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Di Pietro - Queras - Manni - Copertina QuartaDi Pietro - Queras - Manni - Copertina1 È uscito presso Manni Editori di San Cesario di Lecce il romanzo L’ALLEGRA REPUBBLICA DI QUERAS. Il libro può essere ordinato in tutte le librerie fisiche e virtuali (Internet).

ISBN: 978-88-6266-584-1
pp. 96
Euro 13,00

Un romanzo come favola allegorica dove gli animali, riuniti in partiti, lottano prima per conquistare il potere, poi per conservarlo.
E l’uomo, nella finzione letteraria giudice del comportamento delle bestie, si avvale della propria capacità per speculare sui sentimenti più profondi, dimostrando così, amaramente, che tutte le azioni sono lecite se il popolo, manovrato, le ritiene tali.
L’autore ridendo “castigat mores” e mette in risalto l’umanità degli animali e l’animalità degli umani artefici di principi e direttive atti a consolidare un meccanismo dove si può cambiare tutto, persino i soggetti, con il fine di non mettere in discussione il potere costituito.

IN UNA SERA

Copertina IN UNA SERAPer i tipi della Montedit Editrice è uscito: Benedetto Di Pietro IN UNA SERA (racconti)
pagg. 78 – Euro 8,50
ISBN: 978-88-6587-3922

Caro Lettore,
Questi brevi racconti vogliono distoglierti, anche se per un tempo breve e spero con un pizzico di ilarità, dall’onerosa realtà quotidiana. Alcuni di essi sono apparsi in passato sulla rivista “Pagnocco”, che si pubblicava a Messina ed era diretta dal compianto amico Giuseppe Cavarra, alla cui memoria questo libro vuol essere un omaggio.
La narrazione prende corpo dai fatti di cronaca ai racconti di vita paesana, dalle credenze popolari al mondo della fantasia (si tratta poi solo di credenze e di fantasia?)
La raccolta è volutamente agile per essere letta quasi “in una sera” e il mio scopo sarà raggiunto se sarò riuscito a coinvolgerti, sollecitando un minimo della tua curiosità e riflessione.
Con gratitudine.
L’Autore

CONFERENZA SUL GALLOITALICO DI SAN FRATELLO (MESSINA)
(10 AGOSTO 2012)

“TERMINOLOGIA ARCAICA E CRIPTICA NELLA PARLATA DI SAN FRATELLO”

Relatore: Benedetto Di Pietro

0. Premessa
La comprensione del dialetto sanfratellano è stata sempre problematica per chi non è nato a San Fratello, o non ha avuto modo di vivere nel paese da bambino e assimilarne i suoni e i significati delle parole. La ragione? La velocità con la quale viene parlato e la presenza di una o più vocali mute che comportano un accumulo consonantico, impronunciabile per chi non è nativo del luogo. È questa la ragione che fece esclamare allo studioso Lionardo Vigo che il dialetto sanfratellano è “una lingua inintelligibile più della favella di Satanasso” e un secolo dopo fece dichiarare al dialettologo Giovanni Tropea che per i dialetti galloitalici non si sarebbe mai giunti alla loro letterarizzazione, ossia non si sarebbe mai arrivati a scriverli e ottenere così una propria letteratura.
I tempi moderni hanno smentito queste affermazioni, grazie agli studi comparati degli specialisti, e a ragione possiamo dire che anche il dialetto sanfratellano che in fatto di opere scritte si era fermato alla produzione del Vasi e del Rubino, è riuscito a portarsi alla pari di altri centri galloitalici.
Nonostante le sollecitazioni a tirare fuori dai cassetti eventuali scritti di sanfratellani del passato, non abbiamo avuto riscontri di ritrovamenti da parte degli eredi o di amici. Così bisogna arrivare alla fine del Novecento per trovare altre pubblicazioni e notare con piacere che altri amici hanno cominciato a dedicarsi alla scrittura in dialetto. Operazione questa che servirà se non a salvare tutto, ma sicuramente una buona parte della parlata e della cultura, incluse le tradizioni, che nel tempo hanno costellato la vita della gente di San Fratello.

1. Accumulo consonantico e linguaggio ellittico?
Può sorgere spontanea una domanda: la parlata sanfratellana è nata così o è stata resa volutamente di difficile comprensibilità? Non è possibile dare una risposta per almeno due ragioni:
a) noi non abbiamo registrazioni della parlata originale, intendo dire la parlata dei primi secoli in cui i coloni provenienti dall’alta Italia si sono insediati a San Fratello
b) perché non conosciamo i rapporti che la gente di San Fratello instaurò nel passato con i paesi vicini, ma che sicuramente non devono essere stati di totale apertura se fino ad una cinquantina di anni orsono gli abitanti delle campagne vicine, che parlavano la lingua siciliana, venivano chiamati dai sanfratellani “forestieri” e spesso venivano indicati come “marrani”, termine che nasconde nella sua storia un significato di disprezzo perché con esso, fino al sec. XVIII, gli Spagnoli indicarono i musulmani e gli ebrei convertiti al cristianesimo.
I sanfratellani sono sempre stati molto gelosi della loro parlata e per indicare la lingua siciliana usavano, con tono di ironia, l’espressione Pardèr a-la tänu “Parlare alla “tannu”. In dialetto siciliano tannu significa ‘allora’; l’espressione equivale al più moderno pardèr d’accussì “parlare così”; il termine siciliano “così” viene tradotto con “accussì” e si distingue da “accuscì” usato dai sanfratellani per indicarne l’appartenenza linguistica. I linguisti definiscono questo termine “shibboleth”, dall’ebraico “spiga, bandiera”.

È pensabile che trattandosi in origine di un avamposto militare si sia fatto uso di un linguaggio sintetico. Sicuramente, attraverso i secoli la parlata sanfratellana è diventata sempre più ellittica, facendo sparire delle vocali, e quando si è capito che con questo sistema da una parte ne beneficiava l’economia dialogica, in quanto nell’unità di tempo si potevano pronunciare più parole, e dall’altra il discorso diventava più incomprensibile per chi non apparteneva alla comunità sanfratellana, non si è fatto nulla per renderlo più esplicito, chiudendo così in uno scrigno la parlata e le sue tradizioni che sono sempre apparse come circondate da un’aria di mistero.
Una delle cause principali di questa chiusura è dovuta al fatto che non si sia fatto uso della scrittura; infatti questa avrebbe obbligato ogni scrivente a usare anche le vocali al fine di permettere la morfologia e la divisione sillabica avrebbe messo più chiarezza.
L’argomento è complesso e ci porterebbe a considerare due possibili opzioni: la prima che l’uso della scrittura ci avrebbe offerto pagine scritte sulle tradizioni sanfratellane e sulle loro evoluzioni nei secoli, ma con la possibile conclusione che la parlata sanfratellana sarebbe già scomparsa da tempo a causa della mancanza d’interesse per un dialetto del quale si sarebbe conosciuto tutto; la seconda, tramandarsi la parlata per via orale, obbligando i sanfratellani ad affidare alla trasmissione orale di tutte le informazioni legate alla loro cultura. Questo è ciò che si è verificato attraverso i secoli e che ha permesso al dialetto di arrivare fino a noi, con tutte le sue lacune, ma anche con la sua originalità.
Va detto che la mancanza di un sistema di scrittura, e in particolare di una scrittura fonologica, ha portato spesso i sanfratellani a usare le parole in base alla propria conoscenza, assimilandole spesso ad altre conosciute, e dando origine a storpiature importanti, tali da modificarne il significato. È il caso del termine italiano “balaustrata” (da balaustra) che dall’equivalente “balausträra” è diventata “pälauastära” che risulta composta dai termini “päla” e “uastära”, in italiano “pala” e “guasta”.

2. Linguaggio criptato
Si racconta che nell’ultimo conflitto mondiale, quando ormai la guerra delle spie aveva raggiunto livelli tali da rendere vano qualsiasi cifrario segreto, occorreva fare in modo da non riuscire a decodificare i dispacci classificati “Top secret” . Qualcuno che era a conoscenza delle caratteristiche della parlata sanfratellana, pensò di utilizzare soldati di San Fratello alle estremità del telefono, per la trasmissione di informazioni segrete. Si racconta che la cosa funzionò benissimo e che, nonostante le intercettazioni, furono spiazzati tutti i cifrari per la traduzione dei messaggi. Quanto ho detto ha più un sapore aneddotico, ma una cosa è certa: i Sanfratellani, quando parlano in fretta sono veramente incomprensibili. E c’è di più: usano spesso un linguaggio criptato, nel quale fanno uso di termini che poco o nulla hanno a che fare con l’oggetto della conversazione, dando largo spazio all’ironia e all’autoironia, ma un particolar modo il tono e la cadenza della voce, aspetti questi molto importanti che, per chi non è del luogo, spesso possono venire interpretati come offensivi.
Non manca l’uso di termini che nella parlata comune vengono interpretati in maniera erronea da chi ascolta. Tali ad esempio:

• “Palangäna” “farfalla”, diversa da “parpaghjan” che è una farfalla più piccola. Il termine potrebbe derivare da palanca, che era un’antica moneta di pochi centesimi, con la quale avrebbe in comune la caratteristica di “volare” continuamente.
• “Muoss”, in genere usato per gli animali, per “bocca”. Nell’epressione “stuzers u muoss” “asciugarsi la bocca” significa perdere tutto lavoro fatto. L’espressione è ironica e si riferisce a chi dopo un lauto pranzo si alza sazio e soddisfatto.
• “Signaur zzieu”, lett.: “signor zio”, titolo dato dai nipoti ad uno zio prete, che qui sta ad indicare il pitale per la sua forma cilindrica che con coperchio somigliava ad una cappello da prete.
• “Spezzachientar” per “gelsomino”, ma che letteralmente si traduce con “rompi pitali”; con lo stesso significato esiste nella lingua siciliana “spezzalanceddi”, mentre “spezzacantiri” usato al plurale (v. Vocabolario Siciliano, fondato da Giorgio Piccitto, Vol. V) ha il significato di “stravaganti”, quindi poco avrebbe a che fare con il significato di gelsomino e che nell’allusione sanfratellana potrebbe sottintendere l’azione necessaria per raccogliere il fiore, posando il vaso in posizione instabile con la conseguente caduta e rottura dello stesso.
• “Na peiula di sau” che si traduce con “una corda di sole” e che poco significato avrebbe se non si facesse ricorso alla millenaria cultura sanfratellana della misurazione del tempo basata sulla posizione del sole nella volta celeste; così “u sau è a cciaum” il sole è appiombo quando è mezzogiorno; verso il tramonto, il tempo viene misurato facendo uso virtuale di una corda di circa due metri fatta di crine animale, detta “peiula”, proiettata all’orizzonte e calcolando la distanza tra il mare e il sole, e che nel caso di cui parliamo corrisponde a circa due ore di luce, prima del tramonto.
• “Terrafierma” sta per ‘terraferma’, ma per i sanfratellani ha il significato di “terremoto”, quasi un ordine, come quello dato da Giosuè al sole, affinché la terra non si muova. San Fratello è stato sempre ricordato per gli smottamenti e poco per i terremoti; ma qualcosa d’importante deve essere successo nella sua storia, lo deduciamo da quanto ci fa sapere Vito Amico nel suo “Dizionario Topografico della Sicilia, tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Di Marzo” (Morvillo, Palermo 1855). A pag. 450 del Vol. I si legge: “Il registro fatto sotto Carlo V recava 636 case, e nel 1595 eran 2300 anime; nel 1652 le case 950 e 3419 abitanti, nel 1713 le case 858 e i cittadini 3236, che ultimamente 3613.”
L’Amico dà anche notizia del dialetto e prosegue:

“(…) È San Filadelfio [ndr: ora San Fratello], né erroneamente, una delle colonie di Lombardi addotte dal Conte Ruggiero, il che ci mostra chiaramente il linguaggio degli abitanti, il più oscuro degli altri dalla medesima gente in Sicilia stabiliti. Fiorì il paese fino ai nostri tempi [ndr: 15 marzo 1757, data della Dedica dell’opera a Giovanni Fogliani di Aragona, viceré di Sicilia], ma ultimamente nel 1754 dopo non poca pioggia in molti jugeri sprofondando il suolo, quasi una metà verso ponente ne trasse in ruina, ed aprendosi la terra, assorta quasi in metà la parrocchia stessa di Santa Maria, perì con gran perdita, ed in luogo più opportuno prese a rifabbricarsi [ndr: quindi la Matrice distrutta dalla frana del 1922 in precedenza si trovava in altro luogo. (...)”

Tornando al censimento delle case e degli abitanti riportati dall’Amico possiamo dedurre che tra il 1652 e il 1713 deve essere successo qualcosa di grave se le case sono passate da 950 a 858, con una perdita di 92 unità, e si spera che i 183 cittadini mancanti all’appello abbiano avuto una sorte migliore. Non so se negli atti parrocchiali di San Fratello se ne faccia cenno, ma è verosimile pensare a causa di frana o terremoto. Gli annali parlano di un terremoto disastroso che ebbe luogo l’11 gennaio del 1693 e rase al suolo la città di Noto, è quindi pensabile che anche altri paesi della Sicilia, tra i quali San Fratello, possano essere stati coinvolti pesantemente.
• “Terra” nelle espressioni “craver di terra”, “ghj’ami di nuov a la terra si n vean (L. Vasi: “I giurnatärij”): ha il significato di “paese, casa” e non di campagna come potrebbe sembrare. Pertanto la traduzione delle espressioni è “caprai di paese” e “gli uomini se ne tornano di nuovo a casa”
• “Duieuna” ‘dogana’ nel detto “èssir na mäla duièuna” (essere una cattiva dogana). Nel sec. XV gli Aragonesi instaurarono nel sud Italia, e in Sicilia, le “Dogane” che avevano il compito di esigere le tasse su tutti gli allevamenti; avevano anche una funzione assicurativa e in caso di moria di animali dovevano corrispondere agli allevatori un indennizzo che poche volte raggiungeva gli aventi diritto. Nel significato corrente indica una persona pessima pagatrice.
• “Zumàn” “grande gobba”; nel significato comune viene indicato un pagliaio costruito male.
• “Catuosg” parte bassa della casa in genere adibita a magazzeno o altro. Questo termine viene ironicamente usato per indicare anche lo stato d’animo e altre situazioni figurate, come “avar d’ärma ô catuosg”, avar la vausg ô catuosg” “essere giù di morale”, “avere la voce rauca” etc.
• “Ndulina” “allodola”; con lo stesso nome viene chiamata la Mantide religiosa, ma qui si tratta di una storpiatura del sic. Ndivina o Ndiminaglia, così chiamata perché i bambini credevano che l’insetto agitando le zampe anteriori desse risposte alle loro domande, oppure volesse tessere qualcosa.
• “Chiempa” ‘bruco, camola’, nell’espressione “mardìsgir la chièmpa” “maledire la camola”. Capitava spesso che i bruchi invadessero le coltivazioni e i contadini impotenti ricorressero all’esorcista, non sappiamo con quali risultati, ma c’era chi giurava di aver visto le camole sparire. Il detto si riferisce a chi va in giro senza alcuna mèta: essir un chi mardìsg la chièmpa; oppure, quando è usato come risposta, ha il significato di non volere far sapere dove si è diretti: väch a mardìsgir la chièmpa “vado a maledire la camola”.
• “Purter un a-la càua dû cavèu “portare uno (legato) alla coda del cavallo”. Era una berlina inflitta al condannato che, in catene e legato alla coda di un cavallo, veniva condotto in mezzo alla folla che lo derideva.
• “Essir n bäbu a palòta” “Essere uno stupido a paletta”. Alcuni frutti di ficodindia si sviluppano dentro la ‘pala’ e sono ricercati perché dopo raccolti è possibile conservarli per l’inverno appendendoli ad un chiodo. Sono i cosiddetti ficadìgna a palòta. Si vuole indicare quindi una rarità anche applicata alla stupidaggine: uno stupido a palòta è duraturo nel tempo.
• “Caffa” “coffa, nido” è una grossa sacca per il trasporto animale, ma è anche il nido degli uccelli. Una cattiva abitudine dei ragazzi era quella di prelevare gli uccellini dal nido, spesso implumi. Quando si attendeva che divenissero più grandi succedeva di trovare vuoto il nido perché nel frattempo i volatili erano andati via lasciando la coffa. L’espressine sanfratellana “der la caffa” “dare la coffa” ha significato ironico e si riferisce al rifiuto ottenuto da qualche pretendente da parte della ragazza alla quale aveva fatto la proposta di matrimonio.
• Pälauastära è una deformazione di balausträra ‘balaustrata”. La chiesa di San Nicolò, prima della frana del 1922, aveva un ampio sagrato circondato da una lunga balaustrata, sormontata ad intervalli regolari da mezzibusti, in marmo, di personaggi illustri. Essir n pup di la pälauastära ‘essere un pupo della balaustrata” è un’espressione negativa e allude a un individuo senza personalità, che può essere facilmente pilotato. Ogni tanto una di queste statue spariva per essere successivamente ritrovata dietro la porta di casa di qualche bella fanciulla che non aveva accettato il fidanzamento con un giovane del paese.
• “Näna” “nonna, diarrea”, nell’epressione “pumadamaur cu la näna” ‘pomidori con la diarrea’. In genere i sanfratellani hanno mangiato la frutta e le verdure dei loro orti e solo nei periodi di maturazione collinare. I venditori ambulanti provenienti dalle zone marittime portavano le loro primizie e nel caso dei pomodori li offrivano a voce alta, in siciliano, per le strade come “pummadoru senza nana!” I bambini chiedevano alle mamme di acquistarli, ma queste ne scoraggiavano la consumazione adducendo giustificazioni diarroiche a causa del concime chimico che veniva usato per produrli.
• “Mbruoghja” “imbroglia (verbo ind. pres. s.), ciarpame”; quando ci si riferisce a .qualcosa di cui non si vuol dire il nome, si parla di “mbruoghja”.
• “Sfascider” “tirare fuori dalla fiscella, vuotare”, questo verbo viene usato anche come sinonimo di “vuotare il sacco” senza esserne richiesto, non saper tenere un segreto.
• “Accianter mieuzzi” “piantare milze” è sinonimo di dare ceffoni; la milza era un copricapo in uso fino ai primi del Novecento ed aveva la caratteristica di cadere sopra un orecchio, quasi a voler accarezzare il collo, sinonimo quindi di una sonora “scarza di cadd” “scorza di collo”. L’aggiornamento dell’espressione seguì la moda che introdusse largamente l’utilizzo della coppola, così dare una “scapula” ‘scoppola’ rende bene l’idea di un ceffone così forte da far volar via il copricapo.
• “Cilestri” “celesti”, nell’espressione “purter un a li cilestri” “portare uno al settimo cielo”, vantare. Il termine è riscontrabile nella visione medievale del Paradiso e nelle etichette messe sui registri degli organi antichi per indicare il suono argentino, celestiale.
• “Pässavulant” “passavolando”, sono dolci a forma di cuore o di “S”, di pasta di mandorle ricoperti di glassa e decorati con motivi floreali che vengono serviti nei matrimoni insieme alle cosiddette “gnuchietuli”, anche queste di pasta di mandorle, a forma di “S”, ma di colore scuro. Il nome “pässavulant” potrebbe riferirsi alle istruzioni date a chi in passato serviva questi dolci nei matrimoni i cui ricevimenti si svolgevano nelle case private affinché non si soffermassero troppo, col duplice intento di fare presto e di impedire che gli invitati ne prendessero più di uno.
• “Fighj di scècca” “figlio di asina”. L’incrocio tra un asino ed una cavalla origina il mulo. Invece l’accoppiamento di un cavallo con un'asina produce il bardotto, che conserva un'indole asinina, notoriamente autonoma e refrattaria al punto di essere considerato fèuzz 'falso' perché spesso recalcitra. Per trasposizione dare del “fighj di scècca a uno è offensivo perchè equivale ad essere un individuo inaffidabile.
• “Dighj chi i chiei son attachiei” ‘digli che i cani sono legati’. È un invito in codice: si vuole far sapere alla persona alla quale il detto dovrà essere riportato, che è attesa con ansia.
• “Mottir la narta” ”mettere il soprannome”, potrebbe essere una fusione di nam+ sciarta ‘nome e sorte’ (nomen omen).
• “Dumiera piguriera” “lucciola”, lume del pecoraio.
• “Amartacanàli” ‘spegnicandele’. Erba dall’odore disgustevole; si dice che venisse usata nei granai per tenere lontani i panaruoi ‘punteruoli’.
• “Nualzänt” ‘cantastorie’; chi racconta storie, chi parla troppo. Tucc i nualzänt arrivu zzea ‘tutti coloro che portano notizie arrivano qui’
• “Arplacchja” (dal sic. aprilocchi) “cardo benedetto” (bot.: “cnicus benedictus”), erba che produce alla sommità uno stelo munito di spine. Il nome è un invito a prestare attenzione perchè punge e riferito a persone che sono sempre pronte ad offendere.
• “Buvrèg” “mancia”; nell’espressione se l pàrti àntra t däcch u buvrègg “se le porti a casa [le botte], ti do la mancia” significa che devi difenderti, altrimenti a casa prenderai le altre. Un sistema educativo basato sulla difesa.
• “Sfiler” “sfilare, misurare; nell’espressione sfiler u pè significa curare le orme lasciate da un animale scappato via. Sfiler u camìan ‘seguire le orme’.
• “Bannier” ‘bandire, annunciare’. Bannier li festi ‘annunciare le festività’, avviene il giorno dell’Epifania in cui il sacerdote annuncia i giorni in cui cadono le festività religiose dell’anno liturgico.
• “Panuttian di San Giusepp” “pagnottina di San Giuseppe” è il seme della malva e in genere dell’altea, così chiamato per la sua forma piatta divisa in spicchi.
• “Nfurrer” “foderare”, in sanfratellano è un termine parente del francese “fourrer” e significa “andare a sbattere” contro qualcosa.

Non mancano nella cultura sanfratellana ascendenti medievali della sottomissione della donna all’uomo. Li troviamo in alcuni proverbi e modi di dire, come ad esempio:
• “D’am apparànta cû re e la fòmna cû chièn” “L’uomo sia simile al re e la donna al cane”. Questo detto ha radici molto antiche e v’è rapporto di sudditanza della donna all’uomo. Il riferimento è quello della peculiare qualità del cane che è la fedeltà; per contro all’uomo è richiesto di comportarsi come un re, che è personificazione di onestà, di protezione, di potenza. Sotto questo aspetto troviamo riferimento anche alla letteratura cavalleresca.
• “Nutära pèrsa e fìghja fòmna” “Nottata persa e figlia femmina”. Dove la poca considerazione verso la donna diventa più esplicita.
• “Fièji sòcchi e fìghji fòmni, u prim prièzz è ièngiu” “Fichi secchi e figlie femmine, il primo prezzo è angelo”. Una delle risorse dell’economia sanfratellana legata all’agricoltura era la coltivazione e la lavorazione dei fichi. Il prodotto veniva immesso sul mercato che spesso continuava ad essere in rialzo; ma è capitato, in attesa di spuntare un buon prezzo, che quintali di fichi siano rimasti invenduti e destinati a cibo per gli animali. La sorte dei fichi è stata riservata anche alle figlie femmine. Andavano concesse senza esitazione al primo che ne chiedeva la mano per paura che in attesa di un buon partito rimanessero in casa.
• “mija tu” è la contrazione del sic. “miatu tu” “beato tu”. Nel proverbio “N grèan di chièrta, mija di chi la nzèrta” “un grano di carta, beato chi la indovina”, si tratta della carta con la quale è fatto il certificato di matrimonio, e quanto la sua riuscita sia legata alla fortuna.

3. APPENDICE: ADELASIA DEL VASTO
QUALCHE BREVE NOTIZIA SULLA MOGLIE DI RUGGERO I
La presenza dei Normanni in Sicilia la vediamo con l’inizio della conquista dell’isola a partire dall’anno 1061. Ma sicuramente sono arrivati nell’Italia meridionale, anche se in gruppi ristretti, a partire dal 1015 quando il ribelle barone pugliese Melo li chiamò con il progetto di scacciare i Bizantini promettendo loro le terre liberate. Con Roberto il Guiscardo nel 1071 venne ultimata la conquista del meridione mandando via i Bizantini.
Ruggero I nasce in Normandia e muore a Mileto nel 1101. Questa città sarà eletta dallo stesso Ruggero a capitale normanna nel 1058, poi trasferita a Palermo. A Mileto, Ruggero celebrerà i suoi matrimoni: nel Natale del 1061 con la normanna Giuditta d’Evreux; vi celebrerà ancora le seconde nozze con la longobarda Eremburga e, nel 1089, le terze nozze con Adelasia del Vasto, della famiglia degli Aleramici del Monferrato.
Il conte Ruggero quando iniziò la spedizione in Sicilia per liberarla dagli Arabi, sapeva di poter fare affidamento su contingenti molto ristretti di Normanni, anche perchè impegnati in Inghilterra con Guglielmo il Conquistatore, e quindi si rendeva necessario fare arrivare truppe mercenarie da altre parti. Ne arrivarono dal nord Italia e quelle già presenti in sud Italia, nella cosiddetta Apulia (le attuali regioni Puglia, Basilicata e Campania).

Ruggero II (1130-1154), figlio del Gran Conte e di Adelasia, diede il suo appoggio all’antipapa Anacleto II (1130-1138) e si fece incoronare re, carica che venne confermata da Innocenzo II (1130-1143) nel 1138. Quanto sia giovato a Ruggero II il suo appoggio ad Anacleto II per farsi eleggere re di Sicilia e Calabria, non lo sappiamo; ma sicuramente molto sarà giovato per la successiva conferma da parte di Innocenzo II il fatto che la madre Adelasia avesse già il titolo di regina per aver sposato in seconde nozze Baldovino delle Fiandre, re di Gerusalemme.
Vale la pena ricordare quanto sia stato illuminato il re Ruggero II, favorendo l’aggregazione tra i popoli di culture e religioni diverse e chiamando alla sua corte i maggiori studiosi del suo tempo. Uno per tutti il cartografo e geografo El Idrisi che scrisse “Il libro di Ruggero”, corredato di un planisfero d’argento con le terre conosciute fino a quei tempi, nel quale riporta le informazioni, da lui verificate di persona, delle città del Mediterraneo e del regno normanno (Sicilia, Calabria e Apulia) in particolar modo la presenza d’acqua dolce, porti, fertilità dai terreni etc. E a mio parere, si può leggere tra le righe che tutto ciò era necessario al re per potere controllare i traffici e le produzioni per l’applicazione di un giusto sistema fiscale, oltre a fornire uno strumento a chi volesse viaggiare attraverso le terre del regno normanno e del Mediterraneo, spingendosi verso altre nazioni europee.

Hubert Houben nel suo saggio “Adelaide del Vasto nella storia del Regno di Sicilia”, incluso negli Atti su “Bianca Lancia D’Agliano” (edizioni dell’Orso, Alessandria 1992), ci fornisce molte notizie sulla madre di Ruggero II, futuro Re di Sicilia.
Ci fa sapere che secondo Goffredo Malaterra, benedettino del monastero di Sant’Agata di Catania, quando Adelasia sposò il Gran Conte, non doveva avere più di 15 anni, mentre Ruggero ne aveva una cinquantina. Il matrimonio si celebrò, come gli altri precedenti nella cattedrale di Mileto.
La politica dei matrimoni di famiglia è continuata, dato che Ruggero combinò i matrimoni di due suoi figli, Goffredo e Giordano, con due sorelle di Adelasia, ma a causa della morte del primo, solo il matrimonio di Giordano venne celebrato.
L’unico cronista dell’epoca che narra della reggenza di Adelasia in maniera particolareggiata è Orderico Vitale, monaco inglese di adozione normanna. Nella sua Historia Ecclesiastica narra che Adelasia si rese conto di non essere in grado di esercitare da sola la reggenza del vasto territorio lasciato dal marito Ruggero I, così chiamò Roberto, figlio dell’omonimo duca di Borgogna, dandogli in sposa una sua figlia e come dote il Principato della Sicilia. Il genero avrebbe difeso dai nemici il territorio per dieci anni. Adelaide in questi anni si dedicò all’educazione del figlio Ruggero II e quando questo divenne maggiorenne (16 anni) la contessa si sarebbe sbarazzata del genero propinandogli del veleno. Poichè nelle cronache documentarie non viene menzionato nessun Roberto di Borgogna, Michele Amari lo ritiene falso tacciando Orderico Vitale “frate ghiotto di favole e avverso all’Italia”. Ma altri studiosi ritengono veritiera la narrazione di Orderico Vitale.

• Matrimonio con Baldovino I, re di Gerusalemme.
Baldovino aveva ripudiato la prima moglie, l’armena Orda di Edessa, e poichè aveva estrema necessità di soldi per pagare i suoi cavalieri, nel 1112 chiese la mano di Adelasia ormai vedova di Ruggero, morto nel 1101 a Mileto, sicuro di potere accedere alle ricchezze dei Normanni si Sicilia. Il matrimonio si celebrò a Gerusalemme nel 1113, con grande sfarzo, e nel contratto di matrimonio fu stipulato che in caso di mancata prole, il regno di Gerusalemme sarebbe passato a Ruggero II, figlio di Adelasia e del Gran Conte.
Baldovino si ammalò e il vescovo Arnulfo lo costrinse a ripudiare Adelasia, adducendo che era ancora valido il primo matrimonio. Adelasia se ne tornò in Sicilia nel 1117 e morì l’anno successivo (1118) a Patti, dove fu sepolta nel monastero di San Salvatore (ora è nella cattedrale di Patti).
Anche se fallì il progetto di portare il regno di Gerusalemme in eredità al figlio Ruggero II, Adelasia essendo diventata regina aumentò il prestigio del figlio che nei diplomi dell’epoca si fregiò spesso come figlio della regina Adelasia e nel 1130 si farà proclamare re di Sicilia in virtù della regalità della madre, prima dall’Antipapa Anacleto II e poi, nel 1138, da Papa Innocenzo II.

FINE

[Questo saggio è tratto dalla rivista micRomania (CROMBEL), n. 1.11 – marzo 2011, direttore Jean-Luc Fauconnier (Chatelet – Charleroi, Belgio)]

Les parlers galloitaliques sont d’usage dans la partie septentrionale de l’Italie; il s’agit notamment du piémontais, du lombard, du ligure, de l’émilien et du romagnol. On trouve aussi des communautés qui usent de parlers galloitaliques en Italie centrale et en Italie méridionale. En Sicile, ces parlers sont encore d’usage dans des îlots linguistiques, plus particulièrement dans les provinces d’Enna et de Messine.

 

 

Le galloitalique de San Fratello

par Benedetto Di Pietro

 

San Fratello est un village de la province de Messine situé dans les monts Nebrodi, qui a fait parler de lui dans les médias à la suite d’un fait divers, à savoir un éboulement qui a menacé d’emporter une grande partie de l’habitat le 14 février 2010. Cette localité est également connue pour une race de chevaux autochtones, des chevaux d’origine arabo-normande élevés à l’état sauvage. Mais peu des gens, si l’on excepte les linguistes, savent que San Fratello possède un parler qui diffère du sicilien.

Ce parler proviendrait de l’Italie du Nord et son origine serait à rechercher dans l’arrivée des Lombards en Sicile à la suite de l’expulsion des Arabes par les troupes du comte d’origine normande Ruggero d’Altavilla (1031 – 1101). De tels établissements sont dus à la présence des familles qui suivaient les soldats du « grand comte » restés sur place pour défendre la Sicile.

Ces soldats et leur famille provenaient du Nord de l’Italie soit parce qu’ils avaient été appelés par Adelasia (ou Adelaide) del Vasto (1074 – 1118) de la famille des Aleramici, troisième épouse de Ruggero en 1089, soit du sud de l’Italie déjà occupée par les Normands. La famille de Adelasia était originaire de Monferrato dans le Piémont, région qui formait avec les actuelles Ligurie, Lombardie et Émilie, la Lombardie du xiième siècle. Cette communauté s’installa dans une vingtaine de villages abandonnés par les Arabes. À San Fratello, ce serait probablement une colonie originaire du Val Bormida en Ligurie qui se serait installée.

On ajoutera que d’autres migrations venant du nord vers la Sicile eurent lieu au cours du xiiiième siècle sous les Ducs d’Anjou et la domination aragonaise.

San Fratello, qui s’appelait auparavant San Filadelfo, se trouve dans les environs d’un site où se situait l’antique cité grecque d’Apollonia détruite par les Syracusiens de Agatocle (-361 – -289) parce qu’elle refusait de faire alliance avec eux contre Carthage.

Avant la conquête de la Sicile par les Arabes, les habitants de ce village pratiquaient le rite byzantin. Le nom même dans le parler local San Frarèu, évoque la vénération des saints frères Filadelfio, Alfio, et Cirino martyrisés à Lentini par Tertullus Romanus sous le règne de l’empereur Trebonianus Gallus, en 253. D’autre saints byzantins sont d’ailleurs honorés et d’autres églises leur furent dédiées, parmi celles-ci: Sant’Antonio Abate, San Nicolas de Bari, San Basilio et San Pancrazio.

Le parler de San Fratello conserve encore des traces des dominations grecques et arabes. Par exemple le mot pérgu (grec pergamon) ‘chaire de vérité’, Albarari (grec albàrios) ‘zone où on produit de la chaux’, Santièsm (grec Xantismos) ‘région dans laquelle il y avait de la terre jaune’, nausg pers (grec persèa) ‘baie du cyprès’, àrgu (grec organon) ‘orgue’.

Les influences arabes sont également nombreuses:

babalùc ‘limace’ (arabe babalùc)

bunäca ‘veste’ (arabe menàqa),

burnìa ‘récipient pour aliments’ (arabe barniya)

burg ‘tas de paille’ (arabe burgh)

càffa ‘gros sac pour le transport animal’; ‘nid d’oiseau’ (arabe quffa)

calìg ‘petit ruisseau’ (arabe qalig ‘golfo’)

carruòb ‘caroubier’ (arabe harrub)

damùs ‘faux plafond d’une maison’ (arabe damus)

fàunach ‘boutique’ (arabe funduq ‘albergo’)

favèra ‘source’ (arabe fawàrah)

fistùca ‘pistachier’ (arabe fustuqa)

frazzära ‘couverture de laine’ (arabe frazzàth)

gibidìan ‘cal’ (litt. petite montagne) (arabe gebel ‘montagna’).

gièbia ‘inondation’ (arabe gèbiya)

gièrra ‘jarre pour l’huile’ (arabe giarrah)

garzèuna ‘armoire creusée dans une paroi’ (arabe hazzana)

giubba ‘veste militaire’ (arabe giubbah)

mèarg ‘marécage’ (arabe marg)

näca ‘berceau’ (arabe naqah)

nichièja ‘vengeance’ (arabe nikeja)

ncatuser ‘conduite fermée pour le transport de l’eau’ (arabe kadus)

sènia ‘roue d’irrigation’ (arabe senia)

sfacidära ‘gifle’ (arabe sgiflatha)

sumäch ‘semac’ (arabe summaq)

tabùt ‘cercueil’ (arabe tabuth)

tanùra ‘four à bois’ (arabe tennura)

zaarèda ‘brin d’étoffe’ (arabe zareda)

zzùcar ‘sucre’ (arabe sùkkar)

zzuch ‘tronc d’arbre’ (arabe suq)

Aujourd’hui, vouloir retrouver des termes du parler original des premiers siècles du deuxième millénaire serait très difficile. Il reste des phonèmes originaux liés au parler sicilien des siècles passés. En revanche, les mots qui nous rappellent les parlers du nord de l’Italie sont fréquents et il est facile d’en rencontrer un grand nombre concernant le corps humain ainsi:

arògia ‘oreille’

àungia ‘ongle’

barbaràt ‘menton’

bavr ‘boire’

cam’nèr ‘marcher’

cavài ‘cheveux’

cavìgia ‘cheville’

d’nuòg ‘genoux’

di’ ‘doigt’

mangèr ‘manger’

mèan ‘main’

mpastèr ‘pétrir’

murìr ‘mourir’

pardèr ‘parler’

parpièra ‘paupières’

päss ‘pas’

‘pied’

rrir ‘rire’

t’rèr ‘tirer’

turnèr ‘retourner’

uògg ‘œil’

z’nzièga ‘gencive’

 

ou la vie domestique et l’agriculture, ainsi:

 

amurtèr ‘éteindre’

a ncà-màia ‘chez moi; à la maison’

‘bœuf’

cài ‘choux’

castègna ‘châtaigne’

cavèi ‘chevaux’

ccià ‘clou’

chièn ‘chien’

ciàngia ‘sangle sous ventrale (de la selle)’

ciuràna ‘action d’entourer’

cr’sciant ‘levure’

cräva ‘chèvre’

cugèr ‘cuillère en bois’

cutièu ‘couteau’

dièvr ‘lièvre’

dumscièu ‘coude’

duòi ‘deux’

set ‘sept’

èra ‘aire’

erbu ‘arbre’

eua ‘eau’

f’nuòg ‘fenouil’

fàunz ‘champignon’

fomna ‘femme’

frèa ‘frère’

giuòrn d’ubrì ‘jour ouvrable’

mastrièu ‘rouleau pour le pain’

mu ‘mule’

nèspu ‘néflier’

purzièu ‘cochon’

rrumànta ‘ordure’

s’gnàura ‘madame’

s’rpant ‘serpent’

siègia ‘chaise’

truòss ‘trognon’

tucc ‘tous’

uòli ‘huile’

zàu ‘joug’

zerb ‘gerbille’

Mon expérience personnelle

Le parler de San Fratello a toujours été transmis par voie orale. Ce n’est que dans la deuxième moitié du xixième siècle que Lionardo Vigo di Aci (1799 – 1879) a inclus dans son ouvrage Raccolta amplissima di canti populari (1870 – 1874), une série de chants de San Fratello. Dans la préface de son livre, il rapporte une de ses lettres envoyée au philologue piémontais Giovenale Vegezzi Ruscalla (1799 – 1883) traitant de la langue des chants lombards de Sicile, lettre dans laquelle il confirme: « J’ai dit en 1857 et je le répète, la langue de Piazza (Armerina)* est plus inintelligible que le langage de Satan et j’y ajoute la langue de San Fratello et je crois superflu d’ajouter qu’elle ne l’est pas en soi mais bien pour les locuteurs d’une autre langue. »

Une divergence qui se prolongea dans le temps naquit entre Lionardi Vigo di Aci et Luigi Vasi (1829 – 1901). Ce dernier, natif de San Fratello, taxa Vigo di Aci d’incompétence et celui-ci lui reprocha d’avoir peu de connaissances en linguistique. Vasi préféra se consacrer à la philologie de San Fratello, ses recherches furent publiées dans Studi storici e filologici (Amenta, Palermo 1889).

Benedetto Rubino, folkloriste et ethnologue originaire lui aussi de San Fratello, collaborateur de Giuseppe Pitrè (1841 – 1916) consacra de nombreux écrits au folklore de San Fratello mais il écrivit peu sur son parler. L’ensemble de ses travaux fut publié dans Folklore de San Fratello (Reber, Palermo 1914). Par la suite, on ne publia plus rien sur le parler de San Fratello jusqu’à mes publications.

J’ai commencé à m’occuper du sauvetage de la langue de San Fratello dans les années 90, plus poussé par amour de la langue que mes parents m’ont transmise que par intérêt spécifique.

Vincenzo Orioles, dans l’introduction à mon ouvrage Àmi d carättar (Akron, Furci Siculo 1997), cite la conclusion d’une étude de 1970 due au dialectologue Giovanni Tropea, La letterarizzazione dei dialetti galloitalici della Sicilia: « Les parlers galloitaliques n’ont pas produits d’œuvres littéraires et n’en produiront jamais ». C’était une formulation bien sévère à l’égard des parlers locaux et notamment à l’égard du parler de San Fratello. Giovanni Tropea avait certainement à l’esprit ce qu’avait écrit Lionardo Vigo di Aci cité ci-dessus.

Je ne pouvais accepter que la langue parlée par la population de San Fratello et avec elle toute la culture paysanne, les us et coutumes puissent disparaître au nom d’un diktat formulant que seule une langue capable de produire des écrits peut survivre dans le temps.

Une pointe d’orgueil m’envahit et j’ai passé en revue toutes les personnes qui parlaient et communiquaient régulièrement dans cette « langue de Satan » exactement comme le font tous les habitants des autres villages même si les gens de San Fratello utilisent pour communiquer avec les villages voisins une autre langue, le sicilien. Mais j’ai aussi compris que pour permettre au parler de San Fratello d’accéder à la littérature, il n’était pas suffisant d’utiliser un système d’écriture phonétique. Je donnais raison à Salvatore C. Trovato qui avait écrit dans une étude préliminaire à mon ouvrage A tarbunira (Il lunario, Enna, 1999):

« L’écriture phonétique n’est d’aucune utilité pour les poètes, poètes qui d’ailleurs ne sont pas présents à San Fratello, elle n’est pas utile aux folkloristes ni à ceux qui voudraient mettre l’accent sur les caractéristiques de ce parler. Je crois même que transcrire phonétiquement un parler soit hors de propos et certainement réducteur pour l’éventuel processus d’utilisation. » (…) « des difficultés objectives orthographiques (…) ont empêché l’utilisation d’une écriture pour ces parlers particuliers parmi les parlers galloitaliques de Sicile. Il résulte de ce qui est dit plus haut que le parler de San Fratello est déclaré non littéraire parce qu’il ne peut être transcrit. »

Salvatore C. Trovato affirmait que la cause principale de cette carence résidait dans le manque d’un système de transcription phonologique, différent donc des écritures phonétiques qu’il considère comme «hors de propos et réductrice».

*Piazza Armerina est une localité de la province d’Enna où l’on use d’une variété de galloitalique.

Le système de transcription

À la lumière des prémisses où j’affirme qu’il ne suffit pas d’écrire d’une certaine façon le parler de San Fratello mais qu’il fallait un système de transcription qui puisse être accessible aux lettrés au cours du temps, ce parler lié l’histoire des mouvements des peuples qui étaient arrivés en Sicile du Nord de l’Italie, de France (Normandie et Provence), en plus de ceux qui provenaient de l’Italie méridionale.

Le fait d’avoir séjourné dans le Nord de l’Italie plusieurs années pouvait m’être très utile. J’ai pris contact avec Salvatore C. Trovato (Università di Catania), professeur de Géographie Linguistique et spécialiste des parlers galloitaliques de Sicile et Vincenzo Orioles (Università di Udine) professeur de Philologie et Linguistique et directeur du Centre International de Plurilinguisme.

Le problème qui s’est immédiatement posé, c’est que dans le passé, on n’avait pas élaboré un système de transcription homogène et cohérent qui permettait de transcrire de manière acceptable les nombreux phonèmes absents de la langue italienne et sicilienne. Donc, chacun était amené à écrire les mots comme il lui semblait ce qui ne permettait pas de pouvoir les comparer et à produire une écriture qui se réduisait à une imprononçable accumulation de consonnes. C’était ce qui avait fait dire à Vigo di Aci que le parler de San Fratello était « plus inintelligible que le parler de Satan ».

Le système de transcription établi, j’ai été amené à utiliser par souci d’uniformisation, les mêmes caractères que les autres parlers galloitaliques de Sicile. Ensuite, je me suis efforcé de vérifier la proximité de ce parler avec le français, comme certains en ont émis l’hypothèse, du moment que le <r> final des infinitifs est prononcé dans le parler de San Fratello contrairement à ce qui se passe dans les parlers du Nord de l’Italie. Je me suis préparé à transcrire quelques fables Jean de La Fontaine (1621 – 1695). Voir à ce sujet Faräbuli, Cip, Università di Udine, 2004.

La langue utilisée par le poète français était une langue nationale décrétée comme telle, dès 1539, à la suite de l’ordonnance[] de Villers-Cotterêts prise par le roi de France François Ier (1494 – 1547); cette langue était donc bien éloignée de la langue provençale ou des autres parlers du Sud de la France, plus proche géographiquement du Nord de l’Italie e donc du parler de San Fratello

La grosse difficulté qui est apparue dans la codification du parler de San Fratello est la présence d’une ou peut-être plusieurs voyelles muettes. Au cours de mes écrits, j’ai utilisé l’apex (sorte d’accent aigu marquant la quantité longue d’une voyelle) pour signaler cette voyelle que ce soit dans la collecte de brèves histoires Àmi d carättar (Akron, Furci Siculo 1997) ou dans Charybdis (Intilla, Messina, 1995) anthologie publiée par Giuseppe Cavarra dans lequel sont publiés onze de mes poèmes. Outre les signes diacritiques, j’utilise le schwa pour indiquer la voyelle muette. À partir du recueil de poésie  tarbunira (Il Lunario, Enna 1999 ), pourtant, j’ai remplacé l’apex par la voyelle muette <i>, signe que j’ai également utilisé dans U scutulan di la Rraca (Montedit, Melegnano, 2007).

Pour conclure je dois dire que s’il est vrai que beaucoup de sons et termes appartiennent aux parlers du nord de l’Italie, qu’il est vrai aussi que le temps modifie inexorablement les langues des hommes, le parler de San Fratello, lui, dans son immuabilité et son apparente incommunicabilité fait le chemin inverse, en effet il contient dans son corpus de nombreux termes latins, des termes du sicilien anciens disparus aujourd’hui partout ailleurs.

Benedetto Di Pietro


Textes

Remarque générale: le <i> non accentué est toujours muet; le <ä> est toujours accentué et correspond au son vocalique de that anglais).

Chiènt notùrn

 

Sach mpàrta di curiusèr

nta d’abìss di li dàudisg nàti

se u grir di la cricrièda

ti umrìa e t’assuttèrra.

 

È strèuna la mùsica dû carròtt

se nta la nuott appàsa

a la stèanga s’accumpègna

trimulänt na dintèrna.

 

Mièghj grider, abaier, rruculier,

nta d’àura chi fèa dàrmir i gridd:

pircò u lech dû silènziu

nsurdìsc la memuòria.

 

Extrait de  tarbunira

 

 

Chant nocturne

Qu’importe scruter / Dans l’abîme des douze notes / Si le cri de la crécerelle / T’effraye et te fait rentrer sous terre. // Elle est étrange la musique du chariot / Si dans la nuit suspendue / La barre s’accompagne / D’une lumière tremblante. // Il vaut mieux crier, aboyer, hululer / Dans l’heure qui fait dormir les grillons: / Parce que l’écho du silence / Assourdit la mémoire.

 

U ieu e la uorp.

 

Sàura di na rräma di ngh’èrbu èra di sintinèlla

n vècchji ièu dritt e schièrt.

«Frèa mièa, ghji dièss na uòrp fann la vàusg dàuzza,

niecc ni suòma cchjù n quarèla:

pesg ginirèu sta vàuta.

Jea viègn p’annunzièrtilu, sciànn quänt t’abräzz.

Ni mi strapurtèr, pi plasgiàr:

stumatìan uò avissitèr vint past sànza amanchèr.

Tu e i tuòi pulài abarèr

sànza nudd schiènt ê vasc affèr;

nièucc v’auòma sirvìr da frèi.

Gièa da stasàra fài d’artifìzzi;

e ntô stiss tamp tu vièn a rricìviti

n basgiunäzz di bài fratèrn.

– Amiègh mièa, ghj’arpunò u ieu, iea ni pulàia mèi

ntàniri na nutìzzia cchjù bèdda

di quòssa,

di ssa pesg.

E pi iea è n plasgiar dàppiji

u fätt di sàntirila di tu. Stäcch vrann di chièi divrièr

chi, suògn sigur, son currièr

manèi apàsta pi quòss fìni.

Vèan vilàc, e nta n mumànt arrìvu zzèa àna nièucc.

Ièa sciànn e accuscì mi puluòma abbrazzèr tucc quänt.

Adièu, dièss la uòrp, la màja strära da fer è dàngua;

nièucc m’adigruòma pi d’affèr

nèutra vàuta». La briccàuna sùbit

si mott i pièi ncadd

e schièpa vers di la muntègna

mälacuntànta di la saua nvinzian;

e u nasc vècchji ieu ntra di rau

si mott a rrir dû sa schient:

pircò è n plasgiàr dàppiji mbrughièr ô mbrughjaràn.

 

 

Le coq et le renard.

Texte original de la fable de Jean de La Fontaine

 

Sur la branche d’un arbre était en sentinelle / Un vieux coq adroit et matois. / « Frère, dit un renard adoucissant sa voix, / Nous ne sommes plus en querelle: / Paix générale cette fois. / Je viens te l’annoncer; descend que je t’embrasse. / Ne me retarde point, de grâce: / Je dois faire aujourd’hui vingt postes sans manquer. / Les tiens et toi pouvez vaquer / Sans nulle crainte à vos affaires: / Nous vous y servirons en frères. / Faites-en les feux dès ce soir; / Et cependant viens recevoir / Le baiser d’amour fraternelle. / – Ami, reprit le coq, je ne pouvais jamais / Apprendre une plus douce et meilleure nouvelle / Que celle / De cette paix. / Et ce m’est une double joie / De la tenir de toi. Je vois deux lévriers / Qui, je m’assure, sont courriers / Que pour ce sujet on envoie. / Ils vont vite, et seront dans un moment à nous. / Je descends, nous pourrons nous entre-baiser tous. / – Adieu, dit le renard, ma traite est longue à faire; / Nous nous réjouirons du succès de l’affaire / Une autre fois.» Le galant aussitôt / Tire ses grègues, gagne au haut / Mal content de son stratagème; / Et notre vieux coq en soi-même / Se mit à rire de sa peur: / Car c’est double plaisir de tromper le trompeur

 

 


U scippa-danc

 

I

 miei viegg ngir pû maun mi mparean ch’u mistieri u cchjù ùtuli ô mezz dî tenc è cau dû parrucchier. Ghji son parrucchier di fomna; ghji n son di quoi chi trättu i cavai di ghj’ami e di li fomni a la stissa maniera; ghji n son ieucc sau pi ami. Puru li säli ana roi traveghju son a la purtära di tutt li saccoti. Quoddi di ‘signàura’, ê giuorn nasc aväntu na cliantela di tucc i tip, cam a dir chi ni fean sparticulea né pi li servi e meanch pi li signauri; la causa cchjù mpurtänt è di paèr.

            Puru ô chient chient di la furesta africhieuna u mistieri di la parrucchiera è ban assignalea: quättr pei cu na canizza di pärmi appuiera di saura, di1 zzopp p’assitersi a d’àumbra, e cchjù ieut n mars di däna cu la scritta nglasa Hairdresser, chi significa ‘parrucchiera’. Vi dumanai chi tip di cunzarura fean li parrucchieri di l’Äfrica nara. È una saula e ghji vau tänt traveghj. Prima i cavai arrizzunei ien a èssir stirèi e gnumariei cam li stighjuòli, oppuru assistimei a trizzini. Pi quänt pà parar na causa discutibu, na parrucchiera di quod bäni n’arniesc a sadisfer cchjù di na parruchjieuna ô giuorn.

            Ô miea paies, i parrucchier di am s’acciemu ‘barbier’ e la saua butiega iea n nam di cultura sièria: ‘Salone’. Salàn e besta, pircò la bärba la ien sau ghj’ami. Ara li fòmni ien i suoi saluòi di parrucchieri, ma fina a mezz secul fea si fasgiaiu di bedd tròzzi chi sanza mann s’appuncievu ntesta a cudirràn cui firròtt.

            Aner ô Salàn ni ulaia dir sau aner a taghjersi i cavai o a fers la bärba; ma ulaia dir puru aner a dièjir cherca rrivista, ascuter la rrädiu, sàntiri di la viva vausg dû barbier li nutizzî, tutti li nutìzzî, puru quòdi dû paies chi rau avaia suntì di ieucc cliant. Ghj’è n barbier sunaraur e ntô sa salàn iea mi mparei li primi nati di la citerra. Nta zzert ieutri2 rregiuòi i parrucchier di am ien n sigaun mistieri; fean i custurier p’abalanzer la manchienza di cliant ntê tamp mart di d’änn3. Ma sanza fer distinzian, parrucchier e barbier ê tamp passei ien a stät tucc ‘scippadanc’, ossia ien pratichiea d’eart dû dintista, si ntann ch’adaura ni ghj’arrubävu u traveghj ai dintista, cam i ntunuòma ara, chi eru assei pach o ni n ghj’eru pruòpia. Ghj’eru i dutaur, ma la giant si tinaia a la därga.

            Quänn iea era carusìan mi cridaia ch’u dintista e u barbier s’arsumighjevu pû fätt chi pussirivu na putrauna cui puoiabräzzi e u puòiatesta, e na tineghja pi scipper i danc. Fu n secut, quänn turnann di na vìssita dû dintista chi mi diess chi m’avaia scipper na ienga, mi pätri pi fermi curegg si cunfrea cuntànnimi na pera di stuòrii streuni. La prima ghj’assuccirì a rau; nta la sigauna fu prisant quänn ghj’u cuntea n sa vecchj canusciant.

            Na vauta i danc ni vnivu curei. Fu la scianzia a cunvànzirimi chî danc ien a èssir sarvei a tucc i cast, puru quänn l’unica cura giusta fuss quòda di scipperghjî taun. Ma pi n dintista ogni danc chi stea nta la buocca di na pirsauna è n’aspitativa di rrànita e nanqua è giust di fer tutt u pussibu pi sarverlu, machieri purtann argumant di bidózzi e di mastigarura saura dî danc dû giurizzi, chi ni servu a nant e duru pach puru nta na buòcca bauna curära.

            Cau giuòrn mi pätri è disprea pû meu dî danc. Iea na ienga cûn pirtus gränn cam na grutta di ana pär chi si ng’ulòss nièsciri la miruòda. Li iea appruvea tutti: sguäzz di märva, ncians e suchierr ntô pirtus pi fer stuner u dulaur, e ogni ieutra mirsgina ch’u papul cunsighja. Ma aramei cau danc è taun arruinea e advintea n turmant. La causa giusta fuss d’aner ana u dutaur, nvec la scelta è cunsidirära n’alternativa ô barbier, puru pircò sard n giru assei pach e ô dutaur bisagna paerlu; ô cunträrij cû barbier un s’aggiusta a la fini di d’änn. È na causa lagica di punser chi quòda putrauna cui puoiabräzzi e u puòiatesta iea la fuòrma giusta pi scipper i danc. Nvec ni serv. U barbier iea na bauna canuscianza di cau tip di cliant. Sea chi scipper n danc n’e la stissa causa cam fer na bärba. Ghj’è sampr d’arrasigh di cherch pugn, cuscì u tratamant iea a èssir divers di cau dî cliant di bärba e cavai.

            Quòda mattina mi pätri s’appr’santa ô salàn. Li saui ntenziuòi son chjieri: assitersi saura di quòda putrauna. Ma u barbier, chi giea capì tutt causi, u trattien spiànghj se anea pi fersi la bärba o pi ieucc mutivu e appana iea la cunfierma chi si trätta di danc, tira fuòra di na garzeuna na frazzära strurira, la stann subt nterra e u nvira a stunnichjersi a fecc a d’er4. Pigghja di n cascian la tineghja, la disinfieta cû spiert, la uerda arbànnla e nciurannla na pera di vauti pi fersi la mean. Apuòi cam n nigg ghji seuta dincadd a mi pätri assistimannisi a ienchi auerti saura dû piet, mbluccanghj puru li bräzzi. Praunt ghji nfilla tineghja mbuòcca e stranz u danc. Cu na mean a la fraunt ghji tien fierma la testa e cun di batti masculini u danc è u sa e cuntant u sbaniera attacchiea a la tineghja, antucc cûn pezz di anglär. Si sus, pigghja n diarò di asgiai chi tien amucciea darrier di na tana e ghjû parz a mi pätri ancara sturdì, pi sciacquersi la buòcca. Zzea u caunt si fea cunfaus. Mi pätri disg chi si buvò cau asgiai cam fuss eua, nvec d’ascuter li struziuoi dû sa barbier.

            Ma pi quänt pà paràr pisänt u fätt chi vi cuntèi, ni pà èssir cunsidirea ancara ô mässim di li scelti chi ng’am è capec di fer quänn vien curpì dû meu dî danc. Ghj’assuccirì a n campagnò ch’u meu dî danc ni vauss sparagner. Puru i cuntadì avaiu n barbier chi girijeva a campegni campegni. U dunudì, u giuòrn ch’i barbier eru nciausc pû rest dî cliant. Nta la buòrsa dî firramant, ô mezz dî rrasuòi e di li macnòti pî cavai, n’amanchieva la sàlita tineghja pî danc. Ma ô nasc amiegh u meu dî danc ghj’arriva di martidì e s’apprisanta subit beu fart. Dipuòi di di5 giuòrn e di6 nuòtt di chiei, matura la pinsära di fer da rau.

            Visgìan a la saua chiesa ghj’è na pienta chi crosc a traffa, cu 1i rrämi daunghi, mudasi e feci1 d’arbascer: è n pè di nusgeda. U cristien tira na rräma e si ndinuòggia di saura pi trattinarla. Tira fuòra di la sacòta n fieu di speu abbastänza daungh. Ng’attäcca n chiev ô danc cu n chjiecch di mariner e d’eutr chiev a la zzima di la rräma. Cu n carp di rrai a la ndarriera alibra la pienta chi fea u sa duvarabe U danc arresta appas ieut e ara tantalia cam na pànula. Ma d’am s’abbiea a la ndarriera trapp fart e cascànn saura di na rraca si fo n beu teghj ntesta. La praunta vignura di n dutaur dû paies assistimea li causi; ma u videan si tonn n beu merch a futura memuòria.

Prose extraite de Ámi di carättar

 

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1.  Contraction de duoi ‘deux’; le <i> doit être prononcé.

2. ièutr/a ‘autre’ quand il est précédé de l’article ou d’un pronom personnel il devient: d’èutr, ‘l’autre’; d-di’èutra ‘de l’autre’; n’èutr ‘un autre’.

3. L’âge d’une personne est exprimé au pluriel par: iègn ‘les ans’ (avar assèi iègn  ‘avoir beaucoup d’années’, qui après un article déterminatif devient egn (na cinquantina d’egn) s’il est lié à un numéral (cinquant’ègn); au singulier iènn (iènn ‘un an). S’il se réfère à l’année solaire devient änn (d’änn nuov ‘la nouvelle année’, chièv d’änn ‘le premier de l’an’).

4. fecc-a-d’er ‘face au-dessus’; le contraire de fecc-a-buccàuna ‘face en dessous’.

5. et 6. voir note1.


L’arracheur de dents

 

M

es voyages autour du monde m’ont appris que le métier le plus utile parmi tous les métiers est celui de coiffeur. Il y a des coiffeurs pour dames; il y en a qui coiffent hommes et femmes de la même manière, il y en a qui se consacrent spécifiquement aux hommes. Les salons où ils opèrent sont à la portée de toutes les bourses. Les salons pour dames se targuent d’accueillir une clientèle hétérogène, c’est-à-dire qu’ils ne discriminent pas les humbles servantes des vraies dames; l’important étant de payer.

            Même aux abords de la forêt tropicale, la boutique du coiffeur est bien signalée: quatre pieux qui soutiennent un toit de palmes, deux troncs pour s’asseoir et tout en haut, un morceau de tôle avec une inscription en anglais: Hairdresser ‘coiffeur’. Vous vous demandez quel type de coiffure pratiquent les coiffeurs de l’Afrique noire. Elle est unique et demande énormément de travail. Les cheveux crépus doivent être d’abord étirés et ensuite entortillés autour d’un grand nombre de supports souples ou arrangés en de multiples petites tresses. Même si on peut contester son titre de coiffeuse dans ces régions, celle-ci ne peut satisfaire plus d’une cliente par jour.

            Dans mon village, les coiffeurs s’appellent « barbiers » et leur boutique porte le nom culturellement sérieux de « salon ». Salon, tout court parce que seul les hommes portent la barbe. Aujourd’hui les femmes ont aussi leur salons mais jusqu’il y a un demi siècle, elles avaient l’habitude de se faire deux tresses qu’elles remontaient en couronne au-dessus de la tête à l’aide de pinces.

             Aller chez le coiffeur ne signifie pas que se faire couper les cheveux ou se faire faire la barbe mais c’est aussi aller lire une revue ou l’autre, écouter la radio, entendre les dernières nouvelles de la bouche même du coiffeur, toutes les nouvelles y compris celles qui concernent le village et que lui-même tient des autres clients. Il y a des barbiers musiciens et c’est dans son salon que j’ai appris mes premiers accords de guitare. Dans d’autres régions, les coiffeurs pour hommes ont une seconde activité; ils sont tailleurs pour compenser le manque de clientèle dans les périodes creuses de l’année. Mais les coiffeurs et les barbiers ont tous été indistinctement arracheurs de dents, ou, en d’autres mots, ils ont exercé l’art dentaire. Il est évident qu’alors, ils ne volaient pas des clients aux dentistes parce que ceux-ci étaient peu nombreux ou n’existaient pas du tout; Il y avait des chirurgiens mais les gens ne les fréquentaient guère.

            Quand j’étais petit, je croyais que le lien entre le dentiste et le barbier était le fauteuil avec des bras et un appuie tête et une tenaille pour procéder à l’extraction des dents. Ce ne fut que plus tard que, revenu d’une visite qui prévoyait l’extraction d’une dent, mon père, pour m’encourager se prit à me raconter deux épisodes étranges. Dans le premier, il était le protagoniste, dans le second, il était l’auditeur d’une vieille connaissance.

            Dans le passé, les dents n’étaient pas soignées; c’est la science qui nous a convaincus que les dents devaient être sauvées à tout prix même quand le seul soin adéquat était l’extraction. Pour un dentiste, chaque dent dans la bouche d’une personne a la valeur d’une rente potentielle et il est donc naturel de faire tout son possible pour la conserver. On y ajoutera des motivations esthétiques notamment à propos des dents de sagesse qui servent peu et dont la durée de vie est brève même dans une bouche bien soignée.

            Donc, ce jour-là, mon père, est tourmenté par un mal de dent. Il a une molaire avec un trou gros comme une caverne, de laquelle semble vouloir s’échapper sa cervelle. Il avait tout essayé: rinçage de mauve, encens et restes de cigare dans la carie et tout ce que la pharmacopée populaire suggère. Déjà cette dent, en plus d’être définitivement compromise était devenue un tourment. Aller chez le médecin aurait été le juste choix, aller chez le barbier était une alternative, parce que l’aspect financier n’était pas négligeable; le médecin devait être payé sur le champ tandis qu’on pouvait s’arranger avec le barbier à la fin de l’année. Il est logique de penser que ce fauteuil avec des bras et un appuie tête sont vraiment l’instrument adéquat pour extraire les dents. Bien au contraire, il ne sert à rien. Le barbier connaît bien ce genre de client. Il sait qu’extraire une dent, ce n’est pas comme faire une barbe. Il sait que le patient garde toujours en réserve un coup de poing en latence. Dès lors le traitement doit être différent de celui réservé aux clients qui veulent se faire faire la barbe ou qui sont là pour d’autres raisons

            Ainsi, ce matin là, mon père se présente au salon. Ses intentions sont claires: s’asseoir sur ce fauteuil. Le barbier a déjà tout deviné lui demande en bavardant s’il était venu pour se faire faire la barbe ou pour d’autres raisons et à peine a-t-il la confirmation qu’il s’agit de dent, il tire d’une armoire une couverture usée qu’il étend promptement par terre et il l’invite à s’étendre sur la couverture. Il prend dans un tiroir une tenaille, la désinfecte avec de l’alcool dénaturé, l’observe en l’ouvrant et la fermant quelque fois pour se faire la main. Puis comme un milan, il fond sur mon père en se mettant à cheval sur son thorax en lui immobilisant même les bras. Il enfonce avec adresse la tenaille dans la bouche et la saisit la dent. D’une main, il lui bloque la tête et de deux coups décisifs, il arrache la dent et satisfait, il la montre ostensiblement comme un trophée attaché à la tenaille avec un morceau de mâchoire. Il se redresse, prend une bouteille de vinaigre qu’il cache derrière un rideau et la tend à mon père encore assommé pour qu’il se rince la bouche. Ici l’histoire devient floue. Mon père prétend qu’il a bu ce vinaigre comme s’il s’agissait d’eau plus que s’il s’agissait de suivre l’ordre que le barbier lui avait intimé.

L’épisode dont je vous ai parlé peut sembler pesant mais ce n’est rien en comparaison des choix que peut faire un homme qui souffre d’un mal de dent. Ceci est arrivé à paysan qui souffrait d’un terrible mal de dent. Un barbier circulait également dans les campagnes. Le lundi était leur jour de fermeture pour les autres clients. Parmi ses outils, il transportait l’habituelle tenaille extractrice de dents. Mais, c’est le mardi que le mal de dent survint à notre ami et le mal se montra intraitable. Après deux jours et deux nuits de chien l’idée lui vient d’opérer seul.

Près de sa maison, il y a une plante qui se développe en buisson, avec de longs rameaux souples et facilement inclinables: c’est un noisetier. L’homme abaisse un rameau et s’agenouille dessus pour le retenir. Il noue sa dent à un bout à l’aide d’un nœud marin et l’autre bout au sommet du rameau. D’un vigoureux coup de reins arrière, il libère la plante qui joue son rôle immédiatement. La dent reste pendue en haut du rameau et oscille comme un pendule. Mais l’homme s’est jeté en arrière avec trop de force et est tombé sur un caillou et s’est provoqué une profonde entaille à la tête. L’intervention rapide d’un médecin du village résoudra l’affaire. Mais le paysan gardera une cicatrice visible dont il se souviendra.

A conclusione dell’esecuzione a Riozzo di Cerro al Lambro (Milano) della Cantata IL BASTONE FIORITO  voglio ringraziare e complimentarmi con il M° Pasquale Lino Losito, il Coro Polifonico “San Riccardo Pampuri” di Peschiera Borromeo e il suo direttore M° Antonio Donnoli, Damiano Pupillo (voce recitante), i cantanti Vittorio Piacentini, Alessandra Amato, Elisabetta Malighetti, gli Albatros Walter e Massimo Viganò, Nico la Notte, Paolo Cattaneo;  gli orchestrali Marco Ciceri, Massimo Conca, Dario De Giorgi, Diego Donelli, Simone Incardine, Antonio Neglia, Floriano Siccardi, Flavio Tinini, e Kisito Prinelli (scene, mixer e luci). Un ringraziamento va al Piccolo Coro della Seconda B della Scuola Primaria di Riozzo e alle maestre Daniela e Gina. Un ringraziamento va al Comune di Cerro al Lambro e alla Parrocchia di San Lorenzo di Riozzo. Siete stati tutti straordinari!!!

[pubblicato sul n. 7 diPagnocco”,  gennaio aprile 2006 – Messina]

I “giudei” di San Fratello: dalla ritualità allo spettacolo.

di Benedetto Di Pietro

0.   La ricorrenza della Settimana Santa a San Fratello è un’occasione per assistere alla “Festa dei giudei”. Si tratta di una baraonda paesana che dura tre giorni, dal mercoledì al venerdì, e che vede scorrazzare per le vie del paese individui giovani e giovanissimi che indossano un costume composto da calzoni e giubba, questa finemente lavorata con lustrini, e un cappuccio (sbirijàn) sul quale generalmente è riportato il simbolo della croce sia sulla fronte sia sopra una lunga lingua esterna di cuoio. Il cappuccio finisce a punta, seguendo il dorso, dalla quale si parte una lunga coda animalesca, che arriva fino ai polpacci. Un grappolo di catene (displina) viene portato legato ad un polso. Molti calzano ai piedi scarpette da tennis, altri sono rimasti legati alla tradizione calzando un paio di cioce in pelle grezza di bue, le cosiddette schièrpi di pièu. Oggi tutti sono muniti di tromba a pistone unico; sul capo portano un elmetto, sormontato da un uncino associato ad una “lanterna” rosso-blu da carabiniere, sul quale sono dipinti soggetti dell’attualità, oltre al simbolo della croce.

1.  Ipotesi sull’origine.

Si è scritto molto sulla possibile origine della “Festa dei giudei” di San Fratello, facendola risalire alle sacre rappresentazioni medievali, e associandola anche a ciò che è rimasto di feste pagane. Sicuramente la prima ipotesi è vera in quanto le sacre rappresentazioni esistono tuttora e in particolare in Sicilia; mentre la seconda non essendo verificabile, rimane a livello di sola ipotesi.

Mi sono sempre domandato: come mai in altre città durante le rappresentazioni legate alla Settimana santa sono presenti dei figuranti vestiti da soldati dell’antica Roma che accompagnano Cristo al patibolo, come vuole l’iconografia tradizionale, mentre a San Fratello si vorrebbe che i cosiddetti “giudei” siano una variante di tali soldati, vestiti come ho detto più sopra? E che bisogno ci sarebbe di dovere occultare proprio il viso con un cappuccio per giunta disegnato in maniera tale da simulare uno sberleffo? Ai bambini si raccontava che il demonio, con tanto di coda, è di colore rosso, come le fiamme dell’inferno, così pure il monachetto, un folletto che molti vecchi del passato avrebbero giurato di incontrare per le contrade sanfratellane, sarebbe munito di casacca e cappuccio rossi. È così che noi bambini ce li sognavamo. Si tratta dunque di associazioni oniriche legate alla tipizzazione medievale dell’inferno? E poi, cosa c’entrano i giudei se Gesù verso il Calvario fu scortato dai soldati romani? Una serie di domande che poco riscontro hanno con i “giudei” della festa sanfratellana.

Allora cerchiamo di tornare nel Medioevo, per vedere cosa avviene nella Spagna governata dagli Aragonesi. Tra il 1302 e il 1335, a Girona, Barcellona e Valencia, città in cui sono presenti le più importanti comunità ebraiche del Regno di Aragona, hanno luogo atti di violenza a seguito delle celebrazioni del Venerdì santo. Carlo Susa[1] sostiene che

“Secondo alcuni storici il fatto che questi atti di violenza seguissero immediatamente le celebrazioni del venerdì santo in cui i fedeli rivivevano la Passione di Cristo, porta a pensare che la violenza fosse parte integrante del rito. In questo senso i riti della Settimana santa avrebbero codificato una ‘struttura rituale’, in cui i cristiani si rendevano protagonisti di una sorta di ‘semi-linciaggio’ o ‘semi-lapidazione’ per punire i responsabili della morte di Cristo, che avrebbe poi portato alla sistematica colpevolizzazione del popolo ebraico e alle conseguenti esplosioni di violenza contro gli ebrei degli anni successivi.”

Si tratta dei cosiddetti “disordini pasquali” frequenti anche in città italiane e controllati dalle autorità che dispiegavano le forze dell’ordine al fine impedire assalti alle giudecche[2]. Siamo in un periodo in cui, in Europa, gli ebrei sono oggetto di violenze da parte dei cristiani durante le feste natalizie e pasquali, ma anche nel periodo di carnevale e in occasione delle festività mariane. Durante tali ricorrenze si verificano saccheggi, danneggiamenti e in special modo sassaiole contro gli ebrei e i loro beni. Lo storico americano David Niremberg[3] dimostra che tali atti di violenza, diffusi in tutto il territorio iberico, hanno natura rituale e le sassaiole sono parte integrante dei riti del Venerdì santo, quindi anche negli anni precedenti a quelli in cui accaddero i fatti più gravi nelle città menzionate più sopra. Tali sassaiole erano dunque una consuetudine e provocavano danni reali, ma la loro entità era limitata essendo controllata dalle autorità.

Ariel Toaff[4] analizza il fenomeno delle sassaiole pasquali in Italia, dimostrando che il fenomeno era molto diffuso sul territorio italiano e che nello stato pontificio aveva perfino il patrocinio delle autorità:

“Per convogliare la violenza su binari controllabili, rendendola in gran parte inoffensiva, molti comuni italiani avevano scelto di far ricorso alla cosiddetta ‘sassaiola santa’, seguendo un copione preordinato e rigido, che non lasciava spazio alle deleterie improvvisazioni”.

Sappiamo che le Sacre rappresentazioni, in origine spontanee, sono frutto del connubio tra laudi e misteri, e che con esse ha origine il teatro all’interno del rito religioso. Qui la violenza da reale diviene simulata, quindi anche le sassaiole non saranno più fatte con sassi veri, ma con frutta e gli ebrei veri saranno sostituiti da figuranti, i cosiddetti “giudei”.

2.  La funzione del cappuccio.

L’uso del cappuccio pare sia nato in Italia intorno al sec. XII ad opera di confraternite di penitenti che, in maniera anonima, durante la Settimana santa giravano flagellandosi con catene in espiazione dei propri peccati. Dall’Italia l’uso del cappuccio arrivò in Spagna, anche qui inizialmente portato dai penitenti, o nazarenos, che precedevano le processioni, ma successivamente venne usato dall’Inquisizione obbligando gruppi di ebrei a indossarlo durante le rappresentazioni della Settimana santa per ridicolizzarli e identificarli come simboli del male. Il cappuccio pertanto adempiva ad una duplice funzione: da una parte mantenere l’anonimato di chi lo indossava e dall’altra permettere al popolo di identificare più facilmente gli indossatori e quindi renderli bersagli più visibili da colpire durante le sassaiole.

Il cappuccio indossato oggi dai “giudei” di San Fratello non dovrebbe essere tanto diverso da quello imposto agli ebrei dall’Inquisizione spagnola. Intanto l’indumento doveva essere brutto da fare ribrezzo e il popolo, nella sua profonda meditazione, doveva vedere nei “giudei” coloro che si erano macchiati di peccati imperdonabili. Inoltre, doveva ostentare un aspetto di scherno, riscontrabile in uno sberleffo, che in maniera esplicita fosse rivolto ai cristiani, un concetto questo affidato alla lingua di cuoio sulla quale è raffigurato il loro simbolo, equivalente quindi a parlar male della croce.

Nel dialetto galloitalico di San Fratello questo indumento è chiamato sbirijàn (pron.: sgb’r’jàn) e deriva probabilmente dal sic. sbiriugnari ‘svergognare’, si tratterebbe quindi di un cappuccio imposto in passato sul capo dei condannati al fine di sottoporli, in maniera anonima, al pubblico ludibrio. Ma con un po’ di fantasia, e con una variazione difficilmente giustificabile dai glottologi, potrebbe derivare anche dalla forma storpiata di spirijàn, che ha radice identica a spièrt (spirito, demonio). Così dovevano apparire alla devozione popolare tali “giudei”, delle emanazioni demoniache da detestare e scacciare.

La funzione dei “giudei” sanfratellani era, e lo è ancora, quella di disturbare la processione del Venerdì santo. Oggi è scomparso ogni comportamento violento, e il popolo accompagna i simulacri della passione di Cristo in devoto raccoglimento. Ma qualcosa di diverso doveva avvenire nei secoli passati, quando detti “giudei” dovevano avere uno spazio assegnato durante l’espletamento del rito ed essere oggetto di una ‘sassaiola’ probabilmente a base di arance, unico frutto del luogo presente nel periodo pasquale. Così il cappuccio poteva avere anche il compito di riparare il viso dagli schizzi degli agrumi.

3. Un comportamento provocatorio e la poca tolleranza delle autorità.

Che in passato sotto lo sbirijan potesse nascondersi qualche malfattore latitante e con l’opportunità del mascheramento fare un giro per salutare i parenti in paese, è un fatto pensabile. Non è però pensabile che tutti gli individui nascosti dal cappuccio fossero dei malfattori. Pertanto la ricorrenza pasquale, specialmente sotto il regime fascista, portava un notevole incremento delle forze dell’ordine, con lo scopo di fermare per accertamenti, un buon numero di figuranti. Questi erano di difficile cattura, in quanto si trattava di individui dal piede leggero, abituati a correre dietro alle greggi e capaci di spiccare salti adusi più a gente del circo che a persone normali. Spesso gli inseguimenti finivano con un nulla di fatto. Le bravate non mancavano, con arrampicamenti sui cornicioni delle case da dove potevano suonare i motivetti imparati dopo mesi di strombazzamenti per le campagne dietro agli animali. Insomma un comportamento provocatorio verso le forze dell’ordine, rafforzato dall’uso di alcolici, più che un disturbo della processione come lo era in origine.

4. Lo spettacolo moderno.

Oggi possiamo notare una trasformazione stilistica della “divisa” dei figuranti. Le originarie casacche sono state sostituite da pregiatissime giubbe attillate e ricamate con lustrini, munite di spalline da divisa di corazziere. Fino alla prima metà del Novecento, l’elmetto era posseduto da pochi individui, peraltro chiamati giurièa märch (giudeo marco) con riferimento al soldato romano Marco Longino che, secondo il Vangelo, conficcò la lancia nel costato di Cristo sulla croce, per finirlo. Si tratta quindi di una variazione rispetto al costume di altri figuranti che in passato dovevano far parte della rappresentazione della Via Crucis. Erano i soldati romani nel loro costume tradizionale e dal quale i “giudei” sanfratellani hanno preso la corazza, sostituendola con la giubba, e l’elmetto, dal quale hanno levato le parti che coprivano le guance. Gli schinieri sono scomparsi e sostituiti da un elaborato paio di ghette. Ai piedi sono calzate delle leggere e semplici scarpette di pelle grezza di bue, allacciate ai polpacci per mezzo di lunghe stringhe, in genere portate dai contadini e pastori.

Oltre alla tromba di tipo militare, di cui oggi sono muniti tutti i figuranti, costituisce parte della dotazione del “giudeo” la cosiddetta “disciplina” che è costituita da un grosso anello al quale risultano assicurate delle maglie di catena interallacciate con monete fuori corso. Un’elegante variazione delle catene con le quali i penitenti del Medioevo usavano flagellarsi.

Una confusione quindi che parte dalla comprensione del vestiario, essendo questo di non facile e sicura provenienza. Ma se volessimo pensare a qualche collegamento con preesistenti sincretismi religiosi, collegati con il mondo pagano, potremmo rimanerne delusi, a meno di non riferirci a quanto di pagano sia rimasto nelle ricorrenze della cristianità.

5.  Il fattore ‘turismo’ e le remore.

La “Festa dei giudei” di San Fratello continua a richiamare turisti, e oggi deve essere pensata come rappresentazione folcloristica. La processione del Venerdì santo nel passato era partecipata dal solo popolo sanfratellano e i più vecchi scioglievano voti camminando scalzi, mentre era facile vedere tanti giovani a spalla nuda avvicendarsi sotto la pesante bara del Crocefisso. I “giudei” adempievano la loro funzione per tre giorni e suonavano fino a notte fonda tornando a casa generalmente ubriachi, tranne il Venerdì santo che al rientro in chiesa della processione si ritiravano a casa in buon ordine.

Qualcuno nel passato recente ha pensato che sarebbe giunto il momento di eliminare questa festa perché offensiva per il popolo ebraico. Tantoppiù ora, visto che Papa Giovanni Paolo II ha chiesto scusa, a nome della cristianità, al popolo ebraico per i soprusi perpetrati nel passato a suo danno e in particolare per la falsità dell’accusa di deicidio che nel Medioevo era servita per mandare al rogo tanti ebrei. Della cosa se n’è occupato perfino il “Jerusalem Post”, come scrive il quotidiano “La Sicilia” del 23 marzo 2000, che parla di una nota di protesta presentata al governo italiano da parte del ministro del Turismo di Israele “a causa di ‘manifestazioni antisemite’ che si tengono nel nostro paese e che sono propagandate via Internet. Il riferimento è alla ‘festa dei Giudei’ che si tiene nel paesino siciliano di San Fratello il Giovedì e il Venerdì Santo, una manifestazione di larga risonanza e di antica tradizione di cui si sono occupati anche Sciascia, Pitrè e Buttitta.”

 Anche la richiesta di abolizione della “Festa dei giudei” sanfratellana, avanzata da una illustre studiosa italiana di fede ebraica, mi sembra eccessiva. Ci è mai venuto in mente quale potrebbe essere la risposta dei contemporanei a qualche gruppo fondamentalista non importa di quale religione monoteista, che chiedesse di non rappresentare più opere di Sofocle e di Eschilo, perché trattandosi di opere di fede politeista risulterebbero offensive alla propria religione?

Cambiare la denominazione con altra non risolverebbe ciò che i figuranti sanfratellani rappresentano e ciò che il popolo ebraico ha dovuto subire nel corso della sua storia. Direi piuttosto che, nella sua unicità folklorica, tale festa vuole ricordare al mondo fatti che non debbono essere dimenticati, compresa la falsità delle accuse, mosse dalla Chiesa del passato, contro il popolo ebraico. Quindi continui a sopravvivere la “Festa dei giudei” di San Fratello, che nella sua denominazione richiama la festa della Pasqua ebraica, preesistente a quella cristiana.

(Benedetto Di Pietro)

 


[1] C. Susa in “L’antisemitismo nei riti e nel teatro religioso medievali. Il caso della festa dell’Assunta in Aragona e in Sicilia (Secc. XIV-XV)”

[2] Rioni di città riservati alle comunità ebraiche, in cui vivevano liberamente, praticando il loro culto ed esercitando i loro commerci.

[3] D. Niremberg in “Communities of Violence. Persecution of Minorities in the Middle Ages”, Princeton University Press, 1996.

[4] A. Toaff in “Il vino e la carne. Una comunità ebraica nel Medioevo”, Bologna 1989.

[pubblicato sul n. 4 diPagnocco”,  gennaio aprile 2005 – Messina]

 San Fratello: Fra’ Emanuele da Como, chi era costui?

di Benedetto Di Pietro

 

Se è vero che negli anni ‘50 del secolo scorso l’Italia del sud ha registrato un esodo di massa, è anche vero che le migrazioni della gente del sud ebbero inizio nella seconda metà del sec. XIX, con l’unificazione dell’Italia. Prima le migrazioni avvenivano in senso inverso: la gente del nord si spostava al sud. La presenza dei dialetti galloitalici nel sud Italia e nelle isole ne sono testimonianza. Sotto il profilo ambientalistico l’area dei Nebrodi, insieme ai Peloritani e alle Madonie, custodisce ancora quanto resta della foresta più antica d’Europa e dobbiamo augurarci che la consapevolezza degli abitanti di queste zone prevalga sulle tentazioni di cercare occasioni di lavoro dietro false e devastanti azioni criminali.

La copiosa arte sacra presente nell’area nebrodense è stata ben evidenziata da molti studiosi e non sono mancate le occasioni per sottoporla all’attenzione della comunità della storia dell’arte. Un’importante rassegna in tale senso è stata realizzata nel 1998 a Tindari dove sono state esposte 150 opere pittoree e scultoree provenienti da 42 comuni della Diocesi di Patti e “appartenenti a otto secoli di storia” che rappresentano “la civiltà dei Nebrodi, espressa dalla chiarità bizantina, dalla linea di Antonello, dall’armonia dei Gagini”. Così si legge nell’Introduzione del bel libro “Arte sacra sui Nebrodi” pubblicato nello stesso anno dalla suddetta Diocesi a cura di Basilio Scalisi e Giovanni Bonanno, e che contiene saggi di valenti scrittori come Melo Freni, Salvatore Di Fazio ed altri, oltre a quelli dei due curatori.

Tra i vari pittori, citati da Salvatore Di Fazio nel saggio “Il tessuto socio-religioso dei Nebrodi”, che hanno lasciato la loro impronta nell’area dei Nebrodi, c’è Fra’ Emanuele da Como. Un nome, questo, che forse poco dirà alla maggioranza dei lettori. Sicuramente gli archivi del Convento di San Fratello dovrebbero avere una sua biografia. Ma temo che, e qui il tempo c’entra poco, tutto sia andato perduto oppure, e me lo auguro, sarà gelosamente conservato. Chi era dunque questo pittore francescano? Facendo un passo indietro bisogna dire che in passato i pittori di grido lavoravano alle corti dei re o al servizio di ricchi committenti, anche religiosi, e si muovevano in base alle loro richieste attraverso i vari stati, ivi compresi quelli che costituivano l’Italia del XVII secolo. Così ci capita di trovare affreschi di uno stesso pittore in chiese o palazzi che si trovano a nord e a sud della nostra penisola. La stessa cosa è avvenuta per i conventi che sebbene non appartenessero alla categoria dei ricchi committenti, hanno potuto permettere la realizzazione di opere pittoriche con fondi propri, oppure grazie al mecenatismo dei fedeli. Quanto agli artisti occorre dire che i Francescani hanno una tradizione già dai tempi del Beato Angelico. In Sicilia poi vantano perfino l’influsso esercitato su Antonello se, come ipotizza Giuseppe Miligi in “Francescanesimo al Femminile” (EDAS, Messina 1993), ha verosimilmente raffigurato nelle sue Annunziate il volto della messinese Santa Eustochia, suora clarissa, ed abbia dato disposizione testamentaria di essere “seppellito nel convento di Santa Maria di Gesù vestito del saio di quei frati”. Dunque il particolarissimo pianeta francescano è costellato di artisti che hanno fatto parte dell’Ordine o sono stati molto vicini alla “spiritualità francescana”. Emanuele da Como era francescano e passò la sua vita operando all’interno delle strutture possedute dall’Ordine. Le notizie in mio possesso sono frammentarie ma sufficienti a ipotizzare i suoi spostamenti attraverso l’Italia e a ricostruire un suo percorso artistico.

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La scheda

  • Fra’ Emanuele nasce a Como nel 1625 e gli storiografi continuano a chiamarlo “da Como” perché così si firma nelle sue pitture, tranne una volta, in un quadro del 1670 dove si firma “fratrem Emanuelem de Riva Como”, forse per precisare meglio il luogo di provenienza oppure il nome della sua famiglia, che ci è ancora sconosciuto. “Fin da fanciullo, scrive P.A. Orlandi1, vedendo certi pittori dipingere nel Duomo della sua città, tanto s’innamorò del disegno, che da sé riuscì pittore”. Presto abbraccia l’Ordine Francescano consacrandosi come fratello laico, e a Como lascia una Cena nel Convento di S. Croce, trasferita successivamente nel Seminario Vescovile della stessa città.
  • È del 1644 un suo il quadro in rame che rappresenta la visione della regola e situato sull’altare nella cappella di S. Michele Arcangelo a Rieti.
  • La sua formazione artistica avviene a Messina intorno al 1655 dove frequenta la bottega di Agostino Scilla. P. B. Bagatti ci fa sapere2 che “Nella metà del sec. XVII Agostino Scilla, pittore e scienziato, aveva aperta a Messina una scuola che in breve tempo divenne non solo fiorente, ma anche la più numerosa di tutte le altre. La frequentarono Giacinto Scilla, fratello di Agostino, Michele Maffei, Cristoforo Lo Monaco, Antonio La Falce, Antonio Madiona, Giuseppe Balestieri e vari altri”. Nel periodo della sua permanenza in Sicilia, Fra’ Emanuele dipinge, a Messina, gli affreschi del chiostro del Convento di S. Maria in Porto Salvo, che ricoperti di calce durante l’alloggiamento delle truppe inglesi agl’inizi del 18003, saranno distrutti insieme al Convento dal terremoto del 1908. Nello stesso periodo esegue gli affreschi del chiostro del Convento francescano di San Fratello, già decadenti nel 19304 ed ora ridotti al lumicino; un trittico che si conserva nella Chiesa maggiore di Enna che raffigura Gesù in croce con Mosè e Geremia e vari misteri del Vecchio Testamento e un quadro con la Madonna degli Angeli che si conserva nella chiesa omonima di Petralia Sottana5.
  • Nel 1660 Fra’ Emanuele viene chiamato dai Francescani di Chieri (Torino) per dipingere la pala dell’altare maggiore, dove raffigura la Natività con angeli che annunciano la pace agli uomini di buona volontà.
  • Tra il 1660 e il 1663 il pittore si trova ad Assisi dove affresca i pennacchi della cupola grande rappresentandovi i quattro Evangelisti, ma nulla resta a causa delle infiltrazioni d’acqua. Nel 1663 viene ampliata la Cappella del SS. Sacramento della cattedrale di San Rufino della stessa città e l’artista francescano sarà chiamato per dipingere l’Ultima cena, collocata sopra l’organo.
  • Ritorna a Dongo (Como) dove dipinge a fresco il chiostro e i corridoi del convento che terminerà nel 1670 e che fra i tanti affreschi di Fra’ Emanuele ancora sono in buono stato.
  • Nel periodo 1670-1671 si trova alla Verna per riaffrescare6, insieme con Baccio Maria Bacci, il corridoio che unisce la chiesa delle Stimmate con quella Maggiore. Fra’ Emanuele raffigura gli stessi soggetti del chiostro di Dongo ma di formato più grande ed un numero di scene superiore: 21 quadri di circa 3 metri l’uno, 73 scene di ispirazione storica e leggendaria sulla vita di San Francesco. Dividendo ogni quadro con putti “recanti in mano i cartelli illustrativi formanti come una serie di festoni”7. Purtroppo le intemperie e i successivi restauri approssimativi poco ci hanno tramandato delle pitture originali, infatti tranne due gli altri sono stati sostituiti. All’ingresso delle “Stimmate”, affresca la Madonna della Scala con a lato Santa Chiara e S. Lorenzo; dipinge il quadro di S. Antonio per la Chiesa Maggiore e S. Michele Arcangelo per una cappella della stessa chiesa
  • Nel 1672 lo troviamo a Roma, chiamato da P. Patrizio Tjrell guardiano del Convento di S. Isidoro al Pincio, per dipingere l’Aula magna della Scuola francescana fondata da Luke Wadding. Strutturalmente gli afreschi dell’Aula sono così suddivisi: dietro la cattedra, in alto, l’Eterno Padre con la Vergine Immacolata; in basso ai lati: S. Francesco e S. Antonio, più a destra Duns Scoto e sulla parte sinistra S. Bonaventura. Nella parete opposta, la scena del Wadding al lavoro in biblioteca insieme ad alcuni collaboratori, e un frate su una scala intento a prelevare libri dagli scaffali. Sulla parete di sinistra sono affrescati i ritratti di alcuni religiosi intenti a studiare nelle loro celle, mentre sulla parete di destra sono raffigurati alcuni  emeriti vescovi irlandesi. Un lungo cartiglio in corrispondenza di ogni personaggio riporta i meriti relativi. Nella chiesa di S. Francesco a Ripa, sede della Provincia francescana, affresca con Santi la volta e i pennacchi della prima cappella di destra.
  • Nel periodo 1674-1701 Fra’ Emanuele, seguito da numerosi frati artisti ed artigiani, fa il giro dei Conventi di Roma e dintorni lasciando ovunque quadri ed affreschi. Si notano i quadri di S. Antonio nel Convento di Salivano e in quello di Mentana; in Frascati i Martiri Gorgomiesi; nella chiesa di S. Maria a Poggio di Soriano: la Vergine seduta col Bambino sul ginocchio destro e l’Eterno Padre. Nel 1684 il Card. D’Estrées lo invita a copiare alcuni capolavori di scuola italiana, tra i quali L’ultima Comunione di S. Girolamo del Domenichino, oggi nella Pinacoteca Vaticana.
  • Nel 1686 va a Parma dove dipinge il Martirio di S. Placido della chiesa dell’Abbazia di S. Giovanni.
  • Altri lavori si trovano nei Conventi della Provincia francescana romana. Nel 1681 dipinge la pala dell’altare dell’infermeria del Convento di San Francesco a Ripa, che raffigura S. Diego mentre unge gli infermi con l’olio della lampada che arde davanti al quadro di Maria Immacolata. Nel 1689 esegue il quadro a olio che raffigura S. Vito Martire ordinatogli da P. Lodovico da Modena, Guardiano del convento, per la chiesa di Artena. L’anno dopo disegna S. Giovanni da Capistrano, inciso poi dal Billj, e dipinge a olio una Cena di Nostro Signore (m. 2 x 3,75) per il Convento di Rocca Antica; il quadro collocato a dimora nel 1692 ora si trova nel Seminario Lateranense. Nello stesso convento esegue una grande tela con S. Francesco e S. Chiara ed angeli.
  • Nel 1696 termina la Cena per il Refettorio del Convento di S. Francesco a Ripa. Comincia ad affrescare l’intero chiostro con personaggi illustri dell’Ordine francescano: santi, prelati, artisti, terminando con una grande Crocefissione nella quale sono raffigurati anche martiri francescani. I personaggi sono raggruppati “in base alla dignità e al sapere”. In ogni lunetta viene raffigurata una persona a mezzobusto; negli incroci dei corridoi è riportato un avvenimento storico. I colori: rossi per i cardinali, marrone per i frati, drappi dorati per i grandi del Terz’Ordine. Nella cornice una descrizione particolareggiata illustra i soggetti. L’intera opera è datata 16 giugno 1700.
  • Fra’ Emanuele muore a Roma il 18 febbraio 1701, all’età di 76 anni.

 

Il pittore francescano, avendo fatto voto di povertà, lavorò gratis. Ciò spiega secondo il Bagatti perché nei registri dei vari conventi non si fa menzione ad uscite per la realizzazione delle opere.

Una pittura ingenua (si dia a questo termine il significato di spontaneità) il cui fine è quello di proporre momenti particolari della vita francescana, molto spartana. V’è abbondanza di cartigli (una caratteristica di questo pittore che mi sentirei di definire un anticipatore della grafica fumettistica) entro i quali sono riportati cenni alla vita e alle virtù dei personaggi raffigurati.

La sorte della maggior parte dei suoi affreschi sembra segnata fin dal momento della loro esecuzione: essendo affreschi effettuati su pareti esterne l’azione delle intemperie li ha rovinati.

Le informazioni che abbiamo sull’artista provengono da l’Abecedario pittorico dell’Orlandi e dalla Storia Pittorica dell’Italia del Lanzi (Firenze 1834) e l’unico studio critico di una certa importanza è un articolo del Mauceri contenuto nell’Allgemeines Lexikon der bildenden Künstler pubblicato nel 1914.

Sotto l’aspetto strutturale, l’artista “rivela una padronanza del disegno e della prospettiva, che conferiscono alle scene movimento e vivacità”. I singoli episodi della vita di S. Francesco trasbordano dalle cornici, ornate con gusto classico, per vivere nei putti e nei corpulenti angeli. Festoni di fiori e di frutta appesi alle cornici e alle volute danno un tocco festoso al tutto.

È necessario fare una distinzione tra l’arte liturgica e quella narrativa, tra le tele a olio e gli affreschi eseguiti dal pittore.  Le tele in genere sono destinate a pale di altare, mentre i secondi sono utilizzati per i chiostri o luoghi similari.  Nella prima espressione artistica, Fra Emanuele rispetta la tradizione iconografica del suo tempo, popolando i suoi quadri con teste di angeli, nuvole, fondi scuri. Nella seconda è autonomo, specialmente nei ritratti. Usa pennellate larghe e decise, anche se non sempre ottiene l’effetto di rilievo marcato. La tavolozza tende ad una prevalenza di colori freddi.

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1 P.A. Orlandi, Abecedario pittorico, Firenze 1788.

2 Bellarmino Bagatti o.f.m., Fra’ Emanuele da Como – Miscellanea Francescana, Roma 1935, che si rifà a F. Hackert, Memorie dei pittori Messinesi, Napoli 1792.

3 Messina e dintorni, Guida a cura del Municipio, Messina 1902.

4. La notizia la riporta B. Bagatti nel suo libro citato, previa comunicazione del 3 febbraio 1930 da parte dell’arciprete di San Fratello.

5-6 B. Bagatti, op. cit.

7. Il corridoio inizialmente era stato affrescato da un pittore del ‘500, ma i dipinti andarono perduti a causa dell’umidità.

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Purtroppo gli affreschi del Chiostro di San Fratello che raffigurano santi e martiri dell’ordine di S. Francesco, alla data odierna sono quasi inesistenti. Fino agli anni ’50 del secolo scorso la condizione di molti dipinti era ancora accettabile. L’ingresso del chiostro era privo d’infissi ed alcuni locali, situati all’interno dello stesso, erano occupati dalla caserma dei Carabinieri, con relativa camera di sicurezza, dalla banda musicale, dalla confraternita dei “babalucci” che cantavano le laudi durante la processione di Venerdì Santo, da una classe delle scuole elementari, dalla Canonica e dai magazzini dell’olio proveniente dai terreni della chiesa. La situazione negli anni ’60-70 era molto cambiata. I Carabinieri si erano trasferiti in altri locali e nel chiostro si poteva giocare a pallone. Così il danno che non è stato fatto in quasi due secoli è stato fatto in un paio di decenni, e non certo per colpa soltanto delle intemperie. Come si suol dire “scappati i buoi si chiudono le stalle” e, meglio tardi che mai, negli ultimi anni del 1900 si è proceduto ad un restauro conservativo, quasi impossibile, e a mettere un cancello all’ingresso. Sarà così possibile vedere ciò che è rimasto, ma sicuramente d’interesse per la storia della pittura “francescana” e per un raffronto con quanto a San Fratello potesse essere visto in opposizione alla sontuosità barocca della chiesa di San Nicola di Bari, ora demolita e ricostruita in altro sito del paese. Opposizione proverbiale che divise per secoli i fedeli appartenenti alla Chiesa Matrice, demolita dalla frana del 1922, sotto la cui giurisdizione era il Convento, e i “santanicolesi”. Un contrasto che non doveva essere del tutto estraneo, almeno in principio, a quanto propugnato dalla Controriforma, proclamata dal Concilio di Trento del 1563, a seguito della quale le arti si posero come uno strumento efficace per ostentare la supremazia spirituale della Chiesa nei confronti del Protestantesimo. Anche San Fratello ha avuto la sua parte: una chiesa, quella di San Nicola, ricca di stucchi e ori, e il chiostro del Convento affrescato da frate Emanuele con figure sobrie ed essenziali, ma ricco di spiritualità. Un pretesto valido per dividere il popolo in due opposti schieramenti – una consuetudine finita con l’avvento del Fascismo – e rivendicare vicendevolmente e spesso in maniera violenta il possesso dei simulacri durante le processioni. È eloquente ciò che si narra a proposito della festa di San Francesco, soppressa durante il periodo fascista per ragioni di sicurezza. Il comandante della locale stazione dei Carabinieri, tale maresciallo Francesco Sgarlata, al rientro della processione finita, ancora una volta, in rissa nella centralissima contrada “Portella”, ebbe a dire rivolgendosi alla statua del santo: “Francesco! Com’è vero che io mi chiamo Francesco, finché resterò a San Fratello, tu non uscirai più di chiesa!” E così avvenne anche dopo il trasferimento del sott’ufficiale promosso al grado superiore.

(Benedetto Di Pietro)

Col patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e Politiche giovanili del Comune di  Tavazzano con Villavesco (Lodi) sarà eseguita la Cantata ad oratorio “Il bastone fiorito”, testi di Benedetto Di Pietro e musiche di Pasquale Losito.

Il concerto avrà luogo nella chiesa della Parrocchia San Giovanni Battista di Tavazzano, giorno 15 dicembre 2010, alle ore 21.00.

INGRESSO LIBERO

Personaggi e interpreti

HISTORICUS: Barbara Di Sotto

GIUSEPPE:   Vittorio Piacentini

MARIA:         Alessandra Amato

ZELOMI:       Elisabetta Malighetti

PASTORI:      Gli “Albatros” - Massimo e Walter Viganò

RE MAGI:     Nico La Notte e Paolo Cattaneo.

 Il Coro Polifonico “San Riccardo Pampuri” di Peschiera Borromeo (Milano) è diretto dal M° Antonio Donnoli.

La Formazione Strumentale è composta da:

Marco Ciceri  (chitarra)

Massimo Conca  (sax)

Dario De Giorgi  (clarino)

Diego Donelli (tastiere)

Simone Incardine  (tromba)

Antonio Neglia  (percussioni - effetti sonori)

Davide Scipioni  (chitarra)

Floriano Siccardi  (tastiere)

Flavio Tinini  (basso)

 I Pannelli scenografici sono di Kisito Prinelli

 Presentazione di Damiano Pupillo

 Dirige il maestro compositore e concertatore Pasquale (Lino) Losito.

Il concerto viene sponsorizzato dall’Amministrazione Comunale di Cerro al Lambro ed avrà luogo l’8 dicembre 2010, alle ore 21,  nella Chiesa Parrocchiale di Riozzo di Cerro al Lambro (Milano).

Ecco gli esecutori solisti:

Barbara Di Sotto (Historicus)

Vittorio Piacentini (Giuseppe)

Alessandra Amato (Maria)

Elisabetta Malighetti (Zelomi)

“Albatros” – Massimo e Walter Viganò (Pastori)

Nico La Notte e Paolo Cattaneo (Re Magi)

Coro Polifonico “San Riccardo” di Peschiera Borromeo (Milano) diretto dal M° Antonio Donnoli

Piccolo Coro della Scuola Primaria di Cerro al Lambro, preparato dall’insegnante Daniela Cicala.

Voce di collegamento: Damiano Pupillo

 La formazione strumentale è composta da:

Marco Ciceri  (chitarra)

Massimo Conca  (sax)

Dario De Giorgi  (clarino)

Diego Donelli  (tastiere)

Simone Incardine  (tromba)

Antonio Neglia  (percussioni - effetti sonori)

Davide Scipioni  (chitarra)

Floriano Siccardi  (tastiere)

Flavio Tinini  (basso)

Pannelli scenografici di Kisito Prinelli

Dirige il maestro compositore e concertatore Pasquale Losito.

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