla loro aridezza, prenderà il bello vivo, e lo ravviverà con l’amore, con la fantasia, coi paragoni belli, anche ingenui»[2].

La REDENZIONE
L’A. parte dalla Genesi e percorre i luoghi del Vangelo: il protagonista è Gesù Cristo. Gli è compagno di viaggio Adamo, il primo uomo. Calandra era sacerdote e predicatore, quindi i vari argomenti trattati sono anche i temi della sua predicazione.

L’OLTRETOMBA
È un parallelo della Divina Commedia dantesca. l’A. divide l’Oltretomba in Inferno, Purgatorio e Paradiso.

INFERNO: qui, l’A. non è più accompagnato da Adamo, ma gli subentra Dante. Il luogo infernale, rispetto a quello dantesco, viene ampliato e vengono posti parecchi personaggi della storia: filosofi, teologi del passato, ma anche statisti del Novecento.

PURGATORIO: anche qui non mancano teologi, filosofi e statisti del passato lontano e vicino. Nel canto XXIII, come si evince dal sottotitolo, tratta di «Ignavi – Ungheri – Finti storpi – Paesani dell’Autore – Euclione ladro convertito» In tutta l’opera, questo è l’unico canto in cui compaiono tre versi nel dialetto galloitalico di San Fratello:

« […]
Asoltando il Maestro, si dipinse
Di rossore il mio volto, e più guardai
Gente a me nota, che il parlar cistrinse.
Fûro i Montalto; e dissi lor: zea sai?
Ca meanch so fusci ‘n ta l’ nasci criti,
O ‘mpasturei; pr’cò n’ cam’nai?
Ma essi pel Maestro più arrossiti,
Ci chiesero pietà, ci domandâro,
Se al mondo son ancor dei parassiti.
[…] »

PARADISO: l’A. vi pone tutti i santi della Chiesa: gli apostoli di Gesù, i patriarchi, i dottori della Chiesa, fondatori di ordini religiosi, ecc. Nel primo Cielo vi pone i bambini beati, tra i quali troviamo il suo nipotino Filadelfio (Frariddinu) che gli canta il trapasso della nonna, madre dell’A. Vi troviamo anche i santi fratelli martiri Alfio, Filadelfio e Cirino venerati a San Fratello. Il Paradiso Terrestre è una parte del Paradiso Celeste. Non mancano i moderni e i contemporanei, tra i quali Giorgio Washington, Cesare Balbo, il Duca d’Aosta e Arnaldo Mussolini. A proposito di quest’ultimo, l’A. si dice sicuro che se non fosse morto avrebbe convinto il fratello Benito a non entrare in guerra.

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ALCUNE INFORMAZIONI SULL’AUTORE
Padre Salvatore Calandra nacque a San Fratello il 29/08/1879 e morì il 28/01/1958. Dalla pubblicazione (presente su Internet) “I Religiosi della Provincia di Messina al servizio della Patria come Cappellani militari e soldati nella prima e seconda guerra mondiale” alla posizione 12 “Religiosi” [ndr: diversa da “Cappellani” di professione] risulta quanto segue:

—Nome di religione: P. Benedetto da S.Fratello
—Cognome e nome: sold. Calandra Salvatore
—classe: 1879
—Corpo d’armata: 12° Comp. Sanità
—residenza: Palermo
—Scheda: dal 1920 – P. Benedetto Calandra Salvatore
—[figlio di] Filadelfo e Mileti Serafina
—Predicatore
—v. 29-08-1902 p .01-11-1905 ps. 20-09-1908
—Statistica attuale Prestò servizio nella Guerra del 1915-18, nel corpo della Sanità, come soldato semplice.
—Secolarizzato nel 1920 – Vedi Atti della Provincia 1913 p. 165 e 1920 p.284

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Inoltre, la mia curiosità è stata abbondantemente appagata, quando chiesi informazioni all’amico Prof. Benedetto Iraci, che insieme al fratello medico Dott. Alfredo sono cultori e collezionisti attenti delle opere di scrittori di San Fratello. Mi inviò la lista che riporto qui di seguito e dalla quale si evince che il Sac. Salvatore Calandra, non è stato solo autore de “Il Teatro dell’Universo”, ma di molte altre opere, alcune delle quali sono state pubblicate, mentre altre sono rimaste nei cassetti. Spero che dopo attenta analisi critica tali opere possano essere messe a conoscenza degli studiosi.

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OPERE DEL SAC. SALVATORE CALANDRA

Edite:

– Per la pace perpetua universale, prima ed. Gianfalla, Palermo, 1917; seconda ed., Zuccarello, S. Agata Militello, 1945.
– Crescere prosperamente, I.G.M., Messina, 1928;
– Papa sarto…., I.G.M., Messina, 1929;
– Contempliamo Gesù addoloratissimo per noi, Tip. Pontificia, Palermo, 1952;
– Igiene molta, poche malattie. Sveltite i vostri corpi, preservatevi dal cancro, Tip. Pontificia, Palermo, 1952;
– Il Teatro dell’Universo (Poema). Godiamo dell’universo, Tip. Pontificia, Palermo, 1954;
– Poesie sui giornali.

Manoscritte (inedite):

– I Superanzi. (Romanzo satirico contro la guerra in tre volumi);
– Allegrie e allegorie (fin’oggi 216) 237;
– Conferenze e panegirici;
– Amore in due volumi;
– Coroncina Ai Tre Santi Fratelli Alfio, Filadelfio e Cirino, San Fratello, aprile 1931;.
– Coroncina di Maria SS. Assunta, San Fratello, 29/07/1937;
– Nel nome del Signore. Regola della Compagnia Contemplativa;
– Il Portento. Melodramma in sette atti, San Fratello, 08/04/1947;
– L’Amante. Melodramma in sette atti, San Fratello, 08/05/1947;
– Caterina. Melodramma in sei atti, San Fratello, 16/04/1948;
– L’Invido Rege. Melodramma tragico in cinque atti, San Fratello, 15/03/1947;
– Candida Rubiconda. Melodramma tragico in tre atti, San Fratello, 15/02/1947;
– La Silvestre. Melodramma in sei atti, San Fratello, febbraio 1947;
– Saulo. Melodramma tragico in tre atti, San Fratello, 03/01/1948;
– Cristoforo. Melodramma in dieci atti, San Fratello, 02/07/1947;
– Angela – Sposa (Cecilia). Melodramma tragico in sei atti, San Fratello, dicembre 1946;
– Sara. Melodramma in sette atti, San Fratello, giugno 1946;
– La Visione. Melodramma in sei atti, San Fratello, 16/02/1948;
– Bella Rosa. Melodramma in sette atti, San Fratello, 10/11/1947;
– Il Sommo Amore. Melodramma in dieci atti, San Fratello, 15/03/1948;
– Emmanuel. Melodramma in sei atti, San Fratello, novembre 1946;
– Bella Vergine Fuggenda. Melodramma in sette atti, San Fratello, 03/12/1947;
– Sulle Tenebre. Melodramma in cinque atti, San Fratello, aprile 1946;
– La Margherita. Melodramma in cinque atti, San Fratello, 07/06/1950;
– La Massima Lotta. Melodramma in quattro atti, San Fratello, 10/02/1950;
– Il Grande Eroe. Melodramma in cinque atti, San Fratello, 08/04/1949;
– Il Fedelissimo. Melodramma in cinque atti, San Fratello;
– Giuseppe. Melodramma in quattro atti, San Fratello;
– Il Maledetto. Melodramma in quattro atti, San Fratello;
– Strano Collegio. Commedia in quattro atti, San Fratello, 21/03/1949;
– Il Messia. Oratorio, San Fratello, 30/04/1949;
– Teresina. Oratorio, San Fratello, 02/05/1949;
– La Samaritana. Oratorio, San Fratello, 04/05/1949;
– Eva. Oratorio, San Fratello, 05/05/1949;
– Daniele. Oratorio, San Fratello, 31/05/1949;
– Il Cieco nato. Oratorio, San Fratello, 01/06/1949;
– Sulla Montagna. Oratorio, San Fratello, 02/06/1949;
– La Trasfigurazione. Oratorio, San Fratello, 06/06/1949;
– Tobia. Oratorio, San Fratello, 06/06/1949;
– Nato Gesù. Oratorio, San Fratello, 08/06/1949;
– Surrexit. Oratorio, San Fratello, 09/06/1949;
– Noè. Oratorio, San Fratello, 09/06/1949;
– L’Aurora. Oratorio, San Fratello, 10/06/1949;
– L’Ascensione. Oratorio, San Fratello, 12/06/1949;
– Il Cavaliere Mistico. Oratorio, San Fratello, 20/08/1949;
– S. Ignazio. Oratorio, San Fratello, 20/08/1949;
– L’Umile Eroe (S. Francesco). Oratorio, San Fratello, 10/09/1949;
– Il Buon Amante (S. Pietro Apostolo). Oratorio, San Fratello, 26/09/1949;
– Il Celebre Paziente (Giobbe). Oratorio, San Fratello, 06/10/1949;
– Ester. Oratorio, San Fratello, 19/10/1945;
– Giuditta. Oratorio, San Fratello, 10/10/1949
– Celestis Vita. Oratorio, San Fratello, 29/10/1949;
– Cristo Re. Oratorio, San Fratello, 03/11/1949;
– Osanna. Oratorio, San Fratello, 08/11/1949;
– La Pentecoste. Oratorio, San Fratello, 13/11/1949;
– L’Assunta. Oratorio, San Fratello, 16/11/1949;
– La Parigina. Oratorio, San Fratello, 25/11/1949;
– Bocca d’oro. Oratorio, San Fratello, 01/12/1949;
– Agnese. Oratorio, San Fratello, 07/12/1949;
– Fulmìneo (S. Francesco di Sales). Oratorio, San Fratello, 13/12/1949;
– L’Atleta (S. Martina V. M.). Oratorio, San Fratello, 31/12/1949;
– Il Fedele (S. Sebastiano M.). Oratorio, San Fratello, 07/01/1950;
– Il Dolce Amore. Oratorio, San Fratello, 18/02/1950;
– Il Centurione. Oratorio, San Fratello, 18/03/1950;
– Patrator Miraculorum (S. Biagio). Oratorio associato col cinema, San Fratello, 05/04/1950;
– Agata Preziosa. Oratorio associato col cinema, San Fratello, 25/04/1950;
– Il Rompicollo. Viatorio, San Fratello, 20/11/1949

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(*) Questo articolo venne pubblicato sul n. 82/2014 della rivista “Lumie di Sicilia” di Firenze, diretta da Mario Gallo, e nel Blog “Sottolapietra” gestito da Carmelo Emanuele.
[1] Si tratta del vescovo di cui narra L. Sciascia in “Dalla parte degli Infedeli” (Sellerio, 1993, pp. 74.)
[2] Ne deduco, quindi, che la semplicità e i paragoni delle omelie di P. Calandra, che tanta meraviglia destavano nei fedeli della sua chiesetta, erano da lui voluti e non poteva essere diversamente data la sua qualifica di “predicatore”, come si può dedurre dalla scheda biografica che metto a informazione parziale sull’autore.

DiPietro_Relazione_per_Atti

Benedetto Di Pietro – Benedetto Iraci

Copertina Sbughjann-3
SBUGHJANN
NTA LI PARADI
(PASCENDO TRA LE PAROLE)

Dizionario dei fitonimi e informazioni sull’agricoltura di San Fratello (Messina), con aggiunta di proverbi e detti nel dialetto galloitalico locale.

Editrice Montedit
Collana Apollonia
ISBN 978-88-6587-570-4
pagg. 212
Euro 13,00

PREFAZIONE

Il pastore che ogni giorno, di buon mattino, fa uscire le proprie pecore o capre, dal recinto dentro il quale hanno trascorso la notte, perché vadano a nutrirsi nel terreno aperto, “sbuoghja”il suo armento. “Sbughjer” è appunto il verbo che esprime l’atto di avviare le pecore o le capre al pascolo, nel dialetto settentrionale di San Fratello, una delle cittadine della “Sicilia Lombarda”, secondo una felice definizione del linguista Salvatore C. Trovato. Gli autori, Benedetto Di Pietro e Benedetto Iraci, hanno scelto questa metafora per intitolare efficacemente il loro libro e forse anche per descrivere il cammino che fanno le parole, una volta che abbiano trovato un autore che le raccolga e le faccia “pascolare” presso un pubblico di lettori.
“Sbughjann nta li paradi” è un libro sulla memoria, un testo composito e ibrido, tripartito nella sua struttura, il cui motivo conduttore è il “ricordo” attraverso il recupero della parola. Il libro evoca conoscenze, pratiche e tecniche del mondo contadino, ricostruendo una parte importante della cultura materiale sanfratellana. Una civiltà sopravvissuta, sostanzialmente immutata, fatte salve origini più remote, dal secondo secolo del Basso Medioevo, momento presumibile dell’arrivo dei flussi migratori dal Nord Italia, fino agli anni Sessanta del secolo scorso.
Unico quindi il “leitmotiv”, differenti le prospettive scelte dai due autori. Benedetto Iraci recupera i ricordi di usi popolari antichi con lo scrupolo del ricercatore, donandoci un elenco minuzioso dei nomi locali delle specie vegetali, spontanee o coltivate, di quest’area dei Nebrodi, riferiti al rispettivo nome scientifico. Ad ognuno di essi, l’autore accompagna ricche e particolareggiate digressioni sul ruolo della flora nella cultura locale. Benedetto Di Pietro ricostruisce lo stesso ambiente come in un gioco di specchi, ricordando il padre Salvatore e recuperandone, a sua volta, le memorie, attraverso un lungo racconto in prima persona che ci conduce all’interno dell’antico mondo rurale sanfratellano. Infine, 300 tra proverbi e modi di dire, tratti dal patrimonio della cultura orale popolare locale, concludono il libro, integrando una pubblicazione del 1998, “Ghj’antiegh disgiaiu accuscì”, dello stesso Di Pietro. L’autore non è infatti nuovo alla scrittura nel galloitalico di San Fratello e il suo nutrito gruppo di libri, pubblicati dal 1995 al 2013, ha avuto un ruolo determinante nel riavviare la produzione scritta in dialetto, ferma ai canti popolari raccolti, tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, da folkloristi e cultori locali, quali Lionardo Vigo, Giuseppe Pitrè, Luigi Vasi e Benedetto Rubino.
Non sono quindi più attuali le parole di quest’ultimo, demologo e farmacista sanfratellano, uomo di ingegno e attento osservatore delle cose paesane, che nel suo “Folklore di San Fratello” del 1914 scriveva: «[…] sono poche le poesie sanfratellane dettate in vernacolo, pur essendo molti i rimatori, non rari i poeti». In questo senso, “Sbughjann nta li paradi” va letto, soprattutto, come un libro scritto in dialetto, il libro più recente di un corpus non più esiguo di opere in sanfratellano.
La storia di un’istituzione culturale, poniamo la letteratura dialettale sanfratellana, somiglia a quella dell’individuo e, come per questo, se ne potrà parlare compiutamente solo partendo dalla fine della sua parabola. “Sbughjann nta li paradi” è il momento finale, o meglio più recente, dello sviluppo di questa storia letteraria e mostra gli aspetti di una letteratura non più infante, a cominciare dall’ortografia, ormai sicura, dopo gli studi universitari più recenti. I due autori ci affidano quindi un libro prezioso non solo per i folkloristi, i linguisti o, più in generale, per tutti i lettori in grado di intendere la rappresentazione del mondo che seppero darsi i nostri avi, “Sbughjann nta li paradi” sarà soprattutto l’ultimo arricchimento di questa letteratura dialettale sanfratellana. Leggendolo, cominciamo a conoscere questa storia dalla fine e realizziamo al contempo che essa è ormai avviata a continuare negli anni a venire.

Giuseppe Foti*

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(*) Dottore di Ricerca in Filologia moderna e docente di Lettere nella scuola secondaria di I grado.

Di Pietro - Queras - Manni - Copertina QuartaDi Pietro - Queras - Manni - Copertina1 È uscito presso Manni Editori di San Cesario di Lecce il romanzo L’ALLEGRA REPUBBLICA DI QUERAS. Il libro può essere ordinato in tutte le librerie fisiche e virtuali (Internet).

ISBN: 978-88-6266-584-1
pp. 96
Euro 13,00

Un romanzo come favola allegorica dove gli animali, riuniti in partiti, lottano prima per conquistare il potere, poi per conservarlo.
E l’uomo, nella finzione letteraria giudice del comportamento delle bestie, si avvale della propria capacità per speculare sui sentimenti più profondi, dimostrando così, amaramente, che tutte le azioni sono lecite se il popolo, manovrato, le ritiene tali.
L’autore ridendo “castigat mores” e mette in risalto l’umanità degli animali e l’animalità degli umani artefici di principi e direttive atti a consolidare un meccanismo dove si può cambiare tutto, persino i soggetti, con il fine di non mettere in discussione il potere costituito.

IN UNA SERA

Copertina IN UNA SERAPer i tipi della Montedit Editrice è uscito: Benedetto Di Pietro IN UNA SERA (racconti)
pagg. 78 – Euro 8,50
ISBN: 978-88-6587-3922

Caro Lettore,
Questi brevi racconti vogliono distoglierti, anche se per un tempo breve e spero con un pizzico di ilarità, dall’onerosa realtà quotidiana. Alcuni di essi sono apparsi in passato sulla rivista “Pagnocco”, che si pubblicava a Messina ed era diretta dal compianto amico Giuseppe Cavarra, alla cui memoria questo libro vuol essere un omaggio.
La narrazione prende corpo dai fatti di cronaca ai racconti di vita paesana, dalle credenze popolari al mondo della fantasia (si tratta poi solo di credenze e di fantasia?)
La raccolta è volutamente agile per essere letta quasi “in una sera” e il mio scopo sarà raggiunto se sarò riuscito a coinvolgerti, sollecitando un minimo della tua curiosità e riflessione.
Con gratitudine.
L’Autore

CONFERENZA SUL GALLOITALICO DI SAN FRATELLO (MESSINA)
(10 AGOSTO 2012)

“TERMINOLOGIA ARCAICA E CRIPTICA NELLA PARLATA DI SAN FRATELLO”

Relatore: Benedetto Di Pietro

0. Premessa
La comprensione del dialetto sanfratellano è stata sempre problematica per chi non è nato a San Fratello, o non ha avuto modo di vivere nel paese da bambino e assimilarne i suoni e i significati delle parole. La ragione? La velocità con la quale viene parlato e la presenza di una o più vocali mute che comportano un accumulo consonantico, impronunciabile per chi non è nativo del luogo. È questa la ragione che fece esclamare allo studioso Lionardo Vigo che il dialetto sanfratellano è “una lingua inintelligibile più della favella di Satanasso” e un secolo dopo fece dichiarare al dialettologo Giovanni Tropea che per i dialetti galloitalici non si sarebbe mai giunti alla loro letterarizzazione, ossia non si sarebbe mai arrivati a scriverli e ottenere così una propria letteratura.
I tempi moderni hanno smentito queste affermazioni, grazie agli studi comparati degli specialisti, e a ragione possiamo dire che anche il dialetto sanfratellano che in fatto di opere scritte si era fermato alla produzione del Vasi e del Rubino, è riuscito a portarsi alla pari di altri centri galloitalici.
Nonostante le sollecitazioni a tirare fuori dai cassetti eventuali scritti di sanfratellani del passato, non abbiamo avuto riscontri di ritrovamenti da parte degli eredi o di amici. Così bisogna arrivare alla fine del Novecento per trovare altre pubblicazioni e notare con piacere che altri amici hanno cominciato a dedicarsi alla scrittura in dialetto. Operazione questa che servirà se non a salvare tutto, ma sicuramente una buona parte della parlata e della cultura, incluse le tradizioni, che nel tempo hanno costellato la vita della gente di San Fratello.

1. Accumulo consonantico e linguaggio ellittico?
Può sorgere spontanea una domanda: la parlata sanfratellana è nata così o è stata resa volutamente di difficile comprensibilità? Non è possibile dare una risposta per almeno due ragioni:
a) noi non abbiamo registrazioni della parlata originale, intendo dire la parlata dei primi secoli in cui i coloni provenienti dall’alta Italia si sono insediati a San Fratello
b) perché non conosciamo i rapporti che la gente di San Fratello instaurò nel passato con i paesi vicini, ma che sicuramente non devono essere stati di totale apertura se fino ad una cinquantina di anni orsono gli abitanti delle campagne vicine, che parlavano la lingua siciliana, venivano chiamati dai sanfratellani “forestieri” e spesso venivano indicati come “marrani”, termine che nasconde nella sua storia un significato di disprezzo perché con esso, fino al sec. XVIII, gli Spagnoli indicarono i musulmani e gli ebrei convertiti al cristianesimo.
I sanfratellani sono sempre stati molto gelosi della loro parlata e per indicare la lingua siciliana usavano, con tono di ironia, l’espressione Pardèr a-la tänu “Parlare alla “tannu”. In dialetto siciliano tannu significa ‘allora’; l’espressione equivale al più moderno pardèr d’accussì “parlare così”; il termine siciliano “così” viene tradotto con “accussì” e si distingue da “accuscì” usato dai sanfratellani per indicarne l’appartenenza linguistica. I linguisti definiscono questo termine “shibboleth”, dall’ebraico “spiga, bandiera”.

È pensabile che trattandosi in origine di un avamposto militare si sia fatto uso di un linguaggio sintetico. Sicuramente, attraverso i secoli la parlata sanfratellana è diventata sempre più ellittica, facendo sparire delle vocali, e quando si è capito che con questo sistema da una parte ne beneficiava l’economia dialogica, in quanto nell’unità di tempo si potevano pronunciare più parole, e dall’altra il discorso diventava più incomprensibile per chi non apparteneva alla comunità sanfratellana, non si è fatto nulla per renderlo più esplicito, chiudendo così in uno scrigno la parlata e le sue tradizioni che sono sempre apparse come circondate da un’aria di mistero.
Una delle cause principali di questa chiusura è dovuta al fatto che non si sia fatto uso della scrittura; infatti questa avrebbe obbligato ogni scrivente a usare anche le vocali al fine di permettere la morfologia e la divisione sillabica avrebbe messo più chiarezza.
L’argomento è complesso e ci porterebbe a considerare due possibili opzioni: la prima che l’uso della scrittura ci avrebbe offerto pagine scritte sulle tradizioni sanfratellane e sulle loro evoluzioni nei secoli, ma con la possibile conclusione che la parlata sanfratellana sarebbe già scomparsa da tempo a causa della mancanza d’interesse per un dialetto del quale si sarebbe conosciuto tutto; la seconda, tramandarsi la parlata per via orale, obbligando i sanfratellani ad affidare alla trasmissione orale di tutte le informazioni legate alla loro cultura. Questo è ciò che si è verificato attraverso i secoli e che ha permesso al dialetto di arrivare fino a noi, con tutte le sue lacune, ma anche con la sua originalità.
Va detto che la mancanza di un sistema di scrittura, e in particolare di una scrittura fonologica, ha portato spesso i sanfratellani a usare le parole in base alla propria conoscenza, assimilandole spesso ad altre conosciute, e dando origine a storpiature importanti, tali da modificarne il significato. È il caso del termine italiano “balaustrata” (da balaustra) che dall’equivalente “balausträra” è diventata “pälauastära” che risulta composta dai termini “päla” e “uastära”, in italiano “pala” e “guasta”.

2. Linguaggio criptato
Si racconta che nell’ultimo conflitto mondiale, quando ormai la guerra delle spie aveva raggiunto livelli tali da rendere vano qualsiasi cifrario segreto, occorreva fare in modo da non riuscire a decodificare i dispacci classificati “Top secret” . Qualcuno che era a conoscenza delle caratteristiche della parlata sanfratellana, pensò di utilizzare soldati di San Fratello alle estremità del telefono, per la trasmissione di informazioni segrete. Si racconta che la cosa funzionò benissimo e che, nonostante le intercettazioni, furono spiazzati tutti i cifrari per la traduzione dei messaggi. Quanto ho detto ha più un sapore aneddotico, ma una cosa è certa: i Sanfratellani, quando parlano in fretta sono veramente incomprensibili. E c’è di più: usano spesso un linguaggio criptato, nel quale fanno uso di termini che poco o nulla hanno a che fare con l’oggetto della conversazione, dando largo spazio all’ironia e all’autoironia, ma un particolar modo il tono e la cadenza della voce, aspetti questi molto importanti che, per chi non è del luogo, spesso possono venire interpretati come offensivi.
Non manca l’uso di termini che nella parlata comune vengono interpretati in maniera erronea da chi ascolta. Tali ad esempio:

• “Palangäna” “farfalla”, diversa da “parpaghjan” che è una farfalla più piccola. Il termine potrebbe derivare da palanca, che era un’antica moneta di pochi centesimi, con la quale avrebbe in comune la caratteristica di “volare” continuamente.
• “Muoss”, in genere usato per gli animali, per “bocca”. Nell’epressione “stuzers u muoss” “asciugarsi la bocca” significa perdere tutto lavoro fatto. L’espressione è ironica e si riferisce a chi dopo un lauto pranzo si alza sazio e soddisfatto.
• “Signaur zzieu”, lett.: “signor zio”, titolo dato dai nipoti ad uno zio prete, che qui sta ad indicare il pitale per la sua forma cilindrica che con coperchio somigliava ad una cappello da prete.
• “Spezzachientar” per “gelsomino”, ma che letteralmente si traduce con “rompi pitali”; con lo stesso significato esiste nella lingua siciliana “spezzalanceddi”, mentre “spezzacantiri” usato al plurale (v. Vocabolario Siciliano, fondato da Giorgio Piccitto, Vol. V) ha il significato di “stravaganti”, quindi poco avrebbe a che fare con il significato di gelsomino e che nell’allusione sanfratellana potrebbe sottintendere l’azione necessaria per raccogliere il fiore, posando il vaso in posizione instabile con la conseguente caduta e rottura dello stesso.
• “Na peiula di sau” che si traduce con “una corda di sole” e che poco significato avrebbe se non si facesse ricorso alla millenaria cultura sanfratellana della misurazione del tempo basata sulla posizione del sole nella volta celeste; così “u sau è a cciaum” il sole è appiombo quando è mezzogiorno; verso il tramonto, il tempo viene misurato facendo uso virtuale di una corda di circa due metri fatta di crine animale, detta “peiula”, proiettata all’orizzonte e calcolando la distanza tra il mare e il sole, e che nel caso di cui parliamo corrisponde a circa due ore di luce, prima del tramonto.
• “Terrafierma” sta per ‘terraferma’, ma per i sanfratellani ha il significato di “terremoto”, quasi un ordine, come quello dato da Giosuè al sole, affinché la terra non si muova. San Fratello è stato sempre ricordato per gli smottamenti e poco per i terremoti; ma qualcosa d’importante deve essere successo nella sua storia, lo deduciamo da quanto ci fa sapere Vito Amico nel suo “Dizionario Topografico della Sicilia, tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Di Marzo” (Morvillo, Palermo 1855). A pag. 450 del Vol. I si legge: “Il registro fatto sotto Carlo V recava 636 case, e nel 1595 eran 2300 anime; nel 1652 le case 950 e 3419 abitanti, nel 1713 le case 858 e i cittadini 3236, che ultimamente 3613.”
L’Amico dà anche notizia del dialetto e prosegue:

“(…) È San Filadelfio [ndr: ora San Fratello], né erroneamente, una delle colonie di Lombardi addotte dal Conte Ruggiero, il che ci mostra chiaramente il linguaggio degli abitanti, il più oscuro degli altri dalla medesima gente in Sicilia stabiliti. Fiorì il paese fino ai nostri tempi [ndr: 15 marzo 1757, data della Dedica dell’opera a Giovanni Fogliani di Aragona, viceré di Sicilia], ma ultimamente nel 1754 dopo non poca pioggia in molti jugeri sprofondando il suolo, quasi una metà verso ponente ne trasse in ruina, ed aprendosi la terra, assorta quasi in metà la parrocchia stessa di Santa Maria, perì con gran perdita, ed in luogo più opportuno prese a rifabbricarsi [ndr: quindi la Matrice distrutta dalla frana del 1922 in precedenza si trovava in altro luogo. (…)”

Tornando al censimento delle case e degli abitanti riportati dall’Amico possiamo dedurre che tra il 1652 e il 1713 deve essere successo qualcosa di grave se le case sono passate da 950 a 858, con una perdita di 92 unità, e si spera che i 183 cittadini mancanti all’appello abbiano avuto una sorte migliore. Non so se negli atti parrocchiali di San Fratello se ne faccia cenno, ma è verosimile pensare a causa di frana o terremoto. Gli annali parlano di un terremoto disastroso che ebbe luogo l’11 gennaio del 1693 e rase al suolo la città di Noto, è quindi pensabile che anche altri paesi della Sicilia, tra i quali San Fratello, possano essere stati coinvolti pesantemente.
• “Terra” nelle espressioni “craver di terra”, “ghj’ami di nuov a la terra si n vean (L. Vasi: “I giurnatärij”): ha il significato di “paese, casa” e non di campagna come potrebbe sembrare. Pertanto la traduzione delle espressioni è “caprai di paese” e “gli uomini se ne tornano di nuovo a casa”
• “Duieuna” ‘dogana’ nel detto “èssir na mäla duièuna” (essere una cattiva dogana). Nel sec. XV gli Aragonesi instaurarono nel sud Italia, e in Sicilia, le “Dogane” che avevano il compito di esigere le tasse su tutti gli allevamenti; avevano anche una funzione assicurativa e in caso di moria di animali dovevano corrispondere agli allevatori un indennizzo che poche volte raggiungeva gli aventi diritto. Nel significato corrente indica una persona pessima pagatrice.
• “Zumàn” “grande gobba”; nel significato comune viene indicato un pagliaio costruito male.
• “Catuosg” parte bassa della casa in genere adibita a magazzeno o altro. Questo termine viene ironicamente usato per indicare anche lo stato d’animo e altre situazioni figurate, come “avar d’ärma ô catuosg”, avar la vausg ô catuosg” “essere giù di morale”, “avere la voce rauca” etc.
• “Ndulina” “allodola”; con lo stesso nome viene chiamata la Mantide religiosa, ma qui si tratta di una storpiatura del sic. Ndivina o Ndiminaglia, così chiamata perché i bambini credevano che l’insetto agitando le zampe anteriori desse risposte alle loro domande, oppure volesse tessere qualcosa.
• “Chiempa” ‘bruco, camola’, nell’espressione “mardìsgir la chièmpa” “maledire la camola”. Capitava spesso che i bruchi invadessero le coltivazioni e i contadini impotenti ricorressero all’esorcista, non sappiamo con quali risultati, ma c’era chi giurava di aver visto le camole sparire. Il detto si riferisce a chi va in giro senza alcuna mèta: essir un chi mardìsg la chièmpa; oppure, quando è usato come risposta, ha il significato di non volere far sapere dove si è diretti: väch a mardìsgir la chièmpa “vado a maledire la camola”.
• “Purter un a-la càua dû cavèu “portare uno (legato) alla coda del cavallo”. Era una berlina inflitta al condannato che, in catene e legato alla coda di un cavallo, veniva condotto in mezzo alla folla che lo derideva.
• “Essir n bäbu a palòta” “Essere uno stupido a paletta”. Alcuni frutti di ficodindia si sviluppano dentro la ‘pala’ e sono ricercati perché dopo raccolti è possibile conservarli per l’inverno appendendoli ad un chiodo. Sono i cosiddetti ficadìgna a palòta. Si vuole indicare quindi una rarità anche applicata alla stupidaggine: uno stupido a palòta è duraturo nel tempo.
• “Caffa” “coffa, nido” è una grossa sacca per il trasporto animale, ma è anche il nido degli uccelli. Una cattiva abitudine dei ragazzi era quella di prelevare gli uccellini dal nido, spesso implumi. Quando si attendeva che divenissero più grandi succedeva di trovare vuoto il nido perché nel frattempo i volatili erano andati via lasciando la coffa. L’espressine sanfratellana “der la caffa” “dare la coffa” ha significato ironico e si riferisce al rifiuto ottenuto da qualche pretendente da parte della ragazza alla quale aveva fatto la proposta di matrimonio.
• Pälauastära è una deformazione di balausträra ‘balaustrata”. La chiesa di San Nicolò, prima della frana del 1922, aveva un ampio sagrato circondato da una lunga balaustrata, sormontata ad intervalli regolari da mezzibusti, in marmo, di personaggi illustri. Essir n pup di la pälauastära ‘essere un pupo della balaustrata” è un’espressione negativa e allude a un individuo senza personalità, che può essere facilmente pilotato. Ogni tanto una di queste statue spariva per essere successivamente ritrovata dietro la porta di casa di qualche bella fanciulla che non aveva accettato il fidanzamento con un giovane del paese.
• “Näna” “nonna, diarrea”, nell’epressione “pumadamaur cu la näna” ‘pomidori con la diarrea’. In genere i sanfratellani hanno mangiato la frutta e le verdure dei loro orti e solo nei periodi di maturazione collinare. I venditori ambulanti provenienti dalle zone marittime portavano le loro primizie e nel caso dei pomodori li offrivano a voce alta, in siciliano, per le strade come “pummadoru senza nana!” I bambini chiedevano alle mamme di acquistarli, ma queste ne scoraggiavano la consumazione adducendo giustificazioni diarroiche a causa del concime chimico che veniva usato per produrli.
• “Mbruoghja” “imbroglia (verbo ind. pres. s.), ciarpame”; quando ci si riferisce a .qualcosa di cui non si vuol dire il nome, si parla di “mbruoghja”.
• “Sfascider” “tirare fuori dalla fiscella, vuotare”, questo verbo viene usato anche come sinonimo di “vuotare il sacco” senza esserne richiesto, non saper tenere un segreto.
• “Accianter mieuzzi” “piantare milze” è sinonimo di dare ceffoni; la milza era un copricapo in uso fino ai primi del Novecento ed aveva la caratteristica di cadere sopra un orecchio, quasi a voler accarezzare il collo, sinonimo quindi di una sonora “scarza di cadd” “scorza di collo”. L’aggiornamento dell’espressione seguì la moda che introdusse largamente l’utilizzo della coppola, così dare una “scapula” ‘scoppola’ rende bene l’idea di un ceffone così forte da far volar via il copricapo.
• “Cilestri” “celesti”, nell’espressione “purter un a li cilestri” “portare uno al settimo cielo”, vantare. Il termine è riscontrabile nella visione medievale del Paradiso e nelle etichette messe sui registri degli organi antichi per indicare il suono argentino, celestiale.
• “Pässavulant” “passavolando”, sono dolci a forma di cuore o di “S”, di pasta di mandorle ricoperti di glassa e decorati con motivi floreali che vengono serviti nei matrimoni insieme alle cosiddette “gnuchietuli”, anche queste di pasta di mandorle, a forma di “S”, ma di colore scuro. Il nome “pässavulant” potrebbe riferirsi alle istruzioni date a chi in passato serviva questi dolci nei matrimoni i cui ricevimenti si svolgevano nelle case private affinché non si soffermassero troppo, col duplice intento di fare presto e di impedire che gli invitati ne prendessero più di uno.
• “Fighj di scècca” “figlio di asina”. L’incrocio tra un asino ed una cavalla origina il mulo. Invece l’accoppiamento di un cavallo con un’asina produce il bardotto, che conserva un’indole asinina, notoriamente autonoma e refrattaria al punto di essere considerato fèuzz ‘falso’ perché spesso recalcitra. Per trasposizione dare del “fighj di scècca a uno è offensivo perchè equivale ad essere un individuo inaffidabile.
• “Dighj chi i chiei son attachiei” ‘digli che i cani sono legati’. È un invito in codice: si vuole far sapere alla persona alla quale il detto dovrà essere riportato, che è attesa con ansia.
• “Mottir la narta” ”mettere il soprannome”, potrebbe essere una fusione di nam+ sciarta ‘nome e sorte’ (nomen omen).
• “Dumiera piguriera” “lucciola”, lume del pecoraio.
• “Amartacanàli” ‘spegnicandele’. Erba dall’odore disgustevole; si dice che venisse usata nei granai per tenere lontani i panaruoi ‘punteruoli’.
• “Nualzänt” ‘cantastorie’; chi racconta storie, chi parla troppo. Tucc i nualzänt arrivu zzea ‘tutti coloro che portano notizie arrivano qui’
• “Arplacchja” (dal sic. aprilocchi) “cardo benedetto” (bot.: “cnicus benedictus”), erba che produce alla sommità uno stelo munito di spine. Il nome è un invito a prestare attenzione perchè punge e riferito a persone che sono sempre pronte ad offendere.
• “Buvrèg” “mancia”; nell’espressione se l pàrti àntra t däcch u buvrègg “se le porti a casa [le botte], ti do la mancia” significa che devi difenderti, altrimenti a casa prenderai le altre. Un sistema educativo basato sulla difesa.
• “Sfiler” “sfilare, misurare; nell’espressione sfiler u pè significa curare le orme lasciate da un animale scappato via. Sfiler u camìan ‘seguire le orme’.
• “Bannier” ‘bandire, annunciare’. Bannier li festi ‘annunciare le festività’, avviene il giorno dell’Epifania in cui il sacerdote annuncia i giorni in cui cadono le festività religiose dell’anno liturgico.
• “Panuttian di San Giusepp” “pagnottina di San Giuseppe” è il seme della malva e in genere dell’altea, così chiamato per la sua forma piatta divisa in spicchi.
• “Nfurrer” “foderare”, in sanfratellano è un termine parente del francese “fourrer” e significa “andare a sbattere” contro qualcosa.

Non mancano nella cultura sanfratellana ascendenti medievali della sottomissione della donna all’uomo. Li troviamo in alcuni proverbi e modi di dire, come ad esempio:
• “D’am apparànta cû re e la fòmna cû chièn” “L’uomo sia simile al re e la donna al cane”. Questo detto ha radici molto antiche e v’è rapporto di sudditanza della donna all’uomo. Il riferimento è quello della peculiare qualità del cane che è la fedeltà; per contro all’uomo è richiesto di comportarsi come un re, che è personificazione di onestà, di protezione, di potenza. Sotto questo aspetto troviamo riferimento anche alla letteratura cavalleresca.
• “Nutära pèrsa e fìghja fòmna” “Nottata persa e figlia femmina”. Dove la poca considerazione verso la donna diventa più esplicita.
• “Fièji sòcchi e fìghji fòmni, u prim prièzz è ièngiu” “Fichi secchi e figlie femmine, il primo prezzo è angelo”. Una delle risorse dell’economia sanfratellana legata all’agricoltura era la coltivazione e la lavorazione dei fichi. Il prodotto veniva immesso sul mercato che spesso continuava ad essere in rialzo; ma è capitato, in attesa di spuntare un buon prezzo, che quintali di fichi siano rimasti invenduti e destinati a cibo per gli animali. La sorte dei fichi è stata riservata anche alle figlie femmine. Andavano concesse senza esitazione al primo che ne chiedeva la mano per paura che in attesa di un buon partito rimanessero in casa.
• “mija tu” è la contrazione del sic. “miatu tu” “beato tu”. Nel proverbio “N grèan di chièrta, mija di chi la nzèrta” “un grano di carta, beato chi la indovina”, si tratta della carta con la quale è fatto il certificato di matrimonio, e quanto la sua riuscita sia legata alla fortuna.

3. APPENDICE: ADELASIA DEL VASTO
QUALCHE BREVE NOTIZIA SULLA MOGLIE DI RUGGERO I
La presenza dei Normanni in Sicilia la vediamo con l’inizio della conquista dell’isola a partire dall’anno 1061. Ma sicuramente sono arrivati nell’Italia meridionale, anche se in gruppi ristretti, a partire dal 1015 quando il ribelle barone pugliese Melo li chiamò con il progetto di scacciare i Bizantini promettendo loro le terre liberate. Con Roberto il Guiscardo nel 1071 venne ultimata la conquista del meridione mandando via i Bizantini.
Ruggero I nasce in Normandia e muore a Mileto nel 1101. Questa città sarà eletta dallo stesso Ruggero a capitale normanna nel 1058, poi trasferita a Palermo. A Mileto, Ruggero celebrerà i suoi matrimoni: nel Natale del 1061 con la normanna Giuditta d’Evreux; vi celebrerà ancora le seconde nozze con la longobarda Eremburga e, nel 1089, le terze nozze con Adelasia del Vasto, della famiglia degli Aleramici del Monferrato.
Il conte Ruggero quando iniziò la spedizione in Sicilia per liberarla dagli Arabi, sapeva di poter fare affidamento su contingenti molto ristretti di Normanni, anche perchè impegnati in Inghilterra con Guglielmo il Conquistatore, e quindi si rendeva necessario fare arrivare truppe mercenarie da altre parti. Ne arrivarono dal nord Italia e quelle già presenti in sud Italia, nella cosiddetta Apulia (le attuali regioni Puglia, Basilicata e Campania).

Ruggero II (1130-1154), figlio del Gran Conte e di Adelasia, diede il suo appoggio all’antipapa Anacleto II (1130-1138) e si fece incoronare re, carica che venne confermata da Innocenzo II (1130-1143) nel 1138. Quanto sia giovato a Ruggero II il suo appoggio ad Anacleto II per farsi eleggere re di Sicilia e Calabria, non lo sappiamo; ma sicuramente molto sarà giovato per la successiva conferma da parte di Innocenzo II il fatto che la madre Adelasia avesse già il titolo di regina per aver sposato in seconde nozze Baldovino delle Fiandre, re di Gerusalemme.
Vale la pena ricordare quanto sia stato illuminato il re Ruggero II, favorendo l’aggregazione tra i popoli di culture e religioni diverse e chiamando alla sua corte i maggiori studiosi del suo tempo. Uno per tutti il cartografo e geografo El Idrisi che scrisse “Il libro di Ruggero”, corredato di un planisfero d’argento con le terre conosciute fino a quei tempi, nel quale riporta le informazioni, da lui verificate di persona, delle città del Mediterraneo e del regno normanno (Sicilia, Calabria e Apulia) in particolar modo la presenza d’acqua dolce, porti, fertilità dai terreni etc. E a mio parere, si può leggere tra le righe che tutto ciò era necessario al re per potere controllare i traffici e le produzioni per l’applicazione di un giusto sistema fiscale, oltre a fornire uno strumento a chi volesse viaggiare attraverso le terre del regno normanno e del Mediterraneo, spingendosi verso altre nazioni europee.

Hubert Houben nel suo saggio “Adelaide del Vasto nella storia del Regno di Sicilia”, incluso negli Atti su “Bianca Lancia D’Agliano” (edizioni dell’Orso, Alessandria 1992), ci fornisce molte notizie sulla madre di Ruggero II, futuro Re di Sicilia.
Ci fa sapere che secondo Goffredo Malaterra, benedettino del monastero di Sant’Agata di Catania, quando Adelasia sposò il Gran Conte, non doveva avere più di 15 anni, mentre Ruggero ne aveva una cinquantina. Il matrimonio si celebrò, come gli altri precedenti nella cattedrale di Mileto.
La politica dei matrimoni di famiglia è continuata, dato che Ruggero combinò i matrimoni di due suoi figli, Goffredo e Giordano, con due sorelle di Adelasia, ma a causa della morte del primo, solo il matrimonio di Giordano venne celebrato.
L’unico cronista dell’epoca che narra della reggenza di Adelasia in maniera particolareggiata è Orderico Vitale, monaco inglese di adozione normanna. Nella sua Historia Ecclesiastica narra che Adelasia si rese conto di non essere in grado di esercitare da sola la reggenza del vasto territorio lasciato dal marito Ruggero I, così chiamò Roberto, figlio dell’omonimo duca di Borgogna, dandogli in sposa una sua figlia e come dote il Principato della Sicilia. Il genero avrebbe difeso dai nemici il territorio per dieci anni. Adelaide in questi anni si dedicò all’educazione del figlio Ruggero II e quando questo divenne maggiorenne (16 anni) la contessa si sarebbe sbarazzata del genero propinandogli del veleno. Poichè nelle cronache documentarie non viene menzionato nessun Roberto di Borgogna, Michele Amari lo ritiene falso tacciando Orderico Vitale “frate ghiotto di favole e avverso all’Italia”. Ma altri studiosi ritengono veritiera la narrazione di Orderico Vitale.

• Matrimonio con Baldovino I, re di Gerusalemme.
Baldovino aveva ripudiato la prima moglie, l’armena Orda di Edessa, e poichè aveva estrema necessità di soldi per pagare i suoi cavalieri, nel 1112 chiese la mano di Adelasia ormai vedova di Ruggero, morto nel 1101 a Mileto, sicuro di potere accedere alle ricchezze dei Normanni si Sicilia. Il matrimonio si celebrò a Gerusalemme nel 1113, con grande sfarzo, e nel contratto di matrimonio fu stipulato che in caso di mancata prole, il regno di Gerusalemme sarebbe passato a Ruggero II, figlio di Adelasia e del Gran Conte.
Baldovino si ammalò e il vescovo Arnulfo lo costrinse a ripudiare Adelasia, adducendo che era ancora valido il primo matrimonio. Adelasia se ne tornò in Sicilia nel 1117 e morì l’anno successivo (1118) a Patti, dove fu sepolta nel monastero di San Salvatore (ora è nella cattedrale di Patti).
Anche se fallì il progetto di portare il regno di Gerusalemme in eredità al figlio Ruggero II, Adelasia essendo diventata regina aumentò il prestigio del figlio che nei diplomi dell’epoca si fregiò spesso come figlio della regina Adelasia e nel 1130 si farà proclamare re di Sicilia in virtù della regalità della madre, prima dall’Antipapa Anacleto II e poi, nel 1138, da Papa Innocenzo II.

FINE

[Questo saggio è tratto dalla rivista micRomania (CROMBEL), n. 1.11 – marzo 2011, direttore Jean-Luc Fauconnier (Chatelet – Charleroi, Belgio)]

Les parlers galloitaliques sont d’usage dans la partie septentrionale de l’Italie; il s’agit notamment du piémontais, du lombard, du ligure, de l’émilien et du romagnol. On trouve aussi des communautés qui usent de parlers galloitaliques en Italie centrale et en Italie méridionale. En Sicile, ces parlers sont encore d’usage dans des îlots linguistiques, plus particulièrement dans les provinces d’Enna et de Messine.

 

 

Le galloitalique de San Fratello

par Benedetto Di Pietro

 

San Fratello est un village de la province de Messine situé dans les monts Nebrodi, qui a fait parler de lui dans les médias à la suite d’un fait divers, à savoir un éboulement qui a menacé d’emporter une grande partie de l’habitat le 14 février 2010. Cette localité est également connue pour une race de chevaux autochtones, des chevaux d’origine arabo-normande élevés à l’état sauvage. Mais peu des gens, si l’on excepte les linguistes, savent que San Fratello possède un parler qui diffère du sicilien.

Ce parler proviendrait de l’Italie du Nord et son origine serait à rechercher dans l’arrivée des Lombards en Sicile à la suite de l’expulsion des Arabes par les troupes du comte d’origine normande Ruggero d’Altavilla (1031 – 1101). De tels établissements sont dus à la présence des familles qui suivaient les soldats du « grand comte » restés sur place pour défendre la Sicile.

Ces soldats et leur famille provenaient du Nord de l’Italie soit parce qu’ils avaient été appelés par Adelasia (ou Adelaide) del Vasto (1074 – 1118) de la famille des Aleramici, troisième épouse de Ruggero en 1089, soit du sud de l’Italie déjà occupée par les Normands. La famille de Adelasia était originaire de Monferrato dans le Piémont, région qui formait avec les actuelles Ligurie, Lombardie et Émilie, la Lombardie du xiième siècle. Cette communauté s’installa dans une vingtaine de villages abandonnés par les Arabes. À San Fratello, ce serait probablement une colonie originaire du Val Bormida en Ligurie qui se serait installée.

On ajoutera que d’autres migrations venant du nord vers la Sicile eurent lieu au cours du xiiiième siècle sous les Ducs d’Anjou et la domination aragonaise.

San Fratello, qui s’appelait auparavant San Filadelfo, se trouve dans les environs d’un site où se situait l’antique cité grecque d’Apollonia détruite par les Syracusiens de Agatocle (-361 – -289) parce qu’elle refusait de faire alliance avec eux contre Carthage.

Avant la conquête de la Sicile par les Arabes, les habitants de ce village pratiquaient le rite byzantin. Le nom même dans le parler local San Frarèu, évoque la vénération des saints frères Filadelfio, Alfio, et Cirino martyrisés à Lentini par Tertullus Romanus sous le règne de l’empereur Trebonianus Gallus, en 253. D’autre saints byzantins sont d’ailleurs honorés et d’autres églises leur furent dédiées, parmi celles-ci: Sant’Antonio Abate, San Nicolas de Bari, San Basilio et San Pancrazio.

Le parler de San Fratello conserve encore des traces des dominations grecques et arabes. Par exemple le mot pérgu (grec pergamon) ‘chaire de vérité’, Albarari (grec albàrios) ‘zone où on produit de la chaux’, Santièsm (grec Xantismos) ‘région dans laquelle il y avait de la terre jaune’, nausg pers (grec persèa) ‘baie du cyprès’, àrgu (grec organon) ‘orgue’.

Les influences arabes sont également nombreuses:

babalùc ‘limace’ (arabe babalùc)

bunäca ‘veste’ (arabe menàqa),

burnìa ‘récipient pour aliments’ (arabe barniya)

burg ‘tas de paille’ (arabe burgh)

càffa ‘gros sac pour le transport animal’; ‘nid d’oiseau’ (arabe quffa)

calìg ‘petit ruisseau’ (arabe qalig ‘golfo’)

carruòb ‘caroubier’ (arabe harrub)

damùs ‘faux plafond d’une maison’ (arabe damus)

fàunach ‘boutique’ (arabe funduq ‘albergo’)

favèra ‘source’ (arabe fawàrah)

fistùca ‘pistachier’ (arabe fustuqa)

frazzära ‘couverture de laine’ (arabe frazzàth)

gibidìan ‘cal’ (litt. petite montagne) (arabe gebel ‘montagna’).

gièbia ‘inondation’ (arabe gèbiya)

gièrra ‘jarre pour l’huile’ (arabe giarrah)

garzèuna ‘armoire creusée dans une paroi’ (arabe hazzana)

giubba ‘veste militaire’ (arabe giubbah)

mèarg ‘marécage’ (arabe marg)

näca ‘berceau’ (arabe naqah)

nichièja ‘vengeance’ (arabe nikeja)

ncatuser ‘conduite fermée pour le transport de l’eau’ (arabe kadus)

sènia ‘roue d’irrigation’ (arabe senia)

sfacidära ‘gifle’ (arabe sgiflatha)

sumäch ‘semac’ (arabe summaq)

tabùt ‘cercueil’ (arabe tabuth)

tanùra ‘four à bois’ (arabe tennura)

zaarèda ‘brin d’étoffe’ (arabe zareda)

zzùcar ‘sucre’ (arabe sùkkar)

zzuch ‘tronc d’arbre’ (arabe suq)

Aujourd’hui, vouloir retrouver des termes du parler original des premiers siècles du deuxième millénaire serait très difficile. Il reste des phonèmes originaux liés au parler sicilien des siècles passés. En revanche, les mots qui nous rappellent les parlers du nord de l’Italie sont fréquents et il est facile d’en rencontrer un grand nombre concernant le corps humain ainsi:

arògia ‘oreille’

àungia ‘ongle’

barbaràt ‘menton’

bavr ‘boire’

cam’nèr ‘marcher’

cavài ‘cheveux’

cavìgia ‘cheville’

d’nuòg ‘genoux’

di’ ‘doigt’

mangèr ‘manger’

mèan ‘main’

mpastèr ‘pétrir’

murìr ‘mourir’

pardèr ‘parler’

parpièra ‘paupières’

päss ‘pas’

‘pied’

rrir ‘rire’

t’rèr ‘tirer’

turnèr ‘retourner’

uògg ‘œil’

z’nzièga ‘gencive’

 

ou la vie domestique et l’agriculture, ainsi:

 

amurtèr ‘éteindre’

a ncà-màia ‘chez moi; à la maison’

‘bœuf’

cài ‘choux’

castègna ‘châtaigne’

cavèi ‘chevaux’

ccià ‘clou’

chièn ‘chien’

ciàngia ‘sangle sous ventrale (de la selle)’

ciuràna ‘action d’entourer’

cr’sciant ‘levure’

cräva ‘chèvre’

cugèr ‘cuillère en bois’

cutièu ‘couteau’

dièvr ‘lièvre’

dumscièu ‘coude’

duòi ‘deux’

set ‘sept’

èra ‘aire’

erbu ‘arbre’

eua ‘eau’

f’nuòg ‘fenouil’

fàunz ‘champignon’

fomna ‘femme’

frèa ‘frère’

giuòrn d’ubrì ‘jour ouvrable’

mastrièu ‘rouleau pour le pain’

mu ‘mule’

nèspu ‘néflier’

purzièu ‘cochon’

rrumànta ‘ordure’

s’gnàura ‘madame’

s’rpant ‘serpent’

siègia ‘chaise’

truòss ‘trognon’

tucc ‘tous’

uòli ‘huile’

zàu ‘joug’

zerb ‘gerbille’

Mon expérience personnelle

Le parler de San Fratello a toujours été transmis par voie orale. Ce n’est que dans la deuxième moitié du xixième siècle que Lionardo Vigo di Aci (1799 – 1879) a inclus dans son ouvrage Raccolta amplissima di canti populari (1870 – 1874), une série de chants de San Fratello. Dans la préface de son livre, il rapporte une de ses lettres envoyée au philologue piémontais Giovenale Vegezzi Ruscalla (1799 – 1883) traitant de la langue des chants lombards de Sicile, lettre dans laquelle il confirme: « J’ai dit en 1857 et je le répète, la langue de Piazza (Armerina)* est plus inintelligible que le langage de Satan et j’y ajoute la langue de San Fratello et je crois superflu d’ajouter qu’elle ne l’est pas en soi mais bien pour les locuteurs d’une autre langue. »

Une divergence qui se prolongea dans le temps naquit entre Lionardi Vigo di Aci et Luigi Vasi (1829 – 1901). Ce dernier, natif de San Fratello, taxa Vigo di Aci d’incompétence et celui-ci lui reprocha d’avoir peu de connaissances en linguistique. Vasi préféra se consacrer à la philologie de San Fratello, ses recherches furent publiées dans Studi storici e filologici (Amenta, Palermo 1889).

Benedetto Rubino, folkloriste et ethnologue originaire lui aussi de San Fratello, collaborateur de Giuseppe Pitrè (1841 – 1916) consacra de nombreux écrits au folklore de San Fratello mais il écrivit peu sur son parler. L’ensemble de ses travaux fut publié dans Folklore de San Fratello (Reber, Palermo 1914). Par la suite, on ne publia plus rien sur le parler de San Fratello jusqu’à mes publications.

J’ai commencé à m’occuper du sauvetage de la langue de San Fratello dans les années 90, plus poussé par amour de la langue que mes parents m’ont transmise que par intérêt spécifique.

Vincenzo Orioles, dans l’introduction à mon ouvrage Àmi d carättar (Akron, Furci Siculo 1997), cite la conclusion d’une étude de 1970 due au dialectologue Giovanni Tropea, La letterarizzazione dei dialetti galloitalici della Sicilia: « Les parlers galloitaliques n’ont pas produits d’œuvres littéraires et n’en produiront jamais ». C’était une formulation bien sévère à l’égard des parlers locaux et notamment à l’égard du parler de San Fratello. Giovanni Tropea avait certainement à l’esprit ce qu’avait écrit Lionardo Vigo di Aci cité ci-dessus.

Je ne pouvais accepter que la langue parlée par la population de San Fratello et avec elle toute la culture paysanne, les us et coutumes puissent disparaître au nom d’un diktat formulant que seule une langue capable de produire des écrits peut survivre dans le temps.

Une pointe d’orgueil m’envahit et j’ai passé en revue toutes les personnes qui parlaient et communiquaient régulièrement dans cette « langue de Satan » exactement comme le font tous les habitants des autres villages même si les gens de San Fratello utilisent pour communiquer avec les villages voisins une autre langue, le sicilien. Mais j’ai aussi compris que pour permettre au parler de San Fratello d’accéder à la littérature, il n’était pas suffisant d’utiliser un système d’écriture phonétique. Je donnais raison à Salvatore C. Trovato qui avait écrit dans une étude préliminaire à mon ouvrage A tarbunira (Il lunario, Enna, 1999):

« L’écriture phonétique n’est d’aucune utilité pour les poètes, poètes qui d’ailleurs ne sont pas présents à San Fratello, elle n’est pas utile aux folkloristes ni à ceux qui voudraient mettre l’accent sur les caractéristiques de ce parler. Je crois même que transcrire phonétiquement un parler soit hors de propos et certainement réducteur pour l’éventuel processus d’utilisation. » (…) « des difficultés objectives orthographiques (…) ont empêché l’utilisation d’une écriture pour ces parlers particuliers parmi les parlers galloitaliques de Sicile. Il résulte de ce qui est dit plus haut que le parler de San Fratello est déclaré non littéraire parce qu’il ne peut être transcrit. »

Salvatore C. Trovato affirmait que la cause principale de cette carence résidait dans le manque d’un système de transcription phonologique, différent donc des écritures phonétiques qu’il considère comme «hors de propos et réductrice».

*Piazza Armerina est une localité de la province d’Enna où l’on use d’une variété de galloitalique.

Le système de transcription

À la lumière des prémisses où j’affirme qu’il ne suffit pas d’écrire d’une certaine façon le parler de San Fratello mais qu’il fallait un système de transcription qui puisse être accessible aux lettrés au cours du temps, ce parler lié l’histoire des mouvements des peuples qui étaient arrivés en Sicile du Nord de l’Italie, de France (Normandie et Provence), en plus de ceux qui provenaient de l’Italie méridionale.

Le fait d’avoir séjourné dans le Nord de l’Italie plusieurs années pouvait m’être très utile. J’ai pris contact avec Salvatore C. Trovato (Università di Catania), professeur de Géographie Linguistique et spécialiste des parlers galloitaliques de Sicile et Vincenzo Orioles (Università di Udine) professeur de Philologie et Linguistique et directeur du Centre International de Plurilinguisme.

Le problème qui s’est immédiatement posé, c’est que dans le passé, on n’avait pas élaboré un système de transcription homogène et cohérent qui permettait de transcrire de manière acceptable les nombreux phonèmes absents de la langue italienne et sicilienne. Donc, chacun était amené à écrire les mots comme il lui semblait ce qui ne permettait pas de pouvoir les comparer et à produire une écriture qui se réduisait à une imprononçable accumulation de consonnes. C’était ce qui avait fait dire à Vigo di Aci que le parler de San Fratello était « plus inintelligible que le parler de Satan ».

Le système de transcription établi, j’ai été amené à utiliser par souci d’uniformisation, les mêmes caractères que les autres parlers galloitaliques de Sicile. Ensuite, je me suis efforcé de vérifier la proximité de ce parler avec le français, comme certains en ont émis l’hypothèse, du moment que le <r> final des infinitifs est prononcé dans le parler de San Fratello contrairement à ce qui se passe dans les parlers du Nord de l’Italie. Je me suis préparé à transcrire quelques fables Jean de La Fontaine (1621 – 1695). Voir à ce sujet Faräbuli, Cip, Università di Udine, 2004.

La langue utilisée par le poète français était une langue nationale décrétée comme telle, dès 1539, à la suite de l’ordonnance[] de Villers-Cotterêts prise par le roi de France François Ier (1494 – 1547); cette langue était donc bien éloignée de la langue provençale ou des autres parlers du Sud de la France, plus proche géographiquement du Nord de l’Italie e donc du parler de San Fratello

La grosse difficulté qui est apparue dans la codification du parler de San Fratello est la présence d’une ou peut-être plusieurs voyelles muettes. Au cours de mes écrits, j’ai utilisé l’apex (sorte d’accent aigu marquant la quantité longue d’une voyelle) pour signaler cette voyelle que ce soit dans la collecte de brèves histoires Àmi d carättar (Akron, Furci Siculo 1997) ou dans Charybdis (Intilla, Messina, 1995) anthologie publiée par Giuseppe Cavarra dans lequel sont publiés onze de mes poèmes. Outre les signes diacritiques, j’utilise le schwa pour indiquer la voyelle muette. À partir du recueil de poésie  tarbunira (Il Lunario, Enna 1999 ), pourtant, j’ai remplacé l’apex par la voyelle muette <i>, signe que j’ai également utilisé dans U scutulan di la Rraca (Montedit, Melegnano, 2007).

Pour conclure je dois dire que s’il est vrai que beaucoup de sons et termes appartiennent aux parlers du nord de l’Italie, qu’il est vrai aussi que le temps modifie inexorablement les langues des hommes, le parler de San Fratello, lui, dans son immuabilité et son apparente incommunicabilité fait le chemin inverse, en effet il contient dans son corpus de nombreux termes latins, des termes du sicilien anciens disparus aujourd’hui partout ailleurs.

Benedetto Di Pietro


Textes

Remarque générale: le <i> non accentué est toujours muet; le <ä> est toujours accentué et correspond au son vocalique de that anglais).

Chiènt notùrn

 

Sach mpàrta di curiusèr

nta d’abìss di li dàudisg nàti

se u grir di la cricrièda

ti umrìa e t’assuttèrra.

 

È strèuna la mùsica dû carròtt

se nta la nuott appàsa

a la stèanga s’accumpègna

trimulänt na dintèrna.

 

Mièghj grider, abaier, rruculier,

nta d’àura chi fèa dàrmir i gridd:

pircò u lech dû silènziu

nsurdìsc la memuòria.

 

Extrait de  tarbunira

 

 

Chant nocturne

Qu’importe scruter / Dans l’abîme des douze notes / Si le cri de la crécerelle / T’effraye et te fait rentrer sous terre. // Elle est étrange la musique du chariot / Si dans la nuit suspendue / La barre s’accompagne / D’une lumière tremblante. // Il vaut mieux crier, aboyer, hululer / Dans l’heure qui fait dormir les grillons: / Parce que l’écho du silence / Assourdit la mémoire.

 

U ieu e la uorp.

 

Sàura di na rräma di ngh’èrbu èra di sintinèlla

n vècchji ièu dritt e schièrt.

«Frèa mièa, ghji dièss na uòrp fann la vàusg dàuzza,

niecc ni suòma cchjù n quarèla:

pesg ginirèu sta vàuta.

Jea viègn p’annunzièrtilu, sciànn quänt t’abräzz.

Ni mi strapurtèr, pi plasgiàr:

stumatìan uò avissitèr vint past sànza amanchèr.

Tu e i tuòi pulài abarèr

sànza nudd schiènt ê vasc affèr;

nièucc v’auòma sirvìr da frèi.

Gièa da stasàra fài d’artifìzzi;

e ntô stiss tamp tu vièn a rricìviti

n basgiunäzz di bài fratèrn.

– Amiègh mièa, ghj’arpunò u ieu, iea ni pulàia mèi

ntàniri na nutìzzia cchjù bèdda

di quòssa,

di ssa pesg.

E pi iea è n plasgiar dàppiji

u fätt di sàntirila di tu. Stäcch vrann di chièi divrièr

chi, suògn sigur, son currièr

manèi apàsta pi quòss fìni.

Vèan vilàc, e nta n mumànt arrìvu zzèa àna nièucc.

Ièa sciànn e accuscì mi puluòma abbrazzèr tucc quänt.

Adièu, dièss la uòrp, la màja strära da fer è dàngua;

nièucc m’adigruòma pi d’affèr

nèutra vàuta». La briccàuna sùbit

si mott i pièi ncadd

e schièpa vers di la muntègna

mälacuntànta di la saua nvinzian;

e u nasc vècchji ieu ntra di rau

si mott a rrir dû sa schient:

pircò è n plasgiàr dàppiji mbrughièr ô mbrughjaràn.

 

 

Le coq et le renard.

Texte original de la fable de Jean de La Fontaine

 

Sur la branche d’un arbre était en sentinelle / Un vieux coq adroit et matois. / « Frère, dit un renard adoucissant sa voix, / Nous ne sommes plus en querelle: / Paix générale cette fois. / Je viens te l’annoncer; descend que je t’embrasse. / Ne me retarde point, de grâce: / Je dois faire aujourd’hui vingt postes sans manquer. / Les tiens et toi pouvez vaquer / Sans nulle crainte à vos affaires: / Nous vous y servirons en frères. / Faites-en les feux dès ce soir; / Et cependant viens recevoir / Le baiser d’amour fraternelle. / – Ami, reprit le coq, je ne pouvais jamais / Apprendre une plus douce et meilleure nouvelle / Que celle / De cette paix. / Et ce m’est une double joie / De la tenir de toi. Je vois deux lévriers / Qui, je m’assure, sont courriers / Que pour ce sujet on envoie. / Ils vont vite, et seront dans un moment à nous. / Je descends, nous pourrons nous entre-baiser tous. / – Adieu, dit le renard, ma traite est longue à faire; / Nous nous réjouirons du succès de l’affaire / Une autre fois.» Le galant aussitôt / Tire ses grègues, gagne au haut / Mal content de son stratagème; / Et notre vieux coq en soi-même / Se mit à rire de sa peur: / Car c’est double plaisir de tromper le trompeur

 

 


U scippa-danc

 

I

 miei viegg ngir pû maun mi mparean ch’u mistieri u cchjù ùtuli ô mezz dî tenc è cau dû parrucchier. Ghji son parrucchier di fomna; ghji n son di quoi chi trättu i cavai di ghj’ami e di li fomni a la stissa maniera; ghji n son ieucc sau pi ami. Puru li säli ana roi traveghju son a la purtära di tutt li saccoti. Quoddi di ‘signàura’, ê giuorn nasc aväntu na cliantela di tucc i tip, cam a dir chi ni fean sparticulea né pi li servi e meanch pi li signauri; la causa cchjù mpurtänt è di paèr.

            Puru ô chient chient di la furesta africhieuna u mistieri di la parrucchiera è ban assignalea: quättr pei cu na canizza di pärmi appuiera di saura, di1 zzopp p’assitersi a d’àumbra, e cchjù ieut n mars di däna cu la scritta nglasa Hairdresser, chi significa ‘parrucchiera’. Vi dumanai chi tip di cunzarura fean li parrucchieri di l’Äfrica nara. È una saula e ghji vau tänt traveghj. Prima i cavai arrizzunei ien a èssir stirèi e gnumariei cam li stighjuòli, oppuru assistimei a trizzini. Pi quänt pà parar na causa discutibu, na parrucchiera di quod bäni n’arniesc a sadisfer cchjù di na parruchjieuna ô giuorn.

            Ô miea paies, i parrucchier di am s’acciemu ‘barbier’ e la saua butiega iea n nam di cultura sièria: ‘Salone’. Salàn e besta, pircò la bärba la ien sau ghj’ami. Ara li fòmni ien i suoi saluòi di parrucchieri, ma fina a mezz secul fea si fasgiaiu di bedd tròzzi chi sanza mann s’appuncievu ntesta a cudirràn cui firròtt.

            Aner ô Salàn ni ulaia dir sau aner a taghjersi i cavai o a fers la bärba; ma ulaia dir puru aner a dièjir cherca rrivista, ascuter la rrädiu, sàntiri di la viva vausg dû barbier li nutizzî, tutti li nutìzzî, puru quòdi dû paies chi rau avaia suntì di ieucc cliant. Ghj’è n barbier sunaraur e ntô sa salàn iea mi mparei li primi nati di la citerra. Nta zzert ieutri2 rregiuòi i parrucchier di am ien n sigaun mistieri; fean i custurier p’abalanzer la manchienza di cliant ntê tamp mart di d’änn3. Ma sanza fer distinzian, parrucchier e barbier ê tamp passei ien a stät tucc ‘scippadanc’, ossia ien pratichiea d’eart dû dintista, si ntann ch’adaura ni ghj’arrubävu u traveghj ai dintista, cam i ntunuòma ara, chi eru assei pach o ni n ghj’eru pruòpia. Ghj’eru i dutaur, ma la giant si tinaia a la därga.

            Quänn iea era carusìan mi cridaia ch’u dintista e u barbier s’arsumighjevu pû fätt chi pussirivu na putrauna cui puoiabräzzi e u puòiatesta, e na tineghja pi scipper i danc. Fu n secut, quänn turnann di na vìssita dû dintista chi mi diess chi m’avaia scipper na ienga, mi pätri pi fermi curegg si cunfrea cuntànnimi na pera di stuòrii streuni. La prima ghj’assuccirì a rau; nta la sigauna fu prisant quänn ghj’u cuntea n sa vecchj canusciant.

            Na vauta i danc ni vnivu curei. Fu la scianzia a cunvànzirimi chî danc ien a èssir sarvei a tucc i cast, puru quänn l’unica cura giusta fuss quòda di scipperghjî taun. Ma pi n dintista ogni danc chi stea nta la buocca di na pirsauna è n’aspitativa di rrànita e nanqua è giust di fer tutt u pussibu pi sarverlu, machieri purtann argumant di bidózzi e di mastigarura saura dî danc dû giurizzi, chi ni servu a nant e duru pach puru nta na buòcca bauna curära.

            Cau giuòrn mi pätri è disprea pû meu dî danc. Iea na ienga cûn pirtus gränn cam na grutta di ana pär chi si ng’ulòss nièsciri la miruòda. Li iea appruvea tutti: sguäzz di märva, ncians e suchierr ntô pirtus pi fer stuner u dulaur, e ogni ieutra mirsgina ch’u papul cunsighja. Ma aramei cau danc è taun arruinea e advintea n turmant. La causa giusta fuss d’aner ana u dutaur, nvec la scelta è cunsidirära n’alternativa ô barbier, puru pircò sard n giru assei pach e ô dutaur bisagna paerlu; ô cunträrij cû barbier un s’aggiusta a la fini di d’änn. È na causa lagica di punser chi quòda putrauna cui puoiabräzzi e u puòiatesta iea la fuòrma giusta pi scipper i danc. Nvec ni serv. U barbier iea na bauna canuscianza di cau tip di cliant. Sea chi scipper n danc n’e la stissa causa cam fer na bärba. Ghj’è sampr d’arrasigh di cherch pugn, cuscì u tratamant iea a èssir divers di cau dî cliant di bärba e cavai.

            Quòda mattina mi pätri s’appr’santa ô salàn. Li saui ntenziuòi son chjieri: assitersi saura di quòda putrauna. Ma u barbier, chi giea capì tutt causi, u trattien spiànghj se anea pi fersi la bärba o pi ieucc mutivu e appana iea la cunfierma chi si trätta di danc, tira fuòra di na garzeuna na frazzära strurira, la stann subt nterra e u nvira a stunnichjersi a fecc a d’er4. Pigghja di n cascian la tineghja, la disinfieta cû spiert, la uerda arbànnla e nciurannla na pera di vauti pi fersi la mean. Apuòi cam n nigg ghji seuta dincadd a mi pätri assistimannisi a ienchi auerti saura dû piet, mbluccanghj puru li bräzzi. Praunt ghji nfilla tineghja mbuòcca e stranz u danc. Cu na mean a la fraunt ghji tien fierma la testa e cun di batti masculini u danc è u sa e cuntant u sbaniera attacchiea a la tineghja, antucc cûn pezz di anglär. Si sus, pigghja n diarò di asgiai chi tien amucciea darrier di na tana e ghjû parz a mi pätri ancara sturdì, pi sciacquersi la buòcca. Zzea u caunt si fea cunfaus. Mi pätri disg chi si buvò cau asgiai cam fuss eua, nvec d’ascuter li struziuoi dû sa barbier.

            Ma pi quänt pà paràr pisänt u fätt chi vi cuntèi, ni pà èssir cunsidirea ancara ô mässim di li scelti chi ng’am è capec di fer quänn vien curpì dû meu dî danc. Ghj’assuccirì a n campagnò ch’u meu dî danc ni vauss sparagner. Puru i cuntadì avaiu n barbier chi girijeva a campegni campegni. U dunudì, u giuòrn ch’i barbier eru nciausc pû rest dî cliant. Nta la buòrsa dî firramant, ô mezz dî rrasuòi e di li macnòti pî cavai, n’amanchieva la sàlita tineghja pî danc. Ma ô nasc amiegh u meu dî danc ghj’arriva di martidì e s’apprisanta subit beu fart. Dipuòi di di5 giuòrn e di6 nuòtt di chiei, matura la pinsära di fer da rau.

            Visgìan a la saua chiesa ghj’è na pienta chi crosc a traffa, cu 1i rrämi daunghi, mudasi e feci1 d’arbascer: è n pè di nusgeda. U cristien tira na rräma e si ndinuòggia di saura pi trattinarla. Tira fuòra di la sacòta n fieu di speu abbastänza daungh. Ng’attäcca n chiev ô danc cu n chjiecch di mariner e d’eutr chiev a la zzima di la rräma. Cu n carp di rrai a la ndarriera alibra la pienta chi fea u sa duvarabe U danc arresta appas ieut e ara tantalia cam na pànula. Ma d’am s’abbiea a la ndarriera trapp fart e cascànn saura di na rraca si fo n beu teghj ntesta. La praunta vignura di n dutaur dû paies assistimea li causi; ma u videan si tonn n beu merch a futura memuòria.

Prose extraite de Ámi di carättar

 

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1.  Contraction de duoi ‘deux’; le <i> doit être prononcé.

2. ièutr/a ‘autre’ quand il est précédé de l’article ou d’un pronom personnel il devient: d’èutr, ‘l’autre’; d-di’èutra ‘de l’autre’; n’èutr ‘un autre’.

3. L’âge d’une personne est exprimé au pluriel par: iègn ‘les ans’ (avar assèi iègn  ‘avoir beaucoup d’années’, qui après un article déterminatif devient egn (na cinquantina d’egn) s’il est lié à un numéral (cinquant’ègn); au singulier iènn (iènn ‘un an). S’il se réfère à l’année solaire devient änn (d’änn nuov ‘la nouvelle année’, chièv d’änn ‘le premier de l’an’).

4. fecc-a-d’er ‘face au-dessus’; le contraire de fecc-a-buccàuna ‘face en dessous’.

5. et 6. voir note1.


L’arracheur de dents

 

M

es voyages autour du monde m’ont appris que le métier le plus utile parmi tous les métiers est celui de coiffeur. Il y a des coiffeurs pour dames; il y en a qui coiffent hommes et femmes de la même manière, il y en a qui se consacrent spécifiquement aux hommes. Les salons où ils opèrent sont à la portée de toutes les bourses. Les salons pour dames se targuent d’accueillir une clientèle hétérogène, c’est-à-dire qu’ils ne discriminent pas les humbles servantes des vraies dames; l’important étant de payer.

            Même aux abords de la forêt tropicale, la boutique du coiffeur est bien signalée: quatre pieux qui soutiennent un toit de palmes, deux troncs pour s’asseoir et tout en haut, un morceau de tôle avec une inscription en anglais: Hairdresser ‘coiffeur’. Vous vous demandez quel type de coiffure pratiquent les coiffeurs de l’Afrique noire. Elle est unique et demande énormément de travail. Les cheveux crépus doivent être d’abord étirés et ensuite entortillés autour d’un grand nombre de supports souples ou arrangés en de multiples petites tresses. Même si on peut contester son titre de coiffeuse dans ces régions, celle-ci ne peut satisfaire plus d’une cliente par jour.

            Dans mon village, les coiffeurs s’appellent « barbiers » et leur boutique porte le nom culturellement sérieux de « salon ». Salon, tout court parce que seul les hommes portent la barbe. Aujourd’hui les femmes ont aussi leur salons mais jusqu’il y a un demi siècle, elles avaient l’habitude de se faire deux tresses qu’elles remontaient en couronne au-dessus de la tête à l’aide de pinces.

             Aller chez le coiffeur ne signifie pas que se faire couper les cheveux ou se faire faire la barbe mais c’est aussi aller lire une revue ou l’autre, écouter la radio, entendre les dernières nouvelles de la bouche même du coiffeur, toutes les nouvelles y compris celles qui concernent le village et que lui-même tient des autres clients. Il y a des barbiers musiciens et c’est dans son salon que j’ai appris mes premiers accords de guitare. Dans d’autres régions, les coiffeurs pour hommes ont une seconde activité; ils sont tailleurs pour compenser le manque de clientèle dans les périodes creuses de l’année. Mais les coiffeurs et les barbiers ont tous été indistinctement arracheurs de dents, ou, en d’autres mots, ils ont exercé l’art dentaire. Il est évident qu’alors, ils ne volaient pas des clients aux dentistes parce que ceux-ci étaient peu nombreux ou n’existaient pas du tout; Il y avait des chirurgiens mais les gens ne les fréquentaient guère.

            Quand j’étais petit, je croyais que le lien entre le dentiste et le barbier était le fauteuil avec des bras et un appuie tête et une tenaille pour procéder à l’extraction des dents. Ce ne fut que plus tard que, revenu d’une visite qui prévoyait l’extraction d’une dent, mon père, pour m’encourager se prit à me raconter deux épisodes étranges. Dans le premier, il était le protagoniste, dans le second, il était l’auditeur d’une vieille connaissance.

            Dans le passé, les dents n’étaient pas soignées; c’est la science qui nous a convaincus que les dents devaient être sauvées à tout prix même quand le seul soin adéquat était l’extraction. Pour un dentiste, chaque dent dans la bouche d’une personne a la valeur d’une rente potentielle et il est donc naturel de faire tout son possible pour la conserver. On y ajoutera des motivations esthétiques notamment à propos des dents de sagesse qui servent peu et dont la durée de vie est brève même dans une bouche bien soignée.

            Donc, ce jour-là, mon père, est tourmenté par un mal de dent. Il a une molaire avec un trou gros comme une caverne, de laquelle semble vouloir s’échapper sa cervelle. Il avait tout essayé: rinçage de mauve, encens et restes de cigare dans la carie et tout ce que la pharmacopée populaire suggère. Déjà cette dent, en plus d’être définitivement compromise était devenue un tourment. Aller chez le médecin aurait été le juste choix, aller chez le barbier était une alternative, parce que l’aspect financier n’était pas négligeable; le médecin devait être payé sur le champ tandis qu’on pouvait s’arranger avec le barbier à la fin de l’année. Il est logique de penser que ce fauteuil avec des bras et un appuie tête sont vraiment l’instrument adéquat pour extraire les dents. Bien au contraire, il ne sert à rien. Le barbier connaît bien ce genre de client. Il sait qu’extraire une dent, ce n’est pas comme faire une barbe. Il sait que le patient garde toujours en réserve un coup de poing en latence. Dès lors le traitement doit être différent de celui réservé aux clients qui veulent se faire faire la barbe ou qui sont là pour d’autres raisons

            Ainsi, ce matin là, mon père se présente au salon. Ses intentions sont claires: s’asseoir sur ce fauteuil. Le barbier a déjà tout deviné lui demande en bavardant s’il était venu pour se faire faire la barbe ou pour d’autres raisons et à peine a-t-il la confirmation qu’il s’agit de dent, il tire d’une armoire une couverture usée qu’il étend promptement par terre et il l’invite à s’étendre sur la couverture. Il prend dans un tiroir une tenaille, la désinfecte avec de l’alcool dénaturé, l’observe en l’ouvrant et la fermant quelque fois pour se faire la main. Puis comme un milan, il fond sur mon père en se mettant à cheval sur son thorax en lui immobilisant même les bras. Il enfonce avec adresse la tenaille dans la bouche et la saisit la dent. D’une main, il lui bloque la tête et de deux coups décisifs, il arrache la dent et satisfait, il la montre ostensiblement comme un trophée attaché à la tenaille avec un morceau de mâchoire. Il se redresse, prend une bouteille de vinaigre qu’il cache derrière un rideau et la tend à mon père encore assommé pour qu’il se rince la bouche. Ici l’histoire devient floue. Mon père prétend qu’il a bu ce vinaigre comme s’il s’agissait d’eau plus que s’il s’agissait de suivre l’ordre que le barbier lui avait intimé.

L’épisode dont je vous ai parlé peut sembler pesant mais ce n’est rien en comparaison des choix que peut faire un homme qui souffre d’un mal de dent. Ceci est arrivé à paysan qui souffrait d’un terrible mal de dent. Un barbier circulait également dans les campagnes. Le lundi était leur jour de fermeture pour les autres clients. Parmi ses outils, il transportait l’habituelle tenaille extractrice de dents. Mais, c’est le mardi que le mal de dent survint à notre ami et le mal se montra intraitable. Après deux jours et deux nuits de chien l’idée lui vient d’opérer seul.

Près de sa maison, il y a une plante qui se développe en buisson, avec de longs rameaux souples et facilement inclinables: c’est un noisetier. L’homme abaisse un rameau et s’agenouille dessus pour le retenir. Il noue sa dent à un bout à l’aide d’un nœud marin et l’autre bout au sommet du rameau. D’un vigoureux coup de reins arrière, il libère la plante qui joue son rôle immédiatement. La dent reste pendue en haut du rameau et oscille comme un pendule. Mais l’homme s’est jeté en arrière avec trop de force et est tombé sur un caillou et s’est provoqué une profonde entaille à la tête. L’intervention rapide d’un médecin du village résoudra l’affaire. Mais le paysan gardera une cicatrice visible dont il se souviendra.