CONFERENZA SUL GALLOITALICO DI SAN FRATELLO (MESSINA)
(10 AGOSTO 2012)

“TERMINOLOGIA ARCAICA E CRIPTICA NELLA PARLATA DI SAN FRATELLO”

Relatore: Benedetto Di Pietro

0. Premessa
La comprensione del dialetto sanfratellano è stata sempre problematica per chi non è nato a San Fratello, o non ha avuto modo di vivere nel paese da bambino e assimilarne i suoni e i significati delle parole. La ragione? La velocità con la quale viene parlato e la presenza di una o più vocali mute che comportano un accumulo consonantico, impronunciabile per chi non è nativo del luogo. È questa la ragione che fece esclamare allo studioso Lionardo Vigo che il dialetto sanfratellano è “una lingua inintelligibile più della favella di Satanasso” e un secolo dopo fece dichiarare al dialettologo Giovanni Tropea che per i dialetti galloitalici non si sarebbe mai giunti alla loro letterarizzazione, ossia non si sarebbe mai arrivati a scriverli e ottenere così una propria letteratura.
I tempi moderni hanno smentito queste affermazioni, grazie agli studi comparati degli specialisti, e a ragione possiamo dire che anche il dialetto sanfratellano che in fatto di opere scritte si era fermato alla produzione del Vasi e del Rubino, è riuscito a portarsi alla pari di altri centri galloitalici.
Nonostante le sollecitazioni a tirare fuori dai cassetti eventuali scritti di sanfratellani del passato, non abbiamo avuto riscontri di ritrovamenti da parte degli eredi o di amici. Così bisogna arrivare alla fine del Novecento per trovare altre pubblicazioni e notare con piacere che altri amici hanno cominciato a dedicarsi alla scrittura in dialetto. Operazione questa che servirà se non a salvare tutto, ma sicuramente una buona parte della parlata e della cultura, incluse le tradizioni, che nel tempo hanno costellato la vita della gente di San Fratello.

1. Accumulo consonantico e linguaggio ellittico?
Può sorgere spontanea una domanda: la parlata sanfratellana è nata così o è stata resa volutamente di difficile comprensibilità? Non è possibile dare una risposta per almeno due ragioni:
a) noi non abbiamo registrazioni della parlata originale, intendo dire la parlata dei primi secoli in cui i coloni provenienti dall’alta Italia si sono insediati a San Fratello
b) perché non conosciamo i rapporti che la gente di San Fratello instaurò nel passato con i paesi vicini, ma che sicuramente non devono essere stati di totale apertura se fino ad una cinquantina di anni orsono gli abitanti delle campagne vicine, che parlavano la lingua siciliana, venivano chiamati dai sanfratellani “forestieri” e spesso venivano indicati come “marrani”, termine che nasconde nella sua storia un significato di disprezzo perché con esso, fino al sec. XVIII, gli Spagnoli indicarono i musulmani e gli ebrei convertiti al cristianesimo.
I sanfratellani sono sempre stati molto gelosi della loro parlata e per indicare la lingua siciliana usavano, con tono di ironia, l’espressione Pardèr a-la tänu “Parlare alla “tannu”. In dialetto siciliano tannu significa ‘allora’; l’espressione equivale al più moderno pardèr d’accussì “parlare così”; il termine siciliano “così” viene tradotto con “accussì” e si distingue da “accuscì” usato dai sanfratellani per indicarne l’appartenenza linguistica. I linguisti definiscono questo termine “shibboleth”, dall’ebraico “spiga, bandiera”.

È pensabile che trattandosi in origine di un avamposto militare si sia fatto uso di un linguaggio sintetico. Sicuramente, attraverso i secoli la parlata sanfratellana è diventata sempre più ellittica, facendo sparire delle vocali, e quando si è capito che con questo sistema da una parte ne beneficiava l’economia dialogica, in quanto nell’unità di tempo si potevano pronunciare più parole, e dall’altra il discorso diventava più incomprensibile per chi non apparteneva alla comunità sanfratellana, non si è fatto nulla per renderlo più esplicito, chiudendo così in uno scrigno la parlata e le sue tradizioni che sono sempre apparse come circondate da un’aria di mistero.
Una delle cause principali di questa chiusura è dovuta al fatto che non si sia fatto uso della scrittura; infatti questa avrebbe obbligato ogni scrivente a usare anche le vocali al fine di permettere la morfologia e la divisione sillabica avrebbe messo più chiarezza.
L’argomento è complesso e ci porterebbe a considerare due possibili opzioni: la prima che l’uso della scrittura ci avrebbe offerto pagine scritte sulle tradizioni sanfratellane e sulle loro evoluzioni nei secoli, ma con la possibile conclusione che la parlata sanfratellana sarebbe già scomparsa da tempo a causa della mancanza d’interesse per un dialetto del quale si sarebbe conosciuto tutto; la seconda, tramandarsi la parlata per via orale, obbligando i sanfratellani ad affidare alla trasmissione orale di tutte le informazioni legate alla loro cultura. Questo è ciò che si è verificato attraverso i secoli e che ha permesso al dialetto di arrivare fino a noi, con tutte le sue lacune, ma anche con la sua originalità.
Va detto che la mancanza di un sistema di scrittura, e in particolare di una scrittura fonologica, ha portato spesso i sanfratellani a usare le parole in base alla propria conoscenza, assimilandole spesso ad altre conosciute, e dando origine a storpiature importanti, tali da modificarne il significato. È il caso del termine italiano “balaustrata” (da balaustra) che dall’equivalente “balausträra” è diventata “pälauastära” che risulta composta dai termini “päla” e “uastära”, in italiano “pala” e “guasta”.

2. Linguaggio criptato
Si racconta che nell’ultimo conflitto mondiale, quando ormai la guerra delle spie aveva raggiunto livelli tali da rendere vano qualsiasi cifrario segreto, occorreva fare in modo da non riuscire a decodificare i dispacci classificati “Top secret” . Qualcuno che era a conoscenza delle caratteristiche della parlata sanfratellana, pensò di utilizzare soldati di San Fratello alle estremità del telefono, per la trasmissione di informazioni segrete. Si racconta che la cosa funzionò benissimo e che, nonostante le intercettazioni, furono spiazzati tutti i cifrari per la traduzione dei messaggi. Quanto ho detto ha più un sapore aneddotico, ma una cosa è certa: i Sanfratellani, quando parlano in fretta sono veramente incomprensibili. E c’è di più: usano spesso un linguaggio criptato, nel quale fanno uso di termini che poco o nulla hanno a che fare con l’oggetto della conversazione, dando largo spazio all’ironia e all’autoironia, ma un particolar modo il tono e la cadenza della voce, aspetti questi molto importanti che, per chi non è del luogo, spesso possono venire interpretati come offensivi.
Non manca l’uso di termini che nella parlata comune vengono interpretati in maniera erronea da chi ascolta. Tali ad esempio:

• “Palangäna” “farfalla”, diversa da “parpaghjan” che è una farfalla più piccola. Il termine potrebbe derivare da palanca, che era un’antica moneta di pochi centesimi, con la quale avrebbe in comune la caratteristica di “volare” continuamente.
• “Muoss”, in genere usato per gli animali, per “bocca”. Nell’epressione “stuzers u muoss” “asciugarsi la bocca” significa perdere tutto lavoro fatto. L’espressione è ironica e si riferisce a chi dopo un lauto pranzo si alza sazio e soddisfatto.
• “Signaur zzieu”, lett.: “signor zio”, titolo dato dai nipoti ad uno zio prete, che qui sta ad indicare il pitale per la sua forma cilindrica che con coperchio somigliava ad una cappello da prete.
• “Spezzachientar” per “gelsomino”, ma che letteralmente si traduce con “rompi pitali”; con lo stesso significato esiste nella lingua siciliana “spezzalanceddi”, mentre “spezzacantiri” usato al plurale (v. Vocabolario Siciliano, fondato da Giorgio Piccitto, Vol. V) ha il significato di “stravaganti”, quindi poco avrebbe a che fare con il significato di gelsomino e che nell’allusione sanfratellana potrebbe sottintendere l’azione necessaria per raccogliere il fiore, posando il vaso in posizione instabile con la conseguente caduta e rottura dello stesso.
• “Na peiula di sau” che si traduce con “una corda di sole” e che poco significato avrebbe se non si facesse ricorso alla millenaria cultura sanfratellana della misurazione del tempo basata sulla posizione del sole nella volta celeste; così “u sau è a cciaum” il sole è appiombo quando è mezzogiorno; verso il tramonto, il tempo viene misurato facendo uso virtuale di una corda di circa due metri fatta di crine animale, detta “peiula”, proiettata all’orizzonte e calcolando la distanza tra il mare e il sole, e che nel caso di cui parliamo corrisponde a circa due ore di luce, prima del tramonto.
• “Terrafierma” sta per ‘terraferma’, ma per i sanfratellani ha il significato di “terremoto”, quasi un ordine, come quello dato da Giosuè al sole, affinché la terra non si muova. San Fratello è stato sempre ricordato per gli smottamenti e poco per i terremoti; ma qualcosa d’importante deve essere successo nella sua storia, lo deduciamo da quanto ci fa sapere Vito Amico nel suo “Dizionario Topografico della Sicilia, tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Di Marzo” (Morvillo, Palermo 1855). A pag. 450 del Vol. I si legge: “Il registro fatto sotto Carlo V recava 636 case, e nel 1595 eran 2300 anime; nel 1652 le case 950 e 3419 abitanti, nel 1713 le case 858 e i cittadini 3236, che ultimamente 3613.”
L’Amico dà anche notizia del dialetto e prosegue:

“(…) È San Filadelfio [ndr: ora San Fratello], né erroneamente, una delle colonie di Lombardi addotte dal Conte Ruggiero, il che ci mostra chiaramente il linguaggio degli abitanti, il più oscuro degli altri dalla medesima gente in Sicilia stabiliti. Fiorì il paese fino ai nostri tempi [ndr: 15 marzo 1757, data della Dedica dell’opera a Giovanni Fogliani di Aragona, viceré di Sicilia], ma ultimamente nel 1754 dopo non poca pioggia in molti jugeri sprofondando il suolo, quasi una metà verso ponente ne trasse in ruina, ed aprendosi la terra, assorta quasi in metà la parrocchia stessa di Santa Maria, perì con gran perdita, ed in luogo più opportuno prese a rifabbricarsi [ndr: quindi la Matrice distrutta dalla frana del 1922 in precedenza si trovava in altro luogo. (...)”

Tornando al censimento delle case e degli abitanti riportati dall’Amico possiamo dedurre che tra il 1652 e il 1713 deve essere successo qualcosa di grave se le case sono passate da 950 a 858, con una perdita di 92 unità, e si spera che i 183 cittadini mancanti all’appello abbiano avuto una sorte migliore. Non so se negli atti parrocchiali di San Fratello se ne faccia cenno, ma è verosimile pensare a causa di frana o terremoto. Gli annali parlano di un terremoto disastroso che ebbe luogo l’11 gennaio del 1693 e rase al suolo la città di Noto, è quindi pensabile che anche altri paesi della Sicilia, tra i quali San Fratello, possano essere stati coinvolti pesantemente.
• “Terra” nelle espressioni “craver di terra”, “ghj’ami di nuov a la terra si n vean (L. Vasi: “I giurnatärij”): ha il significato di “paese, casa” e non di campagna come potrebbe sembrare. Pertanto la traduzione delle espressioni è “caprai di paese” e “gli uomini se ne tornano di nuovo a casa”
• “Duieuna” ‘dogana’ nel detto “èssir na mäla duièuna” (essere una cattiva dogana). Nel sec. XV gli Aragonesi instaurarono nel sud Italia, e in Sicilia, le “Dogane” che avevano il compito di esigere le tasse su tutti gli allevamenti; avevano anche una funzione assicurativa e in caso di moria di animali dovevano corrispondere agli allevatori un indennizzo che poche volte raggiungeva gli aventi diritto. Nel significato corrente indica una persona pessima pagatrice.
• “Zumàn” “grande gobba”; nel significato comune viene indicato un pagliaio costruito male.
• “Catuosg” parte bassa della casa in genere adibita a magazzeno o altro. Questo termine viene ironicamente usato per indicare anche lo stato d’animo e altre situazioni figurate, come “avar d’ärma ô catuosg”, avar la vausg ô catuosg” “essere giù di morale”, “avere la voce rauca” etc.
• “Ndulina” “allodola”; con lo stesso nome viene chiamata la Mantide religiosa, ma qui si tratta di una storpiatura del sic. Ndivina o Ndiminaglia, così chiamata perché i bambini credevano che l’insetto agitando le zampe anteriori desse risposte alle loro domande, oppure volesse tessere qualcosa.
• “Chiempa” ‘bruco, camola’, nell’espressione “mardìsgir la chièmpa” “maledire la camola”. Capitava spesso che i bruchi invadessero le coltivazioni e i contadini impotenti ricorressero all’esorcista, non sappiamo con quali risultati, ma c’era chi giurava di aver visto le camole sparire. Il detto si riferisce a chi va in giro senza alcuna mèta: essir un chi mardìsg la chièmpa; oppure, quando è usato come risposta, ha il significato di non volere far sapere dove si è diretti: väch a mardìsgir la chièmpa “vado a maledire la camola”.
• “Purter un a-la càua dû cavèu “portare uno (legato) alla coda del cavallo”. Era una berlina inflitta al condannato che, in catene e legato alla coda di un cavallo, veniva condotto in mezzo alla folla che lo derideva.
• “Essir n bäbu a palòta” “Essere uno stupido a paletta”. Alcuni frutti di ficodindia si sviluppano dentro la ‘pala’ e sono ricercati perché dopo raccolti è possibile conservarli per l’inverno appendendoli ad un chiodo. Sono i cosiddetti ficadìgna a palòta. Si vuole indicare quindi una rarità anche applicata alla stupidaggine: uno stupido a palòta è duraturo nel tempo.
• “Caffa” “coffa, nido” è una grossa sacca per il trasporto animale, ma è anche il nido degli uccelli. Una cattiva abitudine dei ragazzi era quella di prelevare gli uccellini dal nido, spesso implumi. Quando si attendeva che divenissero più grandi succedeva di trovare vuoto il nido perché nel frattempo i volatili erano andati via lasciando la coffa. L’espressine sanfratellana “der la caffa” “dare la coffa” ha significato ironico e si riferisce al rifiuto ottenuto da qualche pretendente da parte della ragazza alla quale aveva fatto la proposta di matrimonio.
• Pälauastära è una deformazione di balausträra ‘balaustrata”. La chiesa di San Nicolò, prima della frana del 1922, aveva un ampio sagrato circondato da una lunga balaustrata, sormontata ad intervalli regolari da mezzibusti, in marmo, di personaggi illustri. Essir n pup di la pälauastära ‘essere un pupo della balaustrata” è un’espressione negativa e allude a un individuo senza personalità, che può essere facilmente pilotato. Ogni tanto una di queste statue spariva per essere successivamente ritrovata dietro la porta di casa di qualche bella fanciulla che non aveva accettato il fidanzamento con un giovane del paese.
• “Näna” “nonna, diarrea”, nell’epressione “pumadamaur cu la näna” ‘pomidori con la diarrea’. In genere i sanfratellani hanno mangiato la frutta e le verdure dei loro orti e solo nei periodi di maturazione collinare. I venditori ambulanti provenienti dalle zone marittime portavano le loro primizie e nel caso dei pomodori li offrivano a voce alta, in siciliano, per le strade come “pummadoru senza nana!” I bambini chiedevano alle mamme di acquistarli, ma queste ne scoraggiavano la consumazione adducendo giustificazioni diarroiche a causa del concime chimico che veniva usato per produrli.
• “Mbruoghja” “imbroglia (verbo ind. pres. s.), ciarpame”; quando ci si riferisce a .qualcosa di cui non si vuol dire il nome, si parla di “mbruoghja”.
• “Sfascider” “tirare fuori dalla fiscella, vuotare”, questo verbo viene usato anche come sinonimo di “vuotare il sacco” senza esserne richiesto, non saper tenere un segreto.
• “Accianter mieuzzi” “piantare milze” è sinonimo di dare ceffoni; la milza era un copricapo in uso fino ai primi del Novecento ed aveva la caratteristica di cadere sopra un orecchio, quasi a voler accarezzare il collo, sinonimo quindi di una sonora “scarza di cadd” “scorza di collo”. L’aggiornamento dell’espressione seguì la moda che introdusse largamente l’utilizzo della coppola, così dare una “scapula” ‘scoppola’ rende bene l’idea di un ceffone così forte da far volar via il copricapo.
• “Cilestri” “celesti”, nell’espressione “purter un a li cilestri” “portare uno al settimo cielo”, vantare. Il termine è riscontrabile nella visione medievale del Paradiso e nelle etichette messe sui registri degli organi antichi per indicare il suono argentino, celestiale.
• “Pässavulant” “passavolando”, sono dolci a forma di cuore o di “S”, di pasta di mandorle ricoperti di glassa e decorati con motivi floreali che vengono serviti nei matrimoni insieme alle cosiddette “gnuchietuli”, anche queste di pasta di mandorle, a forma di “S”, ma di colore scuro. Il nome “pässavulant” potrebbe riferirsi alle istruzioni date a chi in passato serviva questi dolci nei matrimoni i cui ricevimenti si svolgevano nelle case private affinché non si soffermassero troppo, col duplice intento di fare presto e di impedire che gli invitati ne prendessero più di uno.
• “Fighj di scècca” “figlio di asina”. L’incrocio tra un asino ed una cavalla origina il mulo. Invece l’accoppiamento di un cavallo con un'asina produce il bardotto, che conserva un'indole asinina, notoriamente autonoma e refrattaria al punto di essere considerato fèuzz 'falso' perché spesso recalcitra. Per trasposizione dare del “fighj di scècca a uno è offensivo perchè equivale ad essere un individuo inaffidabile.
• “Dighj chi i chiei son attachiei” ‘digli che i cani sono legati’. È un invito in codice: si vuole far sapere alla persona alla quale il detto dovrà essere riportato, che è attesa con ansia.
• “Mottir la narta” ”mettere il soprannome”, potrebbe essere una fusione di nam+ sciarta ‘nome e sorte’ (nomen omen).
• “Dumiera piguriera” “lucciola”, lume del pecoraio.
• “Amartacanàli” ‘spegnicandele’. Erba dall’odore disgustevole; si dice che venisse usata nei granai per tenere lontani i panaruoi ‘punteruoli’.
• “Nualzänt” ‘cantastorie’; chi racconta storie, chi parla troppo. Tucc i nualzänt arrivu zzea ‘tutti coloro che portano notizie arrivano qui’
• “Arplacchja” (dal sic. aprilocchi) “cardo benedetto” (bot.: “cnicus benedictus”), erba che produce alla sommità uno stelo munito di spine. Il nome è un invito a prestare attenzione perchè punge e riferito a persone che sono sempre pronte ad offendere.
• “Buvrèg” “mancia”; nell’espressione se l pàrti àntra t däcch u buvrègg “se le porti a casa [le botte], ti do la mancia” significa che devi difenderti, altrimenti a casa prenderai le altre. Un sistema educativo basato sulla difesa.
• “Sfiler” “sfilare, misurare; nell’espressione sfiler u pè significa curare le orme lasciate da un animale scappato via. Sfiler u camìan ‘seguire le orme’.
• “Bannier” ‘bandire, annunciare’. Bannier li festi ‘annunciare le festività’, avviene il giorno dell’Epifania in cui il sacerdote annuncia i giorni in cui cadono le festività religiose dell’anno liturgico.
• “Panuttian di San Giusepp” “pagnottina di San Giuseppe” è il seme della malva e in genere dell’altea, così chiamato per la sua forma piatta divisa in spicchi.
• “Nfurrer” “foderare”, in sanfratellano è un termine parente del francese “fourrer” e significa “andare a sbattere” contro qualcosa.

Non mancano nella cultura sanfratellana ascendenti medievali della sottomissione della donna all’uomo. Li troviamo in alcuni proverbi e modi di dire, come ad esempio:
• “D’am apparànta cû re e la fòmna cû chièn” “L’uomo sia simile al re e la donna al cane”. Questo detto ha radici molto antiche e v’è rapporto di sudditanza della donna all’uomo. Il riferimento è quello della peculiare qualità del cane che è la fedeltà; per contro all’uomo è richiesto di comportarsi come un re, che è personificazione di onestà, di protezione, di potenza. Sotto questo aspetto troviamo riferimento anche alla letteratura cavalleresca.
• “Nutära pèrsa e fìghja fòmna” “Nottata persa e figlia femmina”. Dove la poca considerazione verso la donna diventa più esplicita.
• “Fièji sòcchi e fìghji fòmni, u prim prièzz è ièngiu” “Fichi secchi e figlie femmine, il primo prezzo è angelo”. Una delle risorse dell’economia sanfratellana legata all’agricoltura era la coltivazione e la lavorazione dei fichi. Il prodotto veniva immesso sul mercato che spesso continuava ad essere in rialzo; ma è capitato, in attesa di spuntare un buon prezzo, che quintali di fichi siano rimasti invenduti e destinati a cibo per gli animali. La sorte dei fichi è stata riservata anche alle figlie femmine. Andavano concesse senza esitazione al primo che ne chiedeva la mano per paura che in attesa di un buon partito rimanessero in casa.
• “mija tu” è la contrazione del sic. “miatu tu” “beato tu”. Nel proverbio “N grèan di chièrta, mija di chi la nzèrta” “un grano di carta, beato chi la indovina”, si tratta della carta con la quale è fatto il certificato di matrimonio, e quanto la sua riuscita sia legata alla fortuna.

3. APPENDICE: ADELASIA DEL VASTO
QUALCHE BREVE NOTIZIA SULLA MOGLIE DI RUGGERO I
La presenza dei Normanni in Sicilia la vediamo con l’inizio della conquista dell’isola a partire dall’anno 1061. Ma sicuramente sono arrivati nell’Italia meridionale, anche se in gruppi ristretti, a partire dal 1015 quando il ribelle barone pugliese Melo li chiamò con il progetto di scacciare i Bizantini promettendo loro le terre liberate. Con Roberto il Guiscardo nel 1071 venne ultimata la conquista del meridione mandando via i Bizantini.
Ruggero I nasce in Normandia e muore a Mileto nel 1101. Questa città sarà eletta dallo stesso Ruggero a capitale normanna nel 1058, poi trasferita a Palermo. A Mileto, Ruggero celebrerà i suoi matrimoni: nel Natale del 1061 con la normanna Giuditta d’Evreux; vi celebrerà ancora le seconde nozze con la longobarda Eremburga e, nel 1089, le terze nozze con Adelasia del Vasto, della famiglia degli Aleramici del Monferrato.
Il conte Ruggero quando iniziò la spedizione in Sicilia per liberarla dagli Arabi, sapeva di poter fare affidamento su contingenti molto ristretti di Normanni, anche perchè impegnati in Inghilterra con Guglielmo il Conquistatore, e quindi si rendeva necessario fare arrivare truppe mercenarie da altre parti. Ne arrivarono dal nord Italia e quelle già presenti in sud Italia, nella cosiddetta Apulia (le attuali regioni Puglia, Basilicata e Campania).

Ruggero II (1130-1154), figlio del Gran Conte e di Adelasia, diede il suo appoggio all’antipapa Anacleto II (1130-1138) e si fece incoronare re, carica che venne confermata da Innocenzo II (1130-1143) nel 1138. Quanto sia giovato a Ruggero II il suo appoggio ad Anacleto II per farsi eleggere re di Sicilia e Calabria, non lo sappiamo; ma sicuramente molto sarà giovato per la successiva conferma da parte di Innocenzo II il fatto che la madre Adelasia avesse già il titolo di regina per aver sposato in seconde nozze Baldovino delle Fiandre, re di Gerusalemme.
Vale la pena ricordare quanto sia stato illuminato il re Ruggero II, favorendo l’aggregazione tra i popoli di culture e religioni diverse e chiamando alla sua corte i maggiori studiosi del suo tempo. Uno per tutti il cartografo e geografo El Idrisi che scrisse “Il libro di Ruggero”, corredato di un planisfero d’argento con le terre conosciute fino a quei tempi, nel quale riporta le informazioni, da lui verificate di persona, delle città del Mediterraneo e del regno normanno (Sicilia, Calabria e Apulia) in particolar modo la presenza d’acqua dolce, porti, fertilità dai terreni etc. E a mio parere, si può leggere tra le righe che tutto ciò era necessario al re per potere controllare i traffici e le produzioni per l’applicazione di un giusto sistema fiscale, oltre a fornire uno strumento a chi volesse viaggiare attraverso le terre del regno normanno e del Mediterraneo, spingendosi verso altre nazioni europee.

Hubert Houben nel suo saggio “Adelaide del Vasto nella storia del Regno di Sicilia”, incluso negli Atti su “Bianca Lancia D’Agliano” (edizioni dell’Orso, Alessandria 1992), ci fornisce molte notizie sulla madre di Ruggero II, futuro Re di Sicilia.
Ci fa sapere che secondo Goffredo Malaterra, benedettino del monastero di Sant’Agata di Catania, quando Adelasia sposò il Gran Conte, non doveva avere più di 15 anni, mentre Ruggero ne aveva una cinquantina. Il matrimonio si celebrò, come gli altri precedenti nella cattedrale di Mileto.
La politica dei matrimoni di famiglia è continuata, dato che Ruggero combinò i matrimoni di due suoi figli, Goffredo e Giordano, con due sorelle di Adelasia, ma a causa della morte del primo, solo il matrimonio di Giordano venne celebrato.
L’unico cronista dell’epoca che narra della reggenza di Adelasia in maniera particolareggiata è Orderico Vitale, monaco inglese di adozione normanna. Nella sua Historia Ecclesiastica narra che Adelasia si rese conto di non essere in grado di esercitare da sola la reggenza del vasto territorio lasciato dal marito Ruggero I, così chiamò Roberto, figlio dell’omonimo duca di Borgogna, dandogli in sposa una sua figlia e come dote il Principato della Sicilia. Il genero avrebbe difeso dai nemici il territorio per dieci anni. Adelaide in questi anni si dedicò all’educazione del figlio Ruggero II e quando questo divenne maggiorenne (16 anni) la contessa si sarebbe sbarazzata del genero propinandogli del veleno. Poichè nelle cronache documentarie non viene menzionato nessun Roberto di Borgogna, Michele Amari lo ritiene falso tacciando Orderico Vitale “frate ghiotto di favole e avverso all’Italia”. Ma altri studiosi ritengono veritiera la narrazione di Orderico Vitale.

• Matrimonio con Baldovino I, re di Gerusalemme.
Baldovino aveva ripudiato la prima moglie, l’armena Orda di Edessa, e poichè aveva estrema necessità di soldi per pagare i suoi cavalieri, nel 1112 chiese la mano di Adelasia ormai vedova di Ruggero, morto nel 1101 a Mileto, sicuro di potere accedere alle ricchezze dei Normanni si Sicilia. Il matrimonio si celebrò a Gerusalemme nel 1113, con grande sfarzo, e nel contratto di matrimonio fu stipulato che in caso di mancata prole, il regno di Gerusalemme sarebbe passato a Ruggero II, figlio di Adelasia e del Gran Conte.
Baldovino si ammalò e il vescovo Arnulfo lo costrinse a ripudiare Adelasia, adducendo che era ancora valido il primo matrimonio. Adelasia se ne tornò in Sicilia nel 1117 e morì l’anno successivo (1118) a Patti, dove fu sepolta nel monastero di San Salvatore (ora è nella cattedrale di Patti).
Anche se fallì il progetto di portare il regno di Gerusalemme in eredità al figlio Ruggero II, Adelasia essendo diventata regina aumentò il prestigio del figlio che nei diplomi dell’epoca si fregiò spesso come figlio della regina Adelasia e nel 1130 si farà proclamare re di Sicilia in virtù della regalità della madre, prima dall’Antipapa Anacleto II e poi, nel 1138, da Papa Innocenzo II.

FINE

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